Alessio Lega

Gli piace passare per uno con il cuore tenero. In realtà Alessio Lega è uno così tosto che, per inseguire il sogno di essere libero, ha rinunciato ad uno stipendio fisso, e “fregato” Satana.

Leccese, del ’72, é vissuto in Puglia sino all’età di diciotto anni. Poi è scappato a Milano, dove vive da musicista. Niente più orologio al polso e, soprattutto, niente più regole dall’alto. E il riferimento non è solo a quelle imposte dal datore di lavoro. Alessio, infatti, è un anarchico, che sogna un mondo di persone oneste, capaci di autoregolamentarsi. “Forse le cose cambieranno – fa sapere – io il mio contributo l’ho dato, e il coraggio di rompere con certi schemi rigidi e ripetitivi, capaci di assorbirti fino al midollo, l’ho manifestato”.

Ma leggiamo insieme la storia del Bakunin leccese che, con parecchie rinunce, è riuscito a realizzare il suo sogno di libertà. E questo al di là delle sue idee politiche, che possono essere più o meno condivise.

Quando ha lasciato il Tacco d’Italia?

Mi sono trasferito a Milano nel 1990 per imparare a realizzare fumetti. Dal 1985 al 1997 mi sono occupato di disegno e illustrazione. Poi ho dovuto cercare un posto fisso. Per dodici anni sono stato negli uffici di una grande azienda.

Perché ha mollato?

Non ne potevo più. Svolgevo il mio lavoro come in trance. Passavo il tempo a guardare i minuti scorrere sull’orologio. Alla fine mi sono detto: è assurdo perdere la vita per guadagnare uno stipendio. Quanto era libera di esprimere le sue idee politiche in azienda? Io mi considero un moralista, di quella particolare razza che non vuole imporre la propria morale agli altri, ma che non si lascia imporre quella degli altri.

E quindi? Ha lasciato un posto sicuro per questo?

Questo suona un po’ esageratamente eroico! Diciamo che l’attività sindacale nella mia azienda non era “gradita”. Quasi ogni giorno usavo la pausa pranzo per distribuire volantini ai cancelli. La cosa mi ha creato parecchi problemi. Tante le ritorsioni che ho subito. Ma non è la battaglia a farmi paura, è la noia. Me ne sono andato, perché mi ero scocciato. Avrei sopportato tutto il resto.

Ha lasciato il suo lavoro forse più per una questione caratteriale, che per differenti opinioni politiche? Ma ci spieghi quali sono i punti fermi del suo pensiero.

Credo in una redistribuzione più equa delle ricchezze e nell’autodeterminazione. Considero la proprietà privata un furto. Lo Stato non dovrebbe esercitare alcuna autorità sui cittadini. Lo Stato non dovrebbe esistere. Immagino un mondo, in cui ognuno faccia per sé, un mondo che si regga sulla solidarietà reciproca.

Ma immagina forse anche un mondo in cui, per esempio, ognuno si faccia giustizia da sé. Dunque, più violento!

Senza dubbio meno violento di quello in cui viviamo. Conti i delitti compiuti per ragioni patrimoniali e quelli commessi per altre ragioni. Sottragga gli uni dagli altri e avrà la risposta alla sua domanda.

Un mondo così fatto presupporrebbe un’onestà collettiva, un senso di responsabilità di tutti, che è un’utopia. Oggi ci sono evasori fiscali tra i ricchi, cioè tra persone che non hanno bisogno di una più equa redistribuzione delle ricchezze. Per lei, questi ultimi si autodisciplinerebbero e diventerebbero dei moderni Robin Hood?

Ogni pensiero politico è in sostanza un’utopia. Se le autocrazie non avessero delle falle non sarebbe possibile rovesciarle. E’ sotto gli occhi di tutti quanto la nostra democrazia, fondata sul lavoro di tutti e sulla rimozione delle disuguaglianze, sia solo un sogno. Ogni formulazione politica astratta è utopica, in quanto va poi parametrata e applicata a una situazione reale. Fra le utopie io scelgo quella che a me pare più bella e più realistica: quella di un mondo di eguali.

Ci racconta qual è stato l’episodio che l’ha spinta a tagliare la corda?

Nessun episodio in particolare: una lenta presa di coscienza e un lavoro su me stesso per superare la paura dell’ignoto e della vita precaria.

Si è pentita?

Mi pento il 27 di ogni mese, quando non trovo lo stipendio versato sul conto in banca. Per fortuna ho tutti gli altri giorni per essere libero, felice di non pagare con la mia vita il diritto di avere un tetto sulla testa e un piatto di minestra a tavola.

Come considera coloro che non sono anarchici?

Non ho mai conosciuto uno che mi dicesse: “Ho assolutamente bisogno che qualcuno mi dica tutto quello che devo fare”. L’unica differenza con tutti coloro che non si definiscono anarchici sta nell’incapacità di tradurre un’aspirazione naturale sul piano esistenziale e politico.

Se le dico regole, cosa mi dice?

Che finché nessuno le impone a un altro, vanno tutte bene.

Ma non esistono regole pubbliche che vengono rispettate solo in modo spontaneo, senza l’uso della forza! Non avrebbero senso. Ora fa il musicista?

Ora vivo da musicista, e faccio il musicista.

Le sue regole sono, dunque, soltanto quelle del pentagramma. Che tipo di testi scrive?

Quando si comincia, si scrive di tutto, perché si pensa di poter dire la propria su ogni argomento: l’amore, la lotta, la morte. A me oggi interessa scrivere sopratutto storie. Nelle storie c’è già tutto, nella narrazione si è meno astratti e non si rischia di trasformare le proprie idee in aride sentenze.

Cosa suona?

Suono soprattutto le mie canzoni, ma mi porto dietro una cosmogonia di maestri e spiriti affini. Così ho in repertorio molte canzoni francesi (Brassens, Brel, Ferré) riadattate nella nostra lingua, qualche omaggio ai grandi maestri italiani, canzoni popolari, poesie musicate. Ora, dice, si sente più libera!Non mi sono mai sentito prigioniero, sapevo che in qualsiasi momento me ne sarei potuto andare. Prima mi sentivo libero, ora lo sono. Non è detto che sia più facile. Ma guadagno ciò che voglio: quasi niente!

Come vive?

Cito e dico: Muoio come sono vissuto: al di sopra delle mie possibilità. Rinuncio a Satana, cioè al denaro e recupero tempo.

Se potesse lanciare un messaggio al suo ex datore di lavoro, cosa direbbe?

Uno che fa il “capo” non è interessato a null’altro che al potere. Dunque, non ho nulla da dirgli.

Il poeta, il musicista cui si ispira?

Mi interessano moltissimo proprio i rapporti di interazione fra musica e poesia: Prevert-Kosma, Brecht-Weill, Elytis-Theodorakis. In Italia mi pare grande fonte d’ispirazione ciò che fecero negli anni ’70 Roversi e Dalla assieme.

Secondo lei non è proprio ipotizzabile un mondo migliore di quello in cui viviamo, ma con delle regole precise? Chi vedrebbe alla guida?

È difficile ipotizzare un mondo peggiore. Quanto alla guida, beh, guida il migliore dei piloti sulla piazza, purché non abbia la pretesa di decidere dove si va.

Una guida non guida, insomma. Cosa le manca della Puglia?

Nulla, quando mi manca qualcosa prendo un treno e ritrovo tutto.

Progetti per il futuro?

Rifiutare il premio Nobel.

Alla fine si considera un tipo tosto?

No.

Perché?

Tengo più alla tenerezza che alla durezza.

Cinzia Ficco

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