Quando la morte prende e porta via la persona che ami, sei messo alla prova. E se hai carattere, voglia di non far cadere inutilmente dei sani principii sui quali fai reggere la tua vita e sai d’avere in famiglia persone speciali, ti accorgi di possedere una riserva d’energia che credevi non facesse parte di te.

Con la perdita del marito, Antonia Traficante, nata a Rionero di Vulture nel 1960, inizia un tragitto che la porta, soprattutto grazie alle figlie, a rimboccarsi le maniche, a credere sempre più ai propri valori di vita, ad un altruismo senza pari ed a lottare.

Contro cosa? Lo scopriremo in questa intervista.

Antonia, parlaci un po’ di te.

Partii nel 1979 per emigrare in Romagna, a Bellaria- Igea Marina. Volevo essere indipendente sin da ragazzina. E' stata dura all'inizio inserirmi. A 23 anni gestivo una paninoteca-enoteca-birreria con una socia, poi il cambiamento. Per 23 anni la mia vita lavorativa è stata rivolta al servizio degli ultimi, dei diversamente abili. E' stata un'esperienza bellissima, mi ha arricchito come non avrei mai creduto. Intanto ho messo su famiglia, mi sono sposata e ho avuto due splendide figlie. Vita ideale: il lavoro, la mia famiglia meravigliosa. Poi.

Poi?

Tutto si stravolse, arrivò la malattia di mio marito Angelo come un fulmine a ciel sereno. Mio marito era un uomo simpatico, ironico, bello e, soprattutto, un padre eccezionale. Sapeva tutto delle sue figlie, voleva essere sempre presente, giocava con loro. Con loro tornava bambino. Sia io che lui lavoravamo su turni e dato che avevamo scelto d’essere solo noi a stare con le nostre figlie, facevamo sempre turni opposti. Le vacanze insieme, vivevamo insieme, tutto era insieme.

Cosa è successo dopo?

Angelo lavorava come esattore al casello autostradale, tra quello di Rimini Nord e quello di Castel San Pietro (BO). Fu proprio lui a fare il primo turno alla prima stazione tutta telematica d'Italia. Poi nell'estate del 2002 cominciò a dire che non si sentiva più in forze. I primi di settembre la situazione precipitò: dolori alla gambe e poi alle braccia. Partirono i primi esami, alla fine di settembre la malattia, il ricovero in ospedale, dove rimase tutto il mese di ottobre, poi la diagnosi infausta. Si cominciò con la chemioterapia. Lui seppe tutto dall’inizio, ma non volevamo credere, soprattutto io, che fosse in fase terminale. Morì il 24 Febbraio 2003.

Come è cambiata la tua vita dopo la sua malattia?

Grazie alle mie figlie Francesca e Giorgia sono viva. Senza di loro non ce l'avrei fatta. A me non era morto solo un marito, ma un compagno, un amico, un fratello, un amante, un padre. Lui racchiudeva tutto il mio mondo. Ho vissuto come un automa, facendo la vita di prima, senza nessun coinvolgimento emozionale e sentimentale. Persino con le mie figlie non riuscivo a sorridere, solo pianti e pianti. Tutto questo per molto tempo. In apparenza vivevo solo per loro. Sono state loro a farmi guarire. Il loro amore mi ha fatto tornare alla vita: mi spingevano ad uscire,   frequentare gente, curarmi fisicamente.

In tutto questo c’era posto per Dio?

Ho sfidato Dio. Ho lottato con lui, volevo vincere io, non ho mai accettato la malattia. Noi eravamo troppo felici. Mio marito era pronto, io no.

E ora?

Ho i ricordi belli, ho le mie figlie che me lo ricordano tutti i giorni, ho cominciato a sorridere di nuovo. Anche se ho sempre quel vestito di malinconia che ogni tanto indosso e che fa parte di me.

Con il caso di tuo marito l’Inail ha diagnosticato per la prima volta l’origine professionale di un tumore: è così?

Sì, dopo la sua morte ho cominciato una battaglia per il riconoscimento della malattia professionale, che l'Inail di Roma ha attestato dopo un anno. Il caso è stato il primo, e tuttora è tale, in Italia, ad essere stato certificato in quell’ ambito lavorativo.

Come si è comportata nei vostri confronti l’azienda nella quale tuo marito lavorava?

In tutti questi anni ha cercato di nascondere la verità. E’ diventato un tabù. Appena qualcuno nomina mio marito, tutti tacciono. Sono undici anni che provo a sfondare una porticina, ma tutto procede come se niente fosse successo. Non vogliono che crei un precedente perché farei scoppiare una bomba. Seppur previsti, per quel che so, non ci sono controlli sistematici per la salvaguardia della salute degli operatori ai caselli autostradali.

C’è qualcuno che ti appoggia?

Inizialmente il sindacato, poi mi sono trovata da sola. Perché anche da parte loro silenzi o divagazioni. Ma non intendo mollare. In questi giorni sono riuscita ad avere la documentazione che il sindacato aveva raccolto e prodotto: mi rivolgerò ad un avvocato.

Cosa ti aspetti?

Il riconoscimento ufficiale della malattia professionale. Vorrei che la morte di mio marito non si rivelasse vana. Desidero che gli operatori ai caselli possano avere garanzie reali di sicurezza sul lavoro. Non si può lavorare per morire, ma per vivere.

Qualche volta parli con tuo marito?

Sì, spessissimo. Gli parlo delle nostre figlie.

Ti senti tosta?

Sono caparbia, tenace, ostinata. Sono per la giustizia. Combatto per un mondo migliore. E non mi fermerò.

                                                                                                                                                                                Matteo Selleri

 

 

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