“Urla con una voce fortissima che non riesco a fare smorzare e calci e pugni se mi avvicino. Mi afferra il polso e cerca di girarmelo con la forza, mi afferra la mano e conficca le sue unghie nelle mie dita. Lo scanso, reagisco, lo spingo sul letto. Riprendo il controllo, mi seggo sulla poltroncina a capo del letto, cerco di calmarlo con le parole, affidandomi più che al loro significato, al tono della frase, ad un ritmo rasserenante. Tutta questa violenza mi sgomenta. Mi pare, a momenti, che il cuore mi si spezzi”.

Il cuore di Maria Sandias non si è spezzato, ma ci è mancato poco. Negli anni di malattia del marito ha dovuto attraversare quello che lei chiama il deserto della sua vita. Ha combattuto con la malattia, l’Alzheimer, che ha progressivamente trasformato il marito in una persona diversa, straniera, a volte persino nemica, mentre il suo corpo perdeva autonomia ed era da lavare, vestire, imboccare. È sopravvissuta grazie all’aiuto della fede, della psicanalisi, dei familiari, delle amiche e della scrittura, che definisce il più potente esercizio di allontanamento dal dolore.

“Quando mi sentivo umiliata, impotente, ferita, confusa e profondamente sola – mi dice – annotavo quello che mi succedeva per prenderne le distanze. Scrivendo, era come se riuscissi a distaccarmi dalla sofferenza, a spostarne il peso, o forse a cercare qualcuno con cui condividerla. Mi sembrava che, raccontando degli improvvisi gesti di violenza, degli strani rapporti che c’erano a quei tempi fra lui e me, non fossi io a vivere quella storia. Immaginavo di descrivere l’esistenza di qualcun altro e solo così riuscivo a respirare, anche se per pochi minuti”.

Le sensazioni, le impressioni che Maria ha raccolto dal 2000 al 2003 – anno in cui suo marito è morto – sono diventate un diario, pubblicato nel 2005 da Armando Editore e intitolato “Smarrirsi – La mente nel labirinto”. Pagine crude, impietose, essenziali, in cui l’autrice, senza mentire mai a stessa, alterna speranza e disincanto e parla dell’Alzheimer come di un insulto alla vita del suo compagno, ex dirigente Rai, una persona brillante, dinamica, socievole, sportiva, che a 50 anni aveva voluto imparare a sciare e che la malattia ha prima trasformato in una persona tanto diversa, quasi sempre ossessionata dalla gelosia, progressivamente sempre più dipendente dagli altri.

Nelle centoquaranta pagine del suo diario c’è la grande umanità di una donna generosa, determinata e nello stesso tempo fragile, che tra molti sensi di colpa e la solitudine di chi vive l’umiliazione di non essere più riconosciuto, è riuscita a mantenere un certo equilibrio.

“Quando – spiega – vivi in simbiosi con una persona che dice che una cosa rossa è verde e non può ammettere di sbagliare, rischi di diventare folle. Per ore e ore ogni giorno gli spiegavo e gli ricordavo le stesse cose, parlavo, ma era inutile e mi stancavo tanto”.

“All’inizio l’ho sostenuto fingendo, appoggiandolo, giustificandolo agli occhi degli amici, dei vicini, dei titolari dei negozi in cui andavamo per i primi tempi a fare insieme la spesa. Ho rammendato le sue lacune, facendo violenza a me stessa. Ma poi, quando ho iniziato a sentire i suoi passi strisciare sulla mia vita, a non avere più tregua dalle sue ossessioni e dalle sue minacce, non ho più retto e, con l’aiuto dell’analista, ho capito che dovevo prendere le distanze. Se hai sulle tue spalle un peso così, non puoi lasciarti andare, abbandonarti nel dolore”.

“Se hai una responsabilità tanto grande, se la vita di altri dipende da te, devi farti forza, quasi irrigidirti e nello stesso tempo chiedere aiuto. Sotto la guida dell’analista ho cominciato a fare piccoli esercizi quotidiani di distacco, esercizi mentali e anche fisici. Ricordo che i primi tempi mi imponevo di uscire per pochi minuti per raggiungere il bar all’angolo della strada. Con il tempo ho allungato le mie distanze, mi costringevo ad andare al cinema, a teatro con le mie amiche. Anche se la distanza dalla sofferenza che colpisce la persona che ami non è mai troppa. Solo con i mesi e il grande lavoro su me stessa sono riuscita ad attutire il dolore che provavo quando lo lasciavo in compagnia di badanti. Se da un lato cercavo degli altrove in cui scappare, dei personaggi in cui rifugiarmi con la scrittura, dall’altro provavo ad impormi su di lui e la sua malattia. Quando, perdendosi nel labirinto dei suoi ricordi lontani senza alcun aggancio con il presente, lui spostava violentemente il piatto, si impuntava e diceva: ‘Io non mangio’, io provavo ad affermare me stessa, e ribattevo: ‘E io mangio’. Ci sono, ragiono. Mi oriento. Ancora mi oriento. Tante volte ho avuto paura di alzarmi in volo e diventare un niente, un’entità tutta rarefatta, che si perde nell’aria. E allora mangiavo e confidavo di non perdermi nel volo. Ogni giorno, tentativi nuovi per alfabetizzarmi alla vita, e nell’arco di poche ore continui giochi di equilibrio per non perdermi”.

“Quando è morto non ho provato sollievo. E’ stato un grande vuoto. Per tanti mesi, quando uscivo di casa, sentivo la necessità, quasi l’ansia di rientrare. Lo immaginavo immobile nella sulla poltrona ad aspettarmi. Dopo tanti anni dalla sua morte ho capito la violenza improvvisa dei suoi gesti. Era solo la paura di essere abbandonato a renderlo aggressivo. Vedendo me, forse trovava un poco di sé, un pezzetto della sua identità. E il desiderio sessuale agli inizi della malattia era solo un modo per non perdere il contatto con la sua identità e la vita. Dopo essere sopravvissuta ad una esperienza che per poco non ha trascinato nel buio totale anche la mia vita, penso di poter superare altre difficili prove. Mi sento più forte e più serena. E soprattutto ho capito che la vita è un cammino in cui non possiamo permetterci di rimanere soli e affrontare da soli le nostre sofferenze. Ho imparato a chiedere aiuto”.

Da alcuni anni Maria fa parte dell’associazione Alzheimer Uniti e aiuta, con la sua testimonianza, le famiglie che assistono malati di Alzheimer. “Do il mio supporto psicologico ai familiari – afferma – ma non riuscirei più ad aiutare materialmente un malato, non riuscirei a vederlo risucchiato nel vuoto, senza più memoria di sé e degli altri. Dopo quindici anni non riesco ancora ad incrociare gli sguardi smarriti e inespressivi di questi malati”.

Negli anni in cui ha accudito suo marito, Maria ha scritto racconti e lavori teatrali. Continua a scrivere e dedica molto tempo alle sue nipoti.

Maria Sandias è nata nel ’39 ad Alcamo, ma da molti anni “vive a Roma. Ha collaborato con la Rai, scrivendo testi per trasmissioni televisive per bambini e radiodrammi, sceneggiati e altri programmi per la radio. Si è soprattutto dedicata al teatro. Ha pubblicato racconti in antologie ed è autrice del libro “Il vino e i gelsomini” (Lecce, 2004).

Cinzia Ficco

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