Trentotto anni, torinese, disabile congenito, ex giocatore di basket, pilota di quad.

Il 13 ottobre prossimo realizzerà l’ennesimo sogno della sua vita e il 30 settembre con Gianluca Pessotto e Josefa Idem sarà ospite del TEDxTorinoSalon, presso WINSWorld International School of Torino. Parlerà non dei suoi successi, ma di come ci si rialza dopo una caduta, quindi di come allenarsi alle sconfitte. Il tema dell’appuntamento è Game Over / Learn Over.

Il tipo tosto, questa volta, è Andrea De Beni, che cammina con una protesi da quando era piccolo, ma ha sempre giocato a basket in piedi, in squadre totalmente composte da atleti non disabili, militando per breve tempo nelle giovanili dell’Auxilium Torino fino ad arrivare in serie D Promozione. Un tipo spiritoso, profondo, oltreché determinato, che in questa intervista ci racconterà come lo sport abbia spostato gli equilibri della sua vita, aiutandolo a trasformare le sconfitte in virtù.

Di sé Andrea dice subito: “Sono sempre stato un tipo con il piede per terra. I miei sogni non sono mai stati desideri irraggiungibili, ma piccoli e concreti traguardi quotidiani. Forse, proprio puntare a piccole vittorie, semplici da realizzare, mi ha abituato a superare le difficoltà di tutti i giorni. Il mio sogno più grande, quello che ho faticato a raggiungere, è stato forse diventare padre accanto a quella che da dieci anni è mia moglie, Raffaella. Con lei ho avuto due bambine, Miriam di 7 anni e Tea di 3. Non c’è cosa più importante di questa. Tutto il resto, anche quello che può sembrare irraggiungibile, per me è qualcosa di accessibile. Come giocare con la Nazionale Italiana di Basket”.

Da quando avevi due anni cammini con una protesi. Cosa ti è successo?

Sono nato con una malformazione congenita al femore destro, che non si è formato. La mia gamba destra è lunga poco più della mia coscia sinistra e termina con un piccolo piedino che le mie bambine hanno simpaticamente ribattezzato Michelino. I miei genitori hanno fatto realizzare la prima protesi intorno ai due anni, non appena ho mostrato – come tutti i bambini piccoli – il desiderio di camminare, cercando di tirarmi su. Ripensandoci, dev’essere stata una bella emozione!

Qual è stato il periodo più tosto?

I miei genitori si sono separati quando io avevo 17 anni. Fino ad allora, ho dato la colpa di tante disfatte personali e familiari, compreso il crollo del matrimonio dei miei, alla mia gamba, alla mia diversità. Gli episodi di quello che oggi, con troppa superficialità, finisce sui giornali con il nome di bullismo, sono stati tanti nei miei confronti. Eppure non penso che le prese in giro e le mancanze di rispetto rappresentino per forza un problema.

Perché?

In fondo, quando uno sfotte qualcun altro, si prende la responsabilità di sentirsi superiore e deve fare i conti i suoi demoni: la frustrazione. A volte, penso a quei campioni dello sport che raggiungono una finale importante e la perdono. Le derisioni, specie oggi, con i social sempre più invadenti, non si contano. Eppure la giornata, terribile, di questi atleti che ci provano, è mille volte più significativa di chi si limita a criticare, insultando. Loro sono andati in finale, sono secondi al mondoin qualcosa, è vero. Ma tu, che hai fatto sport solo in parrocchia, ti senti superiore?

Chi ti ha aiutato?

Molte delle difficoltà le ho superate non da solo. Le persone che più mi hanno amato, nella mia crescita personale, sono quelle che – molto semplicemente – non hanno fatto niente. Può sembrare strano, ma è così. I miei genitori non mi hanno fatto sconti, come i miei amici con cui ho giocato a pallacanestro per vent’anni. Neanche in amore, negli affetti, ho mai trovato qualcuno disposto a provare una qualche forma di compassione, un aiuto. Mi hanno trattato come uno di loro, permettendomi di crescere in un ambiente sincero, concreto, vero, vivo.

Tanto che hai gareggiato con normodotati.

Sì. Con e contro. Ma tengo a precisare che non è stata una scelta consapevole. Io non ho scelto di giocare a pallacanestro in piedi, è stato il basket a volerlo. Se avessi conosciuto per primo, o in maniera più intensa, il basket in carrozzina, probabilmente avrei giocato sulla sedia a rotelle per vent’anni. A volte, specialmente a certe età, le scelte che facciamo sono intuizioni. Non sono ponderate. Sono felice di questa scelta perché il basket – quando ho iniziato avevo 13 anni – era quello che mi serviva per sbocciare, perdere la vergogna del mio corpo, chiudere con l’imbarazzo e rinascere come essere umano. Ho percepito quella che oggi chiamiamo inclusione e l’ho vissuta intensamente su un campo da basket, concentrato com’ero a giocare, attaccare, difendere, vincere. E questo ha condizionato tutte le mie scelte, personali e professionali, facendomi diventare la persona che sono. Lo sport mi ha aiutato tanto perché è un linguaggio universale: se tu mi fai canestro in faccia, io, con l’azione successiva, cerco di impedirtelo. Che tu sia uomo o donna, con una gamba o con due, alto o basso. E’ lo sport che detta le regole. Può esserci un attimo di imbarazzo, nei compagni e negli avversari, quando ci si ritrova con o contro un ragazzo su una gamba sola. Ma se poi quello segna, stoppa, difende, gioca, beh, allora non lo si vede più come un ragazzo con una gamba sola, ma come un avversario da battere o un compagno a cui passare la palla per l’ultimo tiro, anche quello vincente.

Perché hai scelto proprio il basket?

Ho giocato a basket senza interruzioni dai 13 ai 37 anni. Ho corso con il quad, gare di endurance e cross dal 2007 al 2017, e da un anno e mezzo pratico CrossFit per tre-quattro volte la settimana. Tutti questi sport sono legati da un filo: lasciano scoperti i miei limiti. Non ho subito compreso la ragione di queste scelte, ma col tempo ho scoperto che mi hanno permesso di lavorare fuori dalle mie comfort-zone e maturare.

Cosa ti fa stare male?

Non sopporto le lamentele. Una coda di un’ora sarà un buon momento per leggere. Un lavoro difficile in ufficio diventerà l’occasione per imparare cose nuove. Se c’è una cosa che proprio non so fare nel CrossFit, sarà proprio quella che inizierò a curare di più. Perciò non ho molta pazienza con chi si lamenta e rimane passivo, perdendo tempo. Nel mio primo stage lavorativo, mi è toccato fare fotocopie per ore e ore, come capita a tanti ragazzini all’inizio del proprio lavoro.  Ma non me ne sono mai lagnato. Leggevo dalle fotocopie e mi informavo, studiavo. Alla fine questa mia curiosità è stata premiata. Tra lo stupore dei miei colleghi sono stato assunto (Intesa Sanpaolo). C’è sempre una chiave di lettura positiva, anche negli aspetti meno divertenti della vita, che ti aiuta a trasformare le fase più buie e a renderle preziose. Oltre alle lamentele, non sopporto il pressapochismo, quella tendenza a non entrare nel merito delle cose. Credo che la superficialità porti poco lontano. E ancora, faccio fatica a tollerare il modo con cui si tratta la disabilità. Si è passati dal poverino al supereroe, bruciando le tappe. La verità sta nel mezzo. E poi, non si deve per forza dimostrare qualcosa a qualcuno. Si può vivere con serenità la propria vita. Io non faccio sport per poterlo raccontare, ma perché mi piace, mi fa bene e mi fa stare bene. Parlare della mia esperienza è un di più, non è il motivo dominante.

Parliamo del tuo progetto. Il 13 ottobre si parte. Sembra un’idea unica in Italia!

Esatto. Il box di CrossFit, in cui mi alleno da un anno e mezzo – CrossFit La Mole – sta per spostarsi in un centro multi-sport dal nome:  La Mole Sports Academy, la cui sede sarà a Rivoli, in provincia di Torino. Lì si potranno praticare più sport. Oltre al CrossFit, l’arrampicata, lo yoga, il pilates, il brazilian ju-jitsu, il weight-lifting, il calisthenics e molto altro. Il progetto, che si chiama, Adaptive Academy, è trasversale a tutte le discipline e nasce da un’idea mia, di Luca Casciello – proprietario del centro – e Carlo Mazzola, fondatore dell’omonima fondazione. Con l’aiuto di personale altamente qualificato gli atleti disabili potranno allenarsi con quelli normodotati, gratuitamente, e per molte ore al giorno. Non è un progetto destinato solo a creare una preparazione atletica funzionale ad altri sport. Ci auguriamo che per qualcuno diventi l’accesso al mondo sportivo. Dunque, un approccio diverso alla disabilità. Ci sarò anche io e mi allenerò con i ragazzi che mi affiancheranno nel progetto. Vogliamo diventare un punto di riferimento regionale e, perché no, nazionale per queste discipline. L’idea è stata finanziata con un primo budget annuale che ha l’obiettivo di coprire abbonamenti e tesseramenti per una decina di sportivi e, soprattutto, di formare i coach delle varie discipline con ottime certificazioni. Il progetto, come si vede, non punta sull’acquisto di beni materiali per disabili – come succede in molti centri sportivi- ma sul disabile, che dovrà impegnarsi sodo per crescere.  Il progetto ha una durata almeno triennale ed è esportabile anche in altre regioni.

Il 30 settembre sarai ospite al TEDx Salon di Torino. Cosa dirai?

Si parlerà dell’importanza della sconfitta, e noi ospiti la racconteremo da tre punti di vista differenti. Non darò consigli e non farò il superuomo. Questo è sicuro. Credo molto nel detto Leading by example. Io vivo la vita con grande serenità, amo il mio corpo per quello che è e per quello che mi permette di fare, ci sto bene e non provo vergogna alcuna. Ma non sognerei mai di consigliare a qualcuno di vivere come o di fare quello che faccio io. Ogni essere umano ha la sua sensibilità, i suoi tempi, il suo carattere. Non amo certi messaggi, condivisi dai social o su alcuni libri, in cui persone con handicap indicano la via da seguire per essere felici, dicendo agli altri: Sorridete sempre! Chi sono io per insegnare ad un altro individuo come deve stare al mondo? Quindi, domani racconterò come ho vissuto alcuni momenti importanti della mia vita, con sincerità e serenità. Penso sia utile condividere ciò che ha contribuito a farmi stare bene, ma non è scontato che il mio percorso e il mio modo di rialzarmi dalle sconfitte vadano bene per tutti.

Ti senti un tipo tosto?

Se sentirsi un tipo tosto significa fare sport estremi, superare i propri limiti, andare oltre, no. Non credo sia questo che determini la tostaggine. Essere tosti, oggi, significa non cedere alla tentazione di arrivare ad un risultato attraverso scorciatoie perché poi il risultato non arriva. Significa lavorare sui propri buchi di sceneggiatura, sulle proprie difficoltà, sapersi sporcare le mani. Quindi accantonare per un attimo quel che di buono abbiamo costruito e concentrarci sui nostri lati oscuri, amarli più di quelli che gli altri vedono e apprezzano. Essere tosti, oggi, significa lavorare su aspetti che spesso non vengono misurati con migliaia di like sui social. I campioni non si formano nelle partite, ma nelle migliaia di ore di allenamento. Io adoro il sacrificio, lo sforzo utile al raggiungimento del risultato. L’obiettivo finale, se raggiunto, mi dà una soddisfazione incredibile, ma breve. Poi devo tornare a sudare per qualcosa di nuovo, che mi possa far sentire nuovamente limitato. Se è questo che intendi per tipo tosto, sì, allora, lo sono.

Cinzia Ficco

 

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