Da Luca Cavalli Sforza a Michael Nyman, da Peter Greenaway a Kostia Novoselov, passando per Ilaria CapuaSamantha Cristoforetti e Jane Goodall. 

È la storia di Manuela Arata, forse, la mamma delle start up in Italia, nata a Asmara (Eritrea) nel ’56 che, dopo il liceo in collegio dalle Orsoline di Cortina d’Ampezzo, spinta dal desiderio di diventare indipendente da una famiglia numerosa e un po’ pesante, ha cominciato subito a lavorare, senza passare dall’Università.

“A 18 anni – racconta Manuela – sono entrata all’Ansaldo, dove sono rimasta per dieci anni come segretaria del settore commerciale. Parlavo bene l’inglese e il francese. Poi ho cominciato a desiderare qualcosa di mio, un lavoro che potenziasse le mie capacità. Mi hanno spedita a costruire con altri colleghi, Genova Ricerche, il primo consorzio tra Università e imprese per il trasferimento tecnologico, diventato in poco tempo un riferimento nazionale per l’innovazione e chiuso in mezzo a vendette politiche nel 1993. Nel frattempo avevo avuto due figli e supportato la comunità scientifica dei fisici della materia, quelli poveri che, mancando di un ente di riferimento, facevano eccellente ricerca, ma senza fondi e senza alcuna considerazione. Dal 1990 sono stata prima dirigente, poi, con la trasformazione da consorzio interuniversitario ad Istituto nazionale per la fisica della materia, direttore generale fino al suo accorpamento al Cnr, avvenuto sotto il ministro Moratti, che, nonostante gli appelli di Nobel e scienziati di tutto il mondo, decise di fermare un’esperienza tanto positiva. Per fortuna lo spirito di quel progetto in parte è stato recuperato nell’attuale IIT, i cui vertici sono tutti di provenienza INFM”.

Poi è arrivato il Festival della Scienza…
Sì, e l’idea, in verità non solo mia, nacque con lo straordinario successo della mostra Imparagiocando3 che, nel 1996, a Palazzo Ducale, contò 17mila visitatori paganti in 10 giorni. Subito cominciammo a proporlo inascoltati, fino a quando in vista del 2004 – anno in cui Genova sarebbe stata Capitale Europea della Cultura – il sindaco di Genova aprì dei tavoli della cultura per raccogliere nuove idee.

A quel punto?
Vittorio Bo – uscito da Einaudi – propose al primo cittadino di fare una settimana di letture scientifiche. In poco tempo  tutti e tre mettemmo insieme un progetto straordinario, che nel 2008 contò quasi 4 milioni di bilancio e 250mila accessi alle quasi 400 iniziative sparse per tutta la città.

Con quali obiettivi?
Volevamo portare la scienza fuori dai laboratori e renderla accessibile con mostre, spettacoli, laboratori interattivi, conferenze, film. L’appuntamento con la Scienza qui a Genova, conosciuto anche negli States, andò avanti per tredici anni. Io da presidente avevo rapporti con la comunità scientifica, la città e i giovani, Vittorio, come direttore, aveva contatti con il mondo della cultura a livello internazionale e cercava i grandi sponsor. L’impegno di tutti e due è stato notevole. Abbiamo cambiato il Dna della comunità scientifica che, con i nostri sforzi, ha imparato a dare il giusto peso alla divulgazione del sapere anche tra i non addetti ai lavori.

Poi?
Ricordo che, per realizzare il Festival nella città dei veti incrociati, costituimmo un’associazione in cui negli anni sono entrati gli enti locali e i grandi enti di ricerca nazionali. Un’avventura bellissima, che ha coinvolto scienziati di tutto il mondo. Con l’insediamento dell’amministrazione precedente, tutto è cambiato. Nel nostro progetto è entrata la politica. Io e Vittorio siamo stati estromessi. E questo, nonostante fossi stata insignita della medaglia d’oro della Città di Genova, e avessi ricevuto riconoscimenti da Ciampi, Hollande e a Shangai. Sono stata molto male.

Il Festival ha perso la sua natura?
Non ho mai temuto che il Festival perdesse la sua originalità, nonostante i giochi politici. E questo perché è ben impostato e poi ormai siamo alla sedicesima edizione. Ma i politici dovrebbero tenersi fuori e non appropriarsi dei progetti di altri.

Chiusa l’esperienza del Festival, hai dato vita ad un altro progetto…
Sì, perché vince sempre la voglia di riprovarci. E a giugno del 2016 è nata l’Associazione Genova Makers’ Village. Oggi i soci sono più di 50. La finanziaria regionale ci ha concesso uno spazio di 250 metri quadrati all’interno dell’incubatore BIC di Genova, dove stiamo realizzato un laboratorio di creatività tecnologica a sua volta incubatore di nuove imprese. In giro per il mondo e anche in Italia ci sono i cosiddetti FabLab, che seguono un modello disegnato da chi ha fatto partire il movimento dei Makers dagli Stati Uniti. Noi stiamo cercando di fare una cosa ancora più ambiziosa.

E cioè?
Creare un luogo in cui gli appassionati di elettronica e informatica lavorano con i giovani e le PMI a cui vogliamo offrire un luogo per sperimentare le nuove tecnologie, come facemmo a Genova ricerche negli anni ’80. A quell’epoca creammo una show room delle tecnologie dove piccole aziende e artigiani potevano provare le nuove tecniche di disegno CAD ed essere accompagnati nel percorso di acquisizione e formazione del personale. Mi auguro che questo progetto diventi quella Officina dei prototipi a disposizione di chi ha brevetti, ma non le capacità di realizzarne i dimostratori, senza i quali è difficile farsi capire dalle aziende. Quando un ricercatore ha un brevetto, la strada per trasformarlo in un prodotto industriale si interrompe subito sullo scoglio del prototipo. Credo che le Istituzioni e – perché no – le Fondazioni bancarie dovrebbero investire in quella fase, che è il vero vivaio della innovazione.

Siete tutti volontari?
Sì e paghiamo tutto di tasca nostra. Per fortuna siamo ospitati in coworking. Abbiamo già avviato progetti di alternanza scuola-lavoro, accogliendo studenti. Tutti i mercoledì sera i Makers’- che con simpatia si autodefiniscono gli smanettoni – si riuniscono e discutono di progetti con nuove apparecchiature. Se inventano qualcosa, noi li sosteniamo in tutto il percorso: dal brevetto, al prototipo sino all’avvio di impresa. Si è già insediata la prima startup, Sokartechnology, che ha due stampanti a filo e una a resina molto bella e punta ad acquisirne un’altra per cominciare a lavorare alla manifattura additiva dei metalli. Questa è una tecnologia esponenziale e secondo me a Genova ci sono competenze e utilizzatori. Varrebbe la pena investirci un po’. Finora non abbiamo avuto alcuna attenzione dalle Istituzioni, ma contiamo di averne. Il nuovo sindaco viene dall’industria high-tech.

Quanto è tosto in Italia per una donna promuovere l’innovazione?
Un mio presidente disse una volta che gli Innovatori in Italia sono degli eroi. Condivido. La mediocrazia è sempre in agguato e blocca le iniziative degli altri. Come donna il cammino è ancora più difficile. Per contro noi donne siamo molto più aperte all’innovazione perché abituate a vedere la vita dei figli e dei nipoti evolversi. Per me è stata durissima. In tanti hanno provato ad ostacolarmi. Non mi è mai importato dei soldi. Volevo cercare di cambiare il mondo. Un po’ eccessivo, me ne rendo conto. Ma desideravo provarci. I miei detrattori dicono che ho un brutto carattere, non è vero. Sono una combattente che non sopporta l’ingiustizia. Sai qual è la verità? Quando non possono dire che sei scema o incompetente, incapace o disonesta, dicono che hai un brutto carattere. E se sei determinata, dicono che sei aggressiva. E se guardi in alto, che sei arrivista. Insomma, tutte quelle che nei maschi sono doti, nelle donne diventano difetti. Credo che l’Italia soffra della mancanza di donne. Mi sento tosta: tra figli, divorzi, malattie e invasioni di campo, se non fossi stata tosta, avrebbero già disperso le ceneri in mare. Nonostante tutto, ho ancora un sacco di entusiasmo e, soprattutto, di sogni.

Ce ne anticipi qualcuno?
Volevo fare il sindaco, far ripartire la mia città di cui soprattutto con il Festival ho conosciuto un volto sconosciuto di entusiasmo, intelligenza e voglia di fare. Il Pd locale – molto conservatore e arroccato – non ha voluto e ha preferito perdere piuttosto che innovare. Non posso stare ferma perché ho troppa energia. Continuo per questo ad occuparmi delle mie ceramiche e canto. Sono, comunque, a disposizione della città, perché il rilancio e l’innovazione non sono né di destra né di sinistra. Ovvio, ho i miei valori e me li tengo, ma se mi chiamano a dare una mano per sollevare quella che di recente il NYTimes ha definito “the most underevaluated Italian city”, io ci sono. A stare in panchina mi ammalo. Farò crescere il Village che vorrei fosse gestito da giovani. Sì, il desiderio più grande è aiutare tanti ragazzi a trovare un lavoro e a realizzarsi. Questo è il patrimonio enorme che mi ha lasciato l’Ansaldo, l’industria dove timbravo il cartellino e dove ho imparato ad interagire con le prime tecnologie e il lavoro.

Cinzia Ficco

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