Cielo e terra s’incontrano. Succede a Gragnano, in provincia di Napoli. Merito di un sacerdote e un po’ di sant’Agostino e san Francesco, che hanno realizzato il sogno di sei giovani disoccupati: un pastificio (Il Mulino). E compiuto quella che don Luigi Ciotti ha definito una meraviglia.

Il tipo in questione è don Luigi Milano, 49 anni di Castellammare di Stabia (Na), residente a Gragnano, dove, da diciannove anni, porta avanti la Comunità parrocchiale di San Leone II. Uno che non ama tanto farsi chiamare con il don, che dice di sentirsi inquieto quanto il filosofo, vescovo, teologo berbero, l’Aurelio Agostino d’Ippona, ma in pace con il mondo e pieno di speranza, come il poverello d’Assisi. Uno semplice, ma determinato, che in pochi mesi, e senza un centesimo di interessi, è riuscito a farsi prestare cento mila euro dalle duecento famiglie della sua Comunità per dare vita ad un progetto, chiamato Gesti di fiducia solidale. Per settimane ne ha parlato con i suoi parrocchiani e in tutti i modi.

“Io e Alessandro il vice parroco – spiega – abbiamo utilizzato tutti i canali comunicativi di una parrocchia: incontri personali e di gruppo, visite alle famiglie, incontri di catechesi, momenti di preghiera. Persino le omelie. Abbiamo fatto capire che si trattava di un gesto solidale, dell’annuncio e della predicazione del Vangelo che si facevano concreti. Insomma, di un segno della Chiesa in uscita, per dirla con un’espressione cara a Papa Francesco. E che non potevano rifiutare. Ho sempre detto che dobbiamo vivere la parrocchia non come un ente religioso che distribuisce solo sacramenti e certificati, ma come famiglia di famiglie. Quindi ci siamo impegnati perché i sei ragazzi, figli di tutte le nostre famiglie, avessero quei soldi e realizzassero il loro progetto. Non è stato semplice. Alla crisi economica si sono aggiunti: lungaggini burocratiche, egoismo e i sospetti di tanti. Abbiamo avuto anche difficoltà a trovare la struttura adatta al pastificio. Ma, sai, molti anni fa abbiamo scelto uno slogan, che sintetizza il segreto del nostro vivere la Chiesa: fare il bene fa bene. Quando la motivazione è la chiara consapevolezza di essere chiamati da Dio ad essere un piccolo segno del suo amore, non si ha paura di niente, nemmeno delle difficoltà, che sono viste come sfide. Siamo una famiglia, in cui ognuno mette a disposizione dell’altro i suoi doni. Questo conta e ci fa andare avanti. Così il due ottobre di due anni fa abbiamo aperto il Mulino e la nostra pasta, che viene venduta a prezzi medio alti, oggi ha due target: Horeca e Gourmet. I ragazzi che portano avanti l’attività in modo autonomo, ne sono orgogliosi”.

Ma torniamo al prestito. Le banche avevano sempre rifiutato di concedere prestiti.
Sì. Non ne hanno concessi né a noi sacerdoti, né ai ragazzi. Così dopo alcuni anni ci è venuta questa idea. Si tratta di un prestito puro e semplice. Con il Consiglio per gli affari economici abbiamo deciso di non fare scritture private, cambiali o creare altri vincoli giuridici. Li abbiamo prestati come fa una vera famiglia. Senza tassi d’interesse, senza quote societarie né a favore della Parrocchia San Leone II, né tantomeno a favore mio o di Alessandro. I ragazzi restituiranno volontariamente mille euro al mese in otto anni. Per il momento l’unica persona che ha riavuto i suoi mille euro è un cassintegrato, che fu, tra l’altro, il primo a prestarli, insieme con Banca Etica, che ne ha dati  altri 100 mila. Non abbiamo mai avuto il sostegno delle istituzioni.

Quante persone ci lavorano?
Sei: due in amministrazione, due in produzione, due in confezionamento e logistica.

Quanto producete ogni settimana?
Diciotto quintali. Non produciamo tutti i giorni perché ogni formato di pasta ha la sua filiera. Ad esempio, il pacchero – che adoro – si essicca in 24 ore. Il giorno successivo viene tenuto a riposo per due ore e poi confezionato a mano. Su sei giorni, per tre giorni si produce, negli altri tre si confeziona.

Quante linee di prodotto ci sono?
Nel rispetto della tradizione, abbiamo realizzato i formati di pasta classici: Paccheri, Mezzi Paccheri, Calamarata, Pennoni rigati, Fusilloni, Lumaconi rigati, Mezze Maniche rigate, Mafaldine corte, Spaghettoni, Occhi di Lupo, Pennoncini rigati, Linguine, Mafaldine lunghe.

Gragnano, città della pasta. Come reggete la concorrenza dei sedici pastifici artigianali e tre industriali?
Mantenendo alta la qualità del prodotto, perché lo trattiamo con cura. Infatti, terminata l’essiccazione, la pasta viene confezionata a mano in un packaging realizzato in poliaccoppiato alimentare di forma cubica, con sistema apri e chiudi per facilitarne l’utilizzo e garantire la fragranza del prodotto. La confezione, oltre ad essere accattivante ed utile, riporta stampata su ogni formato una ricetta studiata da giovani chef emergenti del territorio gragnanese, facilmente cucinabile. Il valore aggiunto della pasta sta nella determinazione dei nostri ragazzi, quasi tutti di età compresa tra i 21 e i 27 anni.

Se ci fossero problemi, come verrebbe restituito il prestito?
Restituiremmo io e Alessandro, il vice parroco di allora, che adesso è impegnato in altre parrocchie ed è presidente di una Fondazione che aiuta i giovani a crearsi un lavoro. Ma per ora sta andando bene. Abbiamo avuto richieste della nostra pasta anche dall’estero, oltreché dal resto d’Italia.

Si pensate di assumere altro personale?
Mi auguro che altri giovani in un futuro non lontano riescano a trovare lavoro in questa azienda.  Servirebbero agenti di commercio per una diffusione capillare del prodotto.

Come hanno preso il vostro progetto le altre Chiese?
Siamo stati ospiti della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale grazie al professore Sergio Tanzarella, che lo scorso anno ha organizzato il Convegno degli studenti. In quell’occasione abbiamo raccontato la nostra storia.  Siamo stati invitati ad offrire la nostra testimonianza da altre Chiese italiane e dai Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta. Il primo complimento lo abbiamo ricevuto addirittura da don Luigi Ciotti, che ha definito questo progetto una meravigliaUn segno di concretezza e di speranza. Abbiamo avuto tantissime attestazioni di merito. In particolare, la Conferenza episcopale italiana, attraverso Progetto Policoro, ci ha dato una mano in termini di visibilità con servizi giornalistici di Sovvenire e di TV 2000 a cui hanno fatto seguito quelli della Rai. La diocesi di Bergamo con il suo vescovo, Monsignor Francesco Beschi, in occasione dell’anno giubilare della misericordia, ha voluto fare tappa al pastificio per sostenere in modo concreto questo progetto di bene.

In futuro?
Vorremmo continuare ad accompagnare come Comunità parrocchiale i giovani in maniera concreta perché possa nascere qualche altra realtà che valorizzi altre risorse del territorio. Da un po’ di tempo stiamo collaborando con l’associazione “A braccia aperte”, che si interessa di bambini autistici. Collaboriamo con suor Rita Giaretta che a Caserta ha messo su una sartoria sociale, denominata New Hope, con ex prostitute, finite in una tratta di schiave del sesso a pagamento, che sono diventate tessitrici di nuove speranze. Da pochissimo abbiamo allacciato i rapporti con un’altra associazione, (R)esistenza, che produce vino, facendo lavorare detenuti.

San Francesco e Sant’Agostino. Dicevi che devi tanto a loro.
Sì. Perché sono state persone inquiete. Hanno avuto il coraggio di operare un passaggio esistenziale: vivevano per sé, poi sono passati a vivere per gli altri, facendo esperienza autentica di fede. Hanno compreso che tutto è perfetta letizia. Per adesso somiglio a loro, poveramente, per l’inquietudine. In questa storia mi hanno incoraggiato a non mollare mai. Se ci sentiamo tipi tosti? Sì, ma senza esaltazione. Abbiamo le spalle larghe, la determinazione giusta e la necessaria audacia di chi non vuol smettere di sognare e progettare, in un momento di transizione come quello che viviamo ormai da troppi anni e in una regione come la Campania. Non possiamo lasciarci affossare dalle negatività. Occorre reagire con progetti concreti di bene. Creare una rete con tutte le buone pratiche presenti sul territorio. Educare i giovani a comprendere che è possibile vivere con dignità, sfuggendo ai lacci della camorra che li seduce tramite il guadagno facile, ma li uccide dentro. Ci stiamo provando e vorremmo continuare a farlo.

                                                                                                                                                                                                                           Cinzia Ficco

Riproduzione riservata