Il tipo tosto questa volta è Aaron Fait, ricercatore, nato a Bolzano quarantuno anni fa da madre ebrea, che oggi vive e lavora nel deserto del Negev.

E’ lui che ha ideato e realizzato il progetto Irrigate. Ed è per merito della sua attività che alcuni scienziati italiani stanno collaborando con quelli israeliani.

Alcuni anni fa Aaron ha avuto la possibilità di lavorare per un Istituto di ricerche di Berlino. Ha preferito trasferirsi nel deserto del Negev, in Israele, a 600 metri sul mare e fare i suoi studi al Campus di Sede Boqer dell’Università di Ben Gurion. In quella zona è vissuto ed è sepolto David Ben Gurion (politico israeliano, fondatore di Israele e prima persona a ricoprire l’incarico di Primo Ministro di quel Paese).. Lì Aaron studia come trasformare un terreno arido in uno fertile. Per questo parla di rapporto “erotico” con il deserto, il luogo– dice – “che da arido può diventare creativo e in cui, se taci, parla il vento con le sue carezze”. http://www.boker.org.il/english/

Aaron FaitMa veniamo al progetto Irrigate. Come è nata la collaborazione con l’Università di Udine?

Qualche tempo fa sono venuti qui l’ex assessore all’agricoltura del Friuli Venezia Giulia e alcuni suoi colleghi. In quell’occasione abbiamo parlato dello stato dell’agricoltura nella regione, in particolare della vite e delle tecniche usate da noi. E’ stato allora che ho deciso di estendere la mia collaborazione a Udine. Dico estendere perché già lavoravo con il CRA di Fiorenzuola d’Arda, il FEM di San Michele all’Adige e l’Universita’ di Verona.  All’Università di Udine è attivo il gruppo di Michele Morgante, che ha costruito una valida struttura per le analisi genetiche sulla vite. Sempre in quella Universita’ ci sono Enrico Peterlunger e Simone Castellarin che vantano una lunga esperienza nel settore della viticoltura. Dopo la visita in Israele, sono stato invitato a Udine per parlare dell’istituto Blaustein, delle ricerche sul deserto e sulla viticoltura nel deserto. Ho incontrato i viticoltori della zona di Corno di Rosazzo. In quell’occasione pioveva. Era ridicolo parlare di siccità e problemi di acqua, irrigazione della vite, ma era dicembre e nulla faceva pensare ad una seconda annata relativamente asciutta che avrebbe avuto un effetto negativo sulla quantità e qualità delle uve. Così è nato Irrigate.

In sintesi di cosa si tratta?

E’ uno sforzo comune per sfidare i cambiamenti climatici e i processi legati alla desertificazione, oramai evidenti anche in Europa. Irrigate si propone di aiutare il settore vitivinicolo sia in Italia sia in Israele. In Italia la tecnologia applicata alla vite non ha uguali. Israele dal canto suo può  contribuire con le strategie di irrigazione, dell’agro-biotech e con le analisi avanzate dei dati dal meteo al molecolare.

In concreto?deserto del Negev

Ci proponiamo di sviluppare un programma di gestione automatizzata dell’irrigazione in vigneto attraverso sensori che controllino clima, piante e suolo. Obiettivo: gestire l’impatto della siccità sulla produttività della vite e sulla qualità delle uve. Puntiamo ad irrigare la vite in maniera intelligente, valutando lo stato dell’acqua nel suolo – attraverso sensori – e lo stato fisiologico della pianta, oltre a quello dell’atmosfera, anche attraverso previsioni meteo. Stop, quindi, all’ irrigazione a naso, basata sulla sensazione ed il giudizio del viticoltore, che non è sempre nel campo e si accorge tardi dello stress della pianta. Ogni strategia d’irrigazione deve essere adattata alla varietà della vite. In Israele la vite viene irrigata a goccia da sempre. La nuova frontiera della viticoltura e dell’agricoltura in genere in Israele è rappresentata dalla zona arida della nazione: il Negev e l’Arava’. In queste zone la vite cresceva e veniva coltivata migliaia di anni fa dai Nabatei e Bizantini e durante i regni Israeliti questa regione, attraverso i porti di Ashkelon e Gaza durante le invasione romane, esportava vino nel bacino mediterraneo.

Poi?

Il buio delle invasioni ottomane durato più di un millennio. Solo con Israele il vino ha iniziato a scorrere di nuovo fino ad interessare le zone più aride negli ultimi 15 anni. Con questa spinta – e non solo in Israele-  si sono sviluppate tecniche nuove di irrigazione della vite e di management delle vigne. E in tale contesto si inserisce Irrigate con la società Netafim. Un nostro studente è già a Udine e ha avviato i rilevamenti sul campo con Netafim e il team di UniUD, Università di Udine.

vigneti nel NegevChi trarrà benefici dal progetto?

I viticoltori prima di tutto. La prova sul campo di sistemi irrigui più o meno sofisticati permetterà al viticoltore di testare l’effetto positivo dell’irrigazione regolata sulle piante, introdurrà una sensibilità maggiore nei confronti delle piante e delle componenti organolettiche. Si eviteranno la moria di piante d’estate e gli effetti negativi sulla frutta. Le due nazioni intanto impareranno a conoscersi e trasferirsi esperienze. I cambiamenti climatici e i processi di desertificazione avanzano,  l’unico modo per riuscire a contenerli è sviluppare un’agricoltura più intelligente e adattata alla pianta.

Quanto è costato il progetto e chi lo ha finanziato?

Il progetto in totale è costato circa centomila euro. Lo ha finanziato il Ministero dell’industria in Israele con quello degli Esteri italiano e la società Netafim. Coinvolge l’istituto Blaustein per gli studi nel Deserto dell’Universita’ di Ben Gurion (cioè Aaron e il suo collega Naftali Lazarovitch, ndr), l’Universita’ di Udine (Castellarin, Peterlunger e Alberti) e l’IGA di Udine (Centro di genomica).

E’ un progetto unico?

Unico e’ una parola non adatta nella ricerca. Tentativi parziali o minori esistono, ma l’unicità qui sta nella multidisciplinarita’ del progetto e nell’estensione territoriale e internazionale.

La sfida maggiore quale sarà?

Applicare l’enorme quantità di dati che verrà raccolta. Insomma, capire come usarla.

Ti senti un tipo tosto?AARON FAIT (1)

Mi sento orgoglioso per quello che abbiamo messo in moto, per l’impatto che la nostra ricerca sul deserto e le zone aride può avere in un mondo che ha sempre più spesso problemi legati alla desertificazione. Faccio parte di un ambiente tosto in una nazione tosta, in una regione tosta e ho raccolto la sfida.

Per chiudere, cos’è per te il deserto?

Il deserto per l’ebreo è stato un passaggio dell’anima, una maturazione dello spirito, la via verso la purificazione, dopo la confusione, l’idolatria e la schiavitù. Il deserto pulisce, fa rinascere. Nel deserto ritrovi l’equilibrio, le radici perdute, il rispetto per te, la tua individualita’ e la coscienza di te stesso.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

Laureato in Biologia a Tel Aviv, nel ’99 Fait segue un Master in Scienze ecologiche e ambientali. Cinque anni più tardi consegue il dottorato in Biochimica delle piante al Weizmann Institute for Sciences in Israele. Vive tre anni a Berlino come ricercatore associato all’Istituto di Fisiologia molecolare delle piante Max Planck.

E’ ricercatore all’Università Ben Gurion – Istituto Blaustein di ricerche sul deserto, nel dipartimento di Biotecnologie delle terre aride. Studia i sistemi che possano migliorare la qualita’ della semenza (grano, orzo) o del frutto (pomodoro, vite) di fronte ad un futuro prossimo di scarsità di acqua e aumento della popolazione. 

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