L’Etna in sei ore.

L’ha scalato alla faccia del Parkinson, che l’ha colpita a quaranta anni, quando – dice “mi sentivo forte e quella malattia, che viene agli anziani, non c’entrava niente con me”.

Nata a Piacenza nel ’64, Claudia Milani, al Parkinson, non si è mai arresa.

Infermiera professionale, per ventitré anni ha lavorato con alcuni ginecologi, assistendo coppie sterili. Oggi è presidente dell’Associazione italiana dei giovani parkinsoniani.

“Ho scoperto la malattia a 40 anni – ci racconta - nel pieno della vita, quando mi sentivo forte, invincibile, e pensavo che nulla potesse capolvolgere quello che avevo conquistato al lavoro. Avevo la mia famiglia, un marito, due figlie. E’ arrivato il Parkinson, senza pietà. E so che non se ne andrà più. All’inizio negavo la malattia. Poi è arrivata la fase della rabbia, quella depressione. Una malattia dei vecchi, mi dicevo, cosa c’entrava con me? Solo alcuni anni fa ho cominciato ad accettarla e a reagire. Anche se tante cose sono cambiate. Ho spesso un fastidioso tremore, molte volte perdo l’equilibrio e cado. E poi ho due scatolette sul seno, che generano impulsi elettrici a due elettrodi, posizionati nel mio cervello. Nel 2010 ho subito un intervento di stimolazione cerebrale profonda. Con l’aiuto dei miei parenti e degli amici, che mi hanno sempre spinta a reagire, oggi ho una vita attiva. Una persona in particolare mi ha aiutata tanto: Enzo, siciliano, ma residente negli Stati Uniti, che è un architetto. A luglio scorso la mia prima scalata. Sull’Etna. Stavolta molti di noi hanno fatto i folli fino in fondo, facendo tutto il percorso a piedi, dal Rifugio Sapienza a 1900 metri sino ai 2950. In tutto eravamo circa cinquanta, alcuni venivano dal resto d’Italia, dagli States, altri dalla Spagna, e dalla Germania. L’abbiamo fatto questa volta come le altre volte, prima di tutto per dire al resto del mondo che esistiamo e poi che siamo capaci di fare l’impossibile.  Un gruppo è salito con la funivia, l’altro a piedi. Eravamo accompagnati dalle nostre famiglie. Io ho impiegato quasi sei ore, sono stata tra le ultime ad arrivare.  Ero con le mie due sorelle, Alessandra e Roberta, e un amico, Luca, che ha modulato il suo passo con il mio”.

Cosa hai provato?

La sensazione di assoluta resa del mio corpo, non riuscivo a muovere un passo, nemmeno uno, dopo il tragitto. Ma anche una grande spinta, una carica di entusiasmo difficile da descrivere. Ci ero riuscita.  Era come se avessi scalato la mia malattia. L’Etna ha segnato un punto di svolta di questi undici anni. Arrivare in cima dà una sensazione di immensità, una botta di adrenalina incredibile. Non hai più paura di niente. Oggi mi sento tosta e, soprattutto, molto fortunata. Non temo ciò che accadrà domani. Vivo in modo intenso ogni attimo, senza farmi condizionare da nessuno. Credo nella ricerca. Vorrei tanto sapere perché ci si ammala di Parkinson. Nel frattempo, cerco di non rinunciare a quello che mi rende felice.

                                                                                                                                                                                                                 F.V.  

 

 

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