Seicentocinquantamila conchiglie. Le ha messe tutte a disposizione del Comune e della Pinacoteca di Città di Castello, in provincia di Perugia, nella speranza che un giorno vengano raccolte in un Museo Nazionale di Malacologia.

Ha faticato tanto per raccoglierle. Anzi, tante volte ha rischiato la buccia. Ma a lui, Gianluigi Bini, 61 anni, fiorentino, la sensazione di stare a pochi chilometri dai Caraibi, pur rimanendo in Umbria, piace condividerla con studenti e appassionati. Perché? Il prof, che ha studiato in Italia Scienze naturali, in Australia Biologia marina, ed oggi si interessa di  Paleontologia umana, ce lo spiega in questa intervista.

Intanto, professor Bini, quando ha cominciato a raccogliere conchiglie?

Da piccolo ero uno dei soliti bambini rompiscatole, che andava in giro con le rane in tasca. Ma non è che oggi sia molto diverso. Ancora adesso continuo a raccogliere un po’ di tutto e, quindi, anche le conchiglie. La mia “Numero uno” ce l’ho ancora: me la regalò un vecchio palombaro di Piombino, quando avevo circa quattro anni. Ho cominciato a raccoglierle non per fare una collezione, ma solo per curiosità. Solo in seguito, accumulando il materiale negli anni per studiarlo, mi sono ritrovato una bella collezione.

Ma le comprava?

Da ragazzo non le comperavo. Mi divertivo di più a cercarle e trovarle, soprattutto, andando a frugare fra le reti dei pescatori. Quando cominciai a studiarle, non le compravo ugualmente.

Perché?

Per due buone ragioni: i soldi mi servivano per comprare i libri, costosissimi. E poi, comprandole, non avrei mai potuto sapere dove fossero state realmente pescate. Oggi sono decisamente contrario ad ogni forma di commercializzazione di animali: vivi o morti che siano, ma per ben altre ragioni. I soli acquisti che ho fatto e che continuo a fare, sono quelli diretti dai pescatori locali. Loro sanno dirmi dove le hanno pescate ed a quanti metri di profondità. Il tipo di ambiente lo capisco guardando gli altri organismi che tirano su con le reti assieme alle conchiglie.

Cosa prova quando  raccoglie conchiglie?

Gioia. Curiosità ed, ancor oggi, stupore: la meraviglia delle forme e dei colori. Il più delle volte non sappiamo di preciso perché ne abbiano di tali, ma una cosa è certa: in natura tutto ha un suo perché e poco, o niente, è casuale. Solo che noi, spesso, ancora non siamo in grado di darci una spiegazione verosimile.

E' stato faticoso raccoglierle e  conservarle? Prima che fosse aperto il Museo delle conchiglie di Città di Castello, dove le custodiva?

Raccoglierle è stato faticoso? Sì e no! Qualche volta ho anche rischiato la buccia, sia in immersione, sia nelle Foreste a Mangrovie fra coccodrilli e serpenti velenosi.

Mangrovie?

Sì, sono le intricatissime foreste acquitrinose d’acqua salmastra alla foce dei grandi fiumi tropico-equatoriali. E le conchiglie che ci vivono sono specializzate a sopportare ogni giorno grandi variazioni di salinità dell’acqua. O le cerchi lì o non le trovi da nessun’altra parte! Prima di realizzare il Museo, le tenevo a casa. Ho un grande casale. 

Quante ne ha raccolte sino ad ora? E, soprattutto, dove le ha trovate?

A catalogo ho circa seicentomila esemplari, pescati da me, da colleghi, ma anche frutto di donazioni, scambi con altri specialisti, e vari musei. Oggi il mio più grande “fornitore” è l’Istituto ISMAR del CNR di Bologna. Tutti mi permettono di studiare grandi quantità di materiali che, annualmente, raccolgono nelle loro campagne oceanografiche un po’ in tutto il mondo, Antartide compresa. Io le studio e loro me ne lasciano una parte per le collezioni, tanto sono sicuri che saranno ben custodite e sempre a disposizione di chi ne avesse bisogno per i suoi studi. Per il resto, ho viaggiato molto, ma dove non sono riuscito ad andare, mi sono fatto mandare materiali in cambio.

Ne ha collezionata qualcuna molto particolare?

Tutte, perché ogni specie ha caratteristiche proprie ed irripetibili.

 Colori?

Dal bianco delle conchiglie abissali o dei mari freddi come l’Artico, al giallo, rosso, viola ed anche verde. Quest’ultimo colore poco comune nelle conchiglie.

 La specie più rara che ha?

La più rara? Non saprei. Ho centinaia di specie considerate rarissime, anche perché alcune di loro, purtroppo, sono pressoché estinte. Il concetto di rarità nelle conchiglie è difficile applicarlo correttamente. Ve ne sono di rarissime, perché vivono a migliaia di metri di profondità e non è decisamente agevole andarle a prendere. Magari laggiù  ce ne sono milioni. Altre si considerano rare, perché vivono solo attorno a piccolissime isole, sperdute nell’immensità dell’Oceano Pacifico. Certe volte, invece, ci sembrano rare, solo perché ancora non abbiamo capito quale sia il loro ambiente d’elezione e, magari, se domani lo scoprissimo, ne troveremmo a migliaia. E’ successo tantissime volte per conchiglie che i collezionisti ancor oggi pagato migliaia di euro e domani le si potranno comprare per cinque euro. Domanda e offerta insegnano.

Quella che cerca da anni? 

Quella che ancora non ho! Dove cercarla? Dove questa vive.

Si potrebbe quantificare il valore della collezione? 

Non avendone mai fatto un commercio, non ne conosco bene i prezzi correnti. Non le so rispondere. Di certo, il loro valore scientifico supera di gran lunga quello economico. Comunque, se le vendessi, vivrei decisamente meglio di come vivo adesso, ma sarebbe come chiedere ad un padre quanto costa suo figlio.

Per essere ben custodite le conchiglie hanno bisogno di condizioni particolari?

Se sono a secco, hanno tre soli nemici: la luce diretta del sole, che le fa scolorire. Quindi, meglio tenerle dentro ai cassetti, e poi la polvere, o meglio, alcuni acari della polvere, che possono rovinare lo smalto, come pure certi funghi microscopici. Se l’esemplare è conservato in alcool, basta cambiare il liquido ogni tre o quattro anni. Nessun altro problema particolare. Il terzo, invece, è il più pericoloso, ma è una somma di varie minacce: incuria, superficialità, bramosia ed altre “virtù” umane.

Quando ha deciso di aprire un Museo e quindi di mettere a disposizione del pubblico le sue conchiglie?

L’ho sempre sognato da quando, grazie a mio padre, ho iniziato a frequentare i musei nella loro accezione più ampia. Non avendo la brama di possesso delle mie conchiglie, brama peraltro legittima d’ogni collezionista puro, ho sempre sognato di creare un Museo.. Mi piace mostrare queste meraviglie della natura, ma, soprattutto, m’interessa “farle parlare” dei complessi meccanismi ecologici del mare, degli stratagemmi che alcune specie usano per mangiare o riprodursi. Pensi che ci sono alcuni esemplari che nascono maschi e poi diventano femmine. Altre, invece, possono cambiare sesso più volte nella loro vita. E mille altre curiosità. Come le ho detto, prima le tenevo a casa mia, ma ne godevo solo io ed i miei colleghi che venivano a studiarle. Troppo poco.

 Invece?

Beh, mi dà più soddisfazione metterle a disposizione di tutti, soprattutto delle scolaresche. E poi mi hanno detto che me le potrò portare dietro dopo morto!

Cosa può rappresentare per l'Umbria, regione interna, un Museo delle conchiglie?

La conoscenza non deve avere né barriere, né essere confinata al loro luogo d’origine. Prenda l’esempio che le farò, non come uno stupido paragone, ma solo come un paradosso: chi non capisce il perché di questo piccolo museo in Umbria, dovrebbe fare la stessa domanda alla città di Torino che, dopo quello de Il Cairo, ha il più importante museo egizio del mondo! E, quindi, la risposta è una sola: conoscere! Divulgare!

Quanti visitatori ogni anno conta il Museo?

Finché il museo rimarrà in questa sede, l’ingresso è gratuito e, quindi, impossibile risponderle con dati reali, perché non posso contare i biglietti staccati. Le dico solo questo: in genere, solo due visitatori su dieci lasciano traccia di sé sul libro delle firme. Ho calcolato che, in quasi cinque anni, siamo prossimi ai quarantamila.

Se le dico Museo e turismo in Umbria, cosa mi risponde?

Quando il Museo avrà tutta la necessaria pubblicità, sicuramente darà un contributo maggiore all’industria turistica. Tenga presente quello che, da anni, hanno capito molti altri Paesi: per ogni euro investito nella cultura, ne ritornano cinque.

Forse, se le città Perugia-Assisi diventano capitali europee della cultura, le cose cambieranno! Ma oggi come valorizzare il Museo? Quindi cosa chiedere alle istituzioni?

Da parte del Comune sarebbe sufficiente dar seguito alle promesse di Bettarelli, vicesindaco ed assessore alla Cultura, che si è impegnato a promuoverlo. Siamo una piccola città e, come il resto d’Italia, abbiamo anche altri problemi ben più contingenti. Alla Regione, soprattutto, chiedo un sostegno economico per la biblioteca scientifica. Se non si aggiorna costantemente una biblioteca dedicata alle lingue morte, è un danno, ma il danno diventa gravissimo, se il taglio colpisce una biblioteca scientifica. La scienza va avanti tutti i giorni a ritmi logaritmici. Le basti sapere che, ogni anno, vengono descritte centinaia di nuove specie e ci vogliono tante risorse per cercare di restare un po’ aggiornati.

Ci sono in Italia e in Europa altri Musei  come quello di Città di Castello?

Sia in Italia che in Europa ci sono molte piccole entità scientifiche locali che si occupano solo di malacologia, ma di grandi musei specifici non mi risulta. In Europa tutti i grandi musei hanno delle imponenti collezioni storiche. Basti pensare solo a Parigi, Londra, Berlino e Madrid, solo per citarne alcuni dei maggiori. Anche in Italia ci sono importanti collezioni: Roma, Firenze, Milano, Bologna, ma inaccessibili al grande pubblico ed, in particolar modo, alle scolaresche. Si possono solo ammirare i pochi esemplari esposti. Ci sono poi alcune grandi strutture commerciali di settore che espongono le conchiglie, ma il loro scopo principale non è quello di una pura e semplice divulgazione, quanto quello, altrettanto legittimo, di trarne un profitto tramite il commercio.

Quando si può visitare?

Tutti i giorni escluso il lunedì, per la chiusura settimanale della Pinacoteca comunale. Come ho già detto, la visita è gratuita, e per le scolaresche, lo rimarrà anche nella nuova sede.

Le scuole, dunque, sono interessate a visitarlo? Ci sono progetti particolari con gli istituti scolastici?

Non mi piace chiamarlo “museo”. Almeno nel concetto che abbiamo in Italia di queste strutture. Il termine mi fa venire subito in mente qualche cosa di vecchio e polveroso, riservato solo a quelli che chiamiamo gli “addetti ai lavori”. Preferisco definirlo come una grande aula didattica, con annesso uno spazio espositivo per i meno interessati. Quando l’ho progettato, l’ho volutamente ideato proprio per le scuole, quale sussidio didattico alle nostre croniche carenze pubbliche. Quando viene uno specialista e vuole vedere qualche cosa in particolare, apro solo i cassetti che gli interessano. Ma quando vengono le scolaresche, apro tutto.

E cioè?

Subito porto i ragazzi nel laboratorio, dove metto a loro disposizione microscopi, strumenti vari e materiale biologico per fare un’esperienza diretta.  Diciamo che qui tutto è stato pensato in funzione delle scuole e il 90% delle attività che svolgo ha fini didattici. Solo il restante 10% ha uno scopo puramente scientifico.

Il prossimo viaggio che farà per raccoglierne altre?

Se paragoniamo il corpo umano ad un’automobile, potrei risponderle che, se anche la mia carrozzeria sembra ancora in buono stato, il motore ed i miei organi di trasmissione hanno già fatto forse troppi chilometri ed è rischioso affrontare viaggi impegnativi. E poi manca il tempo. Non lo so!

Il suo sogno?

Se avessi la spudoratezza di paragonare la vita che ho avuto in sorte  a quella di molti altri, mi dovrei solo vergognare e, perciò, non me la sento di parlare di sogni. Mi piacerebbe solo poter dare il via al primo “Museo Nazionale di Malacologia” e, nel giro di due o tre generazioni, magari con l’aiuto di altre donazioni, riuscire a mettere in piedi una vera collezione di riferimento per gli studiosi della materia, con tutto il materiale ben ordinato in una grande banca - dati, per metterlo a disposizione di tutti, anche via Internet. Ci sto lavorando da tempo.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

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