Il neoliberismo sempre più esteso? Una fake news. Almeno in Italia. Una prova? “Nel nostro Paese, la spesa pubblica sfiora la metà del Pil, sono in vigore oltre duecentocinquantamila leggi, esistono almeno ottomila società a partecipazione pubblica, i servizi pubblici locali sono affidati senza gara a società cosiddette in house, se vuoi affittare un tuo appartamento a uno studio professionale invece che a una famiglia hai bisogno di un’autorizzazione, non puoi ristrutturare una abbaino nella tua proprietà senza chiedere il permesso alle autorità municipali. E così via”.

E’ quanto scrive nel suo ultimo libro: La verità, vi prego sul neoliberismo  Il poco che c’è, il tanto che manca (Marsilio), Alberto Mingardi (‘81), tra i fondatori, nonché direttore dell’Istituto Bruno Leoni, che spiega: “Di neoliberismo in realtà ce n’è poco. In Italia, poi, questo termine è diventato il capro espiatorio che spiega l’origine di ogni flagello terreno”.

Che siano le aziende a delocalizzare, l’immigrazione selvaggia, la diffusione della Xylella, la precarietà del lavoro, il diffondersi di Ebola, la colpa è sempre del libero mercato, del capitalismo o, appunto, del neoliberismo. Un ordine mondiale, retto da unaSpectre di economisti, sembra lavori per la distruzione di ogni garanzia sociale. E a pensarlo, secondo Mingardi, ci sono alcuni media e alcuni politici di destra e sinistra, che per questo invocano più Stato e più leggi.

Nella confusione, e forse nella mala fede, in tanti non si accorgono che in un Paese con una spesa pubblica pari al 48, 9% e una pressione fiscale pari al 43% del Pil, le soluzione sarebbero, al contrario: liberare l’economia, ridurre le imposte, semplificare le norme. Ma si tratta di direzioni onerose, che le élite politiche, sia di destra, che di sinistra, non hanno mai imboccato per non perdere il consenso.

“Oggi – scrive Mingardi, che è anche ricercatore di Storia delle dottrine politiche all’Università Iulm di Milano – media e politici suggeriscono alle classi medie di sentirsi schiacciate dalla globalizzazione”, quando la globalizzazione altro non è che l’esito di una crescente divisione del lavoro – che si amplia con l’ampliarsi degli spazi in cui si scambiano merci e servizi. Ma se con la globalizzazione io imprenditore posso produrre laddove mi conviene, e, cioè, dove c’è maggiore specializzazione, per risparmiare tempo e risorse economiche, il consumatore ha la possibilità di scegliere un prodotto meno costoso in una gamma più ampia.  Non solo. Non scambiamo oggi di più perché c’è un ordine mondiale a imporlo, ma perché facciamo e desideriamo molte più cose rispetto al passato, e perché con il progresso tecnologico il costo delle transazioni è diminuito. “E – si legge ancora nel libro – tanto più i fattori produttivi sono liberi di muoversi tanto più è probabile che essi vengano usati nel modo migliore: cioè che essi trovino la collocazione nella quale possono dare il massimo contributo alle attività produttive”.

Mingardi, ma non sarà troppo ottimista?

“Per carità la perfezione non è di questo mondo. La povertà non è stata abolita. Gli standard di vita non sono migliorati in modo uniforme in tutti i Paesi. Esistono situazioni gravi e complesse di disagio. Ma se abbiamo un po’ di memoria storica, dobbiamo anche dirci che il mondo non è mai stato bene come oggi, che per la prima volta nei Paesi occidentali la mortalità infantile è un fenomeno marginale, che abbiamo dimenticato cosa vuol dire essere veramente preoccupati per il cibo da mettere in tavola  – una maledizione ineludibile per la più parte della storia umana -, che il salario di una persona di condizioni modeste oggi consente di vivere una vita incredibilmente più confortevole che una o due generazioni fa. Il processo che ha avuto inizio con la Rivoluzione industriale ha consentito una vera novità nella storia umana: la crescita economica. E ne abbiamo tratto vantaggio tutti”.

La globalizzazione, insomma, non ha fatto arricchire tutti nello stesso modo, ma ha permesso a tante persone soprattutto dei Paesi asiatici di uscire dalla povertà e vivere più a lungo.

Ma per molti è difficile ammetterlo. E si continua con la propaganda contro il neoliberismo e la globalizzazione. In Italia, siamo lontani dallo Stato semplice regolatore, eppure c’è chi a sinistra alimenta paure, paventando politiche di liberalizzazione selvaggia, addirittura alla Obama che, al contrario, scrive Mingardi: “Si è fatto promotore della legge Dodd Frank ( il cui obiettivo  era mettere le briglie alla finanza), che si è giocato tutto il suo capitale politico su una riforma della sanità che è stato il tentativo più risoluto di trasformare gli Stati Uniti in un welfare state all’europea dai tempi della Big Society di Lyndon  Johnson e che ha promosso  un pacchetto di stimolo da 800 miliardi di dollari, con dichiarati obiettivi di politica industriale”.

C’è, poi, chi come Mariana Mazzucato, a cui Mingardi dedica molte pagine, si fa addirittura sostenitrice dello Stato imprenditore, o dello Stato che prepara al progresso tecnologico. Ma quanto posizioni concentrate più sulla distribuzione della ricchezza che sulla sua produzione, rischiano di alimentare i populismi?

In Italia si tende a pensare che il populismo sia una specie di fungo, apparso dal nulla. Ma al contrario le posizioni di quelle forze politiche sono l’esito, a suo modo coerente, di una impostazione culturale in larga misura predominante nel nostro Paese, da anni. Quest’ultima ipotizza nessi causali semplici e unilaterali. Se io sto male, è colpa di qualcuno che sta bene. Se io sono povero, è colpa di qualcuno che è ricco. Per carità, nulla di nuovo: i nostri antenati quando vedevano un fulmine avevano bisogno di pensare che l’avesse scagliato Giove. Ma in una società sempre più complessa, nella quale, per esempio, anche solo dire che un prodotto è fatto in un certo Paese anziché in un altro è una rozza semplificazione, perché non c’è bene o servizio, per quanto insignificante possa sembrare, che non sia frutto di una estesa divisione del lavoro. Ragionare così significa non ragionare affatto. E’ solo funzionale a un obiettivo politico. Se è vero che se sto male è colpa di “qualcuno”, vuol dire che qualcun altro, invece, può farmi stare bene. Se sono più povero per colpa del neoliberismo, del mercato, delle forze impersonali dell’economia, sarà lo Stato a potere risolvere tutti i miei problemi. L’identificazione di nessi causali semplici  – quando non di autentici complotti – serve soltanto a una cosa: a consolidare il mito, o la religione, di uno Stato dal quale possiamo aspettarci la soluzione di tutti i nostri problemi. Questa impostazione culturale, in passato, era sì dominante, ma in qualche modo temperata da un certo pragmatismo tipico anche delle culture politiche che pure ci campavano. Come dire, la decrescita felice andava bene per l’ora dell’aperitivo. Oggi c’è una classe politica che quei libri – o, almeno, i titoli di quei libri – li ha presi sul serio e si comporta di conseguenza.

Che ruolo gioca, in tutto questo, la nostalgia? Una parte importante della narrazione contemporanea è che l’Italia, dopotutto, stava meglio “prima”: prima dell’ingresso nell’euro, prima della globalizzazione.

Siamo tutti esseri umani e ci capita di rimpiangere il passato, soprattutto perché nel passato eravamo più giovani. Il guaio è che questo sentimento viene facilmente politicizzato. Si passa dal rimpianto per la gioventù al rimpianto per la situazione politica di allora. E quindi la lira se non la prima Repubblica, l’Iri se non la DC. E’ un po’ come rimpiangere una vecchia 500, o una vecchia Ritmo: erano dei gran catorci, ma ero giovane, era la prima macchina che mi potevo comperare, la ricordo con affetto. In realtà il mondo di ieri non era migliore, ma solo più piccolo, meno interconnesso. E questo suo essere piccolo comprimeva fortemente la libertà di scelta delle persone. Se io posso ragionevolmente pensare di poter trovare lavoro solo nel mio paesello e nei dintorni, è improbabile che possa inventarmi un mestiere”. Allo stesso modo, se io posso comprare solo quello che viene prodotto nel mio paesello e nei dintorni, è improbabile che i miei consumi possano diventare particolarmente sofisticati. Più vasto e più aperto è il mercato, più ampia è la nostra libertà di scegliere.

Fare chiarezza sugli effetti benefici della globalizzazione porterebbe a vedere in modo fisiologico anche l’immigrazione. Ha un modello sulla gestione del fenomeno? Quello di Minniti come le sembrava?

L’immigrazione è una specie di lente di ingrandimento: ci fa vedere più chiaramente alcuni problemi che vengono da lontano. Le difficoltà di garantire un minimo di ordine pubblico in larga parte del Paese, l’inefficienza e i problemi del nostro sistema educativo. Sono queste le questioni a cui guardare. L’ostilità verso chi è diverso è, come la nostalgia, un altro sentimento naturale, una reazione istintiva. La società italiana è cambiata molto in pochi anni, sono cambiate le facce e i colori delle facce, senza che nessuno spiegasse o raccontasse questo cambiamento. Ma abbiamo meno migranti, rispetto alla popolazione, della Germania, della Francia, e persino di Malta. Non c’è alcuna invasione. Ci sono fragilità antiche del nostro Stato e manca la crescita economica: la marea che alza tutte le barche. L’afflusso di persone ha effetti positivi, sotto il profilo economico, perché significa non solo che arrivano più bocche, ma anche più braccia e più cervelli. In questo, l’argomento è analogo a quello a favore della globalizzazione: una più ampia divisione del lavoro crea opportunità e consente l’innovazione. Nello stesso tempo, nel breve periodo ci sono esternalità negative, fortemente concentrate, per esempio, nelle periferie delle grandi città, che fanno grande impressione e spostano voti. Tutto peggiora se lo Stato fa di tutto perché le opportunità non si creino, lasciando l’impressione che ci siano soltanto i problemi. L’iper-regolazione è un dramma per chi in Italia è nato e la conosce, figurarsi per chi è appena arrivato e non si raccapezza. Se si disincentivano le imprese a crescere, si ostacola la creazione di occupazione e si spingono le persone verso l’economia informale. Se si fanno decreti sui flussi con numeri bassissimi, in un Paese di 60 milioni di abitanti, si spinge più gente a entrare in modo irregolare. E se questa gente non ha i documenti in regola, sa qual è l’effetto? Che la si spinge inevitabilmente verso attivitàborder-line. Queste sono le questioni che l’immigrazione dovrebbe chiamare in causa. Tutto il resto è gestione, più o meno efficace, del breve periodo. O, peggio, speculazione politica. C’è chi gioca sul senso di colpa e vorrebbe che considerassimo i migranti delle vittime con le quali scusarci, c’è chi li indica come gli untori della peste. Tutto questo purtroppo funziona benissimo rispetto al suo scopo: creare consenso. Ma lascia irrisolti tutti i problemi.

Auspica una politica che “riveda il nostro Stato sociale, passando dal finanziamento dell’offerta di servizi a quello della domanda, che aiuti chi ha bisogno senza paternalismo, senza un’idea predeterminata e imposta dall’alto di quali servizi egli deve scegliere in tema di scuola, risparmio previdenziale, sanità e via dicendo”. Chi potrebbe raccogliere la sfida in Italia?

Non mi sembra ci sia nessuno, oggi, intenzionato a farlo. Mi lasci dire una cosa: i partiti moderati hanno deciso di guardare alle elezioni dello scorso anno come alla fine del mondo, anziché, come a una sconfitta elettorale. Succede in qualsiasi democrazia. Il bel risultato è che la profezia si sta avverando: sono confinati ai margini del dibattito e con l’eccezione di poche individualità sono del tutto afoni. Riusciranno a riprendere un ruolo e a riconquistare consensi, dicendo esattamente le cose che dicono i due partiti di maggioranza, con l’unica differenza che sanno farsi il nodo alla cravatta e stare a tavola senza mettere i gomiti sul tavolo? Non mi sembra una strategia che possa produrre altro che un ulteriore rattrappimento. Se da cinquant’anni trasferiamo soldi da Nord a Sud, e le condizioni del Sud rispetto al Nord peggiorano anziché migliorare, non sarà il caso di provare a fare qualcosa di diverso? Se difendiamo a oltranza il monopolio pubblico nella scuola e nella sanità, e la qualità dei servizi arranca, non sarà il caso di vedere se è possibile immaginare soluzioni diverse? Per farlo, però, bisogna accettare di abbandonare l’impostazione culturale di cui parlavamo prima. E’ costoso e difficile per chi si è abituato a dare al mercato la colpa di tutto, e a pensare che lo Stato sia la soluzione per qualsiasi problema.

Cinzia Ficco

Riproduzione riservata