“Dell’Italia mi piacciono le città. Sono bellissime, organizzate, pulite. Firenze è speciale. Guardando Palazzo Vecchio mi sono chiesto come abbiano fatto a innalzare quella costruzione imponente tanti anni fa, quando non c’erano le gru e i ponteggi. A vedere quei pietroni, portati lassù a venti metri d’altezza, ho pensato che gli italiani antichi dovevano essere ben forti”.

Quando vuole attaccare bottone parla di Firenze, Bay Mademba, per tutti Dam, il senegalese che vive a Pontedera, in provincia di Siena, vende libri per vivere e ogni sabato e domenica puoi incontrare davanti alla libreria Feltrinelli di Perugia. Un tipo alto, simpatico, spigliato, che ferma i passanti, chiamandoli fratelli o amici. La sua vita non è per niente semplice. Ha scelto di non vendere orologi, borse, cinture o statue africane. Sebbene abbia fatto per anni il falegname nel suo Paese.

“No – dice – io sono un vu cumprà toscano e vendo solo libri. Soprattutto, per bambini. Il mio sogno è aprire una casa editrice, ho cervello. Ma chissà. Da qualche anno faccio su e giù con il treno per venire ogni week end qui a Perugia. Guadagno solo la metà del prezzo di vendita del mio libro. Non è molto, ma non mollo”.

Sì, Bay ha scritto: “Il mio viaggio della speranza - dal Senegal all’Italia in cerca di fortuna”, edito da Giovane Africa. Un diario, in molti tratti commovente, che racconta quanto il giovane abbia patito per arrivare nel Belpaese. Bay ha dovuto attraversare la Costa d’Avorio, la Turchia e la Grecia prima di sbarcare ad Ancona. Truffato, derubato, taglieggiato, per due volte imprigionato in Turchia, perché privo di documenti, scampato ai pericoli di una traversata su un battello in balia delle onde e confinato per tre mesi in un campo di profughi a Rodi. Il ragazzo si è pure perso per le vie di Atene. Alla fine, è arrivato in Italia. E cosa ha trovato? Tanti amici, ma anche tante persone, che continuano a farlo sentire diverso.

“Quando sono arrivato – racconta– ero piuttosto scoraggiato, perché immaginavo che l’Italia fosse diversa, più ricca, più fastosa, con grandi automobili per le strade, con gente ricca ed elegante, senza ombra di miseria. Pensavo che fosse come l’America, un Paese delle meraviglie, invece, era un Paese soltanto un pochino diverso dal Senegal. Pensavo: qui le genti sono bianche, ma l’ambiente è uguale a quello di casa mia”.

All’inizio per Bay è stata dura, non avendo un permesso di soggiorno. Una vita davvero triste, a rimediare pochi centesimi per un pasto. Ora, vendendo libri, “prodotti che – afferma- non fanno danno – è diverso. E’ stata la mia fortuna, perché in seguito, la casa editrice con cui lavoravo mi ha fatto un contratto di collaborazione grazie al quale ho potuto regolarizzarmi, secondo una legge promulgata appositamente dal Governo italiano, per sanare la piaga degli immigrati clandestini come me. E poi, rivolgendomi a  tutti come un fratello, ho avuto immediatamente successo e sono riuscito a ingranare nel mio lavoro”. L’espressione, però, non gli ha portato sempre fortuna.

“Una volta – dice-  che mi rivolsi a una persona, chiamandola fratello, questa mi rispose sprezzante: sorella. Ma perché mi chiami sorella? dico io. E lui: Non sono tuo fratello. Certo, gli spiego io, non sei un fratello di sangue, ma sei un fratello di genere umano. Allora lui: E’ vero. In Senegal siamo tutti fratelli e sorelle, anche se non è per sangue. Io uso dunque la mia cultura, la mia etica, nel vendere i libri”.  Quella della pace. “ A volte – continua -  dei negozianti vengono da me a chiedermi se cambio i soldi Oppure facciamo due chiacchiere. Spesso mi raccontano i loro problemi, mi dicono che sono delusi per qualcosa. E io li rincuoro”. Di questo è felice. E’ per esempio entusiasta di Stefano e Stefania, proprietari di un bar a Pontedera, che gli hanno subito manifestato amicizia. E si sono fidati di lui sin dall’inizio. Ma ci sono episodi di razzismo, tanti, che Dam è costretto a sopportare, e che raccoglie nel suo libro.

“Una volta – scrive -  in segno di saluto, volevo dare la mano a una persona. Questa mi ha detto: Non ti do la mano. Io gli ho chiesto la ragione. Mi ha risposto: La mia mano è pulita, se te la do, la sporchi. Allora io: Va bene, però rispondimi, se ti tagli, che vedi, sangue rosso, nero o bianco? Lui: Non so. Io: E se mi taglio io cosa vedi? Sangue rosso. Ecco vedi, ora so che sei ignorante, ma anche se sei ignorante ti rispetto, perché sei un essere umano. Il nostro sangue  potrebbe essere bianco, verde o rosso, ma resteremo comunque essere umani”.

L’amore in Italia, quindi, impossibile? “Certo – replica con il suo italiano abbastanza chiaro – a volte mi prenderebbe la voglia di avere una fidanzata italiana, ma c’è sempre  qualcosa che rende difficile la cosa, c’è una sottile diffidenza e paura che fa da ostacolo”.

Per finire, un giudizio sull’Italia? “Una particolarità dell’Italia – dice – è che la gente sta a casa sua, la vedi solo se va a lavorare o è festa o c’è il mercato. Da noi no, sempre vedi la gente. Tu ogni giorno pensi che ci sia festa perché sempre le genti sono sulle strade. Qui la gente sta chiusa a casa sua e fa i cavoli sua, là in Senegal, la casa è il mondo, le persone entrano, escono, parlano, ti parlano di niente e di tutto. Tutto tutto, fanno tutto”.

Nel cuore di Dam  spesso c'è la nostalgia per la sua terra, soprattutto per sua madre, “che – afferma- spera quanto prima di riappoggiare i suoi occhi sul mio viso. Ha tanta paura, però, di non fare in tempo”.

                                                                                                                           Cinzia Ficco

 

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