Vuole fare la giornalista. E sin qui niente di eccezionale. A renderla tosta, è il fatto che nella sua testa ci sia solo un modello: Anna Politkovskaja. Parliamo di Anna Agliati, nata a Vaprio d’Adda, nel Milanese che, a trenta anni, sarebbe disposta a lasciare il luccicante e ben pagato mondo della moda, per inseguire il suo sogno. Solo parole? Nient’affatto. Con alcuni amici la giovane è spesso in viaggio in Siberia e in altri Paesi dell’Est Europa per raccontare realtà il più delle volte non ammesse nei circuiti mediatici ufficiali. E con alcuni amici ha fondato un’associazione http://annaviva.com/, per mantenere vivo il ricordo della giornalista, assassinata a Mosca, perché denunciò l’orrore della guerra in Cecenia. Quello di Anna, l’esempio di una giovane donna italiana, impegnata, intelligente, capace di resistere al fascino del lusso e della fama, che, in modo indiretto, per ora le danno da vivere. Dunque, nel nostro Paese non ci sono solo letterine? “Basta – dice - con questi stereotipi. Il tema delle donne facili in Italia mi è venuto a noia. Piuttosto, mettiamocela tutta per cambiare”. Di cosa si occupa di preciso ? Lavoro a Milano nel campo della moda, presso un’agenzia d’intermediazione tra case di moda italiane e clienti russi. Vorrebbe fare la giornalista. Oggi ha delle collaborazioni? No, nel tempo libero mi dedico alle attività dell’associazione Annaviva, che includono la traduzione dal russo all’italiano e viceversa di articoli pubblicati sulle principali testate russe. Mi è capitato di scrivere dei pezzi per il sito www.annaviva.com. Come è arrivata all'altra Anna? E perché rimasta tanto affascinata da questa donna? Nel 2007 ho conosciuto Andrea Riscassi, durante la presentazione del suo libro: “Bandiera Arancione la trionferà”. Aveva da poco lanciato un appello, dedicato ad Anna Politkovskaja, intitolato: “Per non Dimenticare” e aveva intenzione di organizzare un convegno al Circolo della Stampa di Milano, in occasione del primo anniversario della morte della giornalista. Gli ho dato una mano in tutte le fasi dell’organizzazione e un anno dopo abbiamo deciso di fondare l’associazione Annaviva. Il rapporto con la Russia deriva dai miei studi: ho conseguito la laurea in Lingue straniere a Bergamo, specializzandomi nella lingua russa. Gli studi universitari, tuttavia, non mi avevano mai dato grosse opportunità di venire a contatto con la situazione della Russia contemporanea: conoscere Anna Politkovskaja e leggere le sue testimonianze ha significato colmare questa lacuna. Il fascino esercitato da questa figura è dipeso dalla lucidità della sua penna, che descrive con dovizia di particolari aspetti della realtà, in particolare quella del conflitto russo-ceceno, che i media occidentali si guardano bene dall’affrontare. Che idea si è fatta dell'omicidio? Durante un’intervista, Vera Politkovskaja, la figlia della giornalista, ha dichiarato: “Un giorno, prima di morire, mia madre mi ha detto: “se mai qualcuno un giorno dovesse attentare alla mia vita, sappi che questo qualcuno siede al Cremlino”. A distanza di cinque anni dall’omicidio, si fanno ancora ipotesi sull’identità degli esecutori. Qualunque sia il loro nome, è, o sono, evidentemente i mandanti ad avere una maggiore implicazione nel caso. E che Anna fosse considerata una giornalista “scomoda” da Putin e da Ramzan Kadyrov, presidente ceceno, è fin troppo noto. La verità è che in Russia a nessuno interessa fare chiarezza sul caso. La morte di Anna ha rappresentato per i vertici governativi solo la liberazione da un peso. Ci parla dell’associazione? Come ho detto, l’iniziativa di fondare Annaviva, dedicata alla memoria della giornalista, è partita da un gruppo ristretto di persone, che per un motivo o per l’altro sono motivate a perseguire gli obiettivi dell’associazione. Quali sono? Supportare, sostenere o organizzare ogni iniziativa, mirata alla difesa dei diritti umani e civili in Russia e in Est Europa, partendo dall’esempio che per prima Anna ci ha dato. La figura di Anna, in questo senso, non rappresenta l’arrivo, ma il punto di partenza. Cosa vuole dire? Casi simili al suo, episodi di violenza e violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, sanciti dalla Costituzione russa, continuano ad essere violati. Molti altri giornalisti sono stati uccisi dopo Anna, molte altre vittime innocenti si sono trovate a pagare il prezzo di una lotta di potere tra potenti. Poiché in Russia non è facile denunciare il perpetrare di queste violenze e molte associazioni si sono viste costrette a chiudere la propria sede per non mettere a repentaglio la vita dei collaboratori, l’associazione Annaviva si propone di mettere l’opinione pubblica al corrente di quanto accade, avvalendosi di vari strumenti. Quali? Abbiamo il sito internet, organizziamo convegni e presentazioni di libri, invitiamo testimoni della guerra ancora in atto a raccontare la propria verità. Purtroppo siamo in pochi. Perché? Il direttivo è composto da cinque persone più una trentina di associati. Ma simili alla nostra esistono altre realtà a livello internazionale, con le quali cerchiamo di essere sempre in contatto, perché le rispettive voci si uniscano in un coro. Spesso nascono delle collaborazioni con altre associazioni italiane, che danno vita a forme alternative di testimonianza. Per citare il caso più recente, Annaviva, insieme con l’associazione teatrale Lattoria, metterà in scena il 6,7,8 ottobre a Milano, in occasione del quinto anniversario della morte di Anna, lo spettacolo teatrale El’sa K, scritto da Andrea Riscassi per la regia di Alessia Gennari. Si racconta il caso di El’sa Kungaeva, ragazzina cecena stuprata e uccisa da una pattuglia di soldati russi, comandata dal generale Yurij Budanov, di cui tanto si era occupata la stessa giornalista. Sente di avere lo stesso coraggio della Politkovskaja? Anna Politkovskaja, prima di essere uccisa, ha sfiorato spesso la morte, la professione giornalistica che ha sempre portato avanti come una missione, la esponeva costantemente al pericolo. Davanti al suo sguardo sono passate guerre, omicidi, sequestri e atti terroristici (ricordiamo Beslan e il sequestro al teatro Nord-Ost di Mosca). Nonostante questo sapeva che non ci sarebbe stato, nessun altro a sostituirla, che doveva andare avanti coraggiosamente e doveva farlo per tutte quelle donne cecene, madri di giovani soldati e bambine, a cui l’infanzia era stata strappata troppo in fretta. Era sicura che in lei riponevano la speranza, la sola, l’ultima e per cui lei rappresentava un punto di riferimento essenziale. Oggi, in Italia, c’è ancora spazio per il coraggio e la speranza? Avere coraggio nel nostro Paese e in questa fase significa conservare uno sguardo critico sulla realtà, nonostante l’imbarbarimento generale. Significa non fidarsi dei modelli “pronti per l’uso”, di cui sono pieni giornali e televisione e adottare un proprio metro di giudizio. E’ faticoso, ma esistono fonti alternative, a cui poter attingere. Solo in questo tentativo di conservare un mio punto di vista mi sento coraggiosa. Ho letto che ha fatto viaggi in Siberia. Cosa ha scoperto? Viaggio spesso per lavoro e sempre in Russia o nell’est Europa. A giugno ho viaggiato in treno per la Siberia, sono venuta in contatto con realtà che non hanno nulla a che vedere con l’elettrizzante capitale moscovita. In terre così remote e città fatiscenti come quelle siberiane, il tempo sembra essersi fermato, le notizie scivolano sulle vite delle persone che hanno ben altro di cui occuparsi che le quisquilie della politica. L’impressione, è che anche la politica non sembri curarsi troppo di loro. Come si vive lì? S’inventano secondi lavori, si arrabattano come possono, perché i salari sono troppo bassi per far fronte a tutte le spese. Gli anziani vendono i prodotti dell’orto sui marciapiedi, uomini e donne indistintamente si trasformano in tassisti abusivi la notte. I monumenti imponenti del realismo socialista continuano a campeggiare sulle piazze delle città. Alcuni rimpiangono il passato, in cui “c’era poco ma per tutti”, altri, semplicemente, non si pongono il problema. Quali sono i suoi progetti per il futuro? E’ vero che sarebbe disposta ad abbandonare il suo lavoro per diventare come Anna? Ho sempre avuto la passione per il giornalismo. Scrivere è la mia grande passione. Quando è stato il momento di scegliere il percorso di studi, ero ad un bivio: non sapevo se iscrivermi a lettere, prendendo poi l’indirizzo giornalistico o se preferire la facoltà di lingue. Ho scelto la seconda, perché mi sono resa conto di quanto sia fondamentale conoscere la lingua, per scoprire a fondo un luogo, la sua storia e la sua cultura. Il linguaggio veicola un contenuto, una mentalità, una forma mentis. Scegliere di utilizzare una parola, un prefisso, invece che un altro, può cambiare radicalmente il senso di una frase, l’intento del messaggio. Ho pensato che se avessi acquisito gli strumenti linguistici della lingua russa, mi sarebbe stato più facile, in futuro, scrivere di Russia. Questo sarebbe il mio sogno. Fare il giornalista in modo responsabile e coscienzioso in Italia, una missione. E’ pronta? Fare il giornalista è difficile come svolgere qualsiasi altro mestiere. La differenza consiste nel diverso grado di responsabilità. Ci sono professioni, come quella dei medici, degli insegnanti e dei giornalisti, la cui responsabilità è tale da renderle delle missioni. Da te dipende la salute, nel primo caso, la formazione, nel secondo, la prospettiva da cui si osserva il mondo, nell’ultimo. Devi essere sempre cosciente di questo e fare di questa responsabilità il principio fondante del tuo lavoro. Purtroppo, non sempre funziona così ed il mondo è pieno di esempi. Il senso della responsabilità non mi è mai mancato. Non credo, dunque, che in alcun modo potrebbe spaventarmi la difficoltà di svolgere il lavoro in maniera coscienziosa. Quali strumenti ha a sua disposizione? Pensa di sacrificare anche la sua famiglia? Chi vorrebbe avere al suo fianco? Per il momento non ho famiglia, quindi non ci penso, ma se mai dovesse arrivare, al momento cercherei di fare una scelta oculata e se sapessi di non potermi dedicare ad entrambe in modo serio, delle due l’una. Vorrei avere al mio fianco persone che la vita l’hanno imparata e continuano a impararla dalla vita. Cosa vorrebbe che diventasse la sua associazione? Mi piacerebbe che sempre più persone si accostassero all’associazione e contribuissero ad accrescerne il patrimonio di idee, strumenti e azioni. Le potenzialità sono infinite, a volte e come sempre accade oggi, è il tempo a mancare. Così, se ognuno mettesse a disposizione il proprio pezzettino di tempo… Mi piacerebbe che sempre di più l’associazione diventasse un punto di riferimento, di tramite, per chi, in Russia e in altri Paesi dell’est Europa, non hanno la possibilità di esprimersi. Una tipa tosta: alla sua età in genere non si pensa ad altro? Lei, un esempio di donna italiana giovane, impegnata, intelligente. Nel nostro Paese, dunque non ci sono solo letterine e veline. Non so cosa si pensi di solito alla mia età, non mi sento di certo di costituire un’eccezione. Il luogo comune per cui il nostro Paese sia sovrappopolato di letterine mi sembra, appunto, un luogo comune. Nonostante il grande fratello (non quello orwelliano naturalmente), nutro una profonda fiducia nei giovani e nelle giovani italiani e credo che molti di loro stiano pagando gli errori della generazione precedente. Onestamente questo argomento affrontato in modo monotematico delle “donne facili” mi è venuto a noia, più se ne parla e più si autoalimenta. Mi sembra sia decisamente arrivato il momento di cambiare argomento. Cinzia Ficco

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