"Io sono così,  ricchione. Se avete problemi per questo, fatevi aiutare!"

Enrico Fusco, nato nel '64 a Bari, avvocato, non ammette più ipocrisie, soprattutto dai suoi compagni di partito: il Piddi. Al recente Gay Pride di Barletta è stato netto:  "Se noi omosessuali, per primi, iniziassimo a usare la parola ricchione, azzereremmo la sua valenza offensiva".

In questa intervista Fusco ne ha anche per l'ex gay Luca di Tolve, che si proclama guarito e la Chiesa. E racconta del suo coming out.

Sul suo blog c'è scritto che ha cominciato a sentirsi libero e felice esattamente dieci anni fa.  Allora non aveva più paura - come scrisse la Gazzetta del Mezzogiorno - di essere definito gay. Cosa è successo? 

Ero pronto. Stavo finendo il mio master in gestalt counseling, la cui formazione prevede un profondo lavoro su se stessi. Finalmente mi accettavo per quello che ero e a maggio 2002 bussai alla porta di Arcigay Bari: offrii le mie competenze maturate nel gay counseling, che serve per favorire il coming out. In quella stagione aiutammo centinaia di persone a stare meglio con se stesse e la propria omosessualità. Aiutammo noi stessi. Il coming out è un percorso. Io l’ho compiuto quando avevo 39 anni. A novembre del 2002, il Pride nazionale per il mese di giugno successivo venne assegnato a Bari. Fu una stagione di grandi cambiamenti in città, e, a detta di tutti, lì iniziò la primavera pugliese, che portò Nichi Vendola alla presidenza della Regione Puglia.

Poi?

Il 5 giugno del 2003, due giorni prima del Pride, mi trovai in prima pagina sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che a Bari non è possibile non “vedere”, con intervista e foto: era il mio coming out ufficiale.

Ha subito atti di violenza?

Non ho subito particolari angherie per il fatto di essere gay, semplicemente perché per quasi 40 anni della mia vita mi sono negato il diritto alla mia affettività vera. Ero destinato a essere il tipico maschio italiano che si sposa, fa un figlio, divorzia e rimane velato a vita per paura. Il counseling e l’Associazione mi hanno aiutato molto ed è stato naturale – a un certo punto – dire a tutti: io sono così, se avete problemi per questo, fatevi aiutare!

In famiglia ha avuto problemi?

Ho una famiglia stupenda. Nessuna sceneggiata, grande rispetto tra di noi. I genitori vivono lo stesso travaglio che vive il figlio omosessuale, di fronte allo stigma sociale. I miei genitori furono bravi a crescere con me e accolsero anche il mio compagno dell’epoca come un figlio. Il rapporto è rimasto anche dopo la fine della mia storia. Lo stesso hanno fatto con il mio attuale compagno, con il quale vivo dal 2004. Le nostre famiglie di origine si conoscono e si scambiano le visite, passiamo le feste comandate insieme. Purtroppo, non potremo dare nipotini ai nonni, visto il Paese strano in cui viviamo.

I momenti più tosti da affrontare?

Il coming out in famiglia e quello finale, urbi et orbi, il passo di non ritorno.

A dieci anni dal suo coming out cosa è cambiato?

È cresciuta la consapevolezza anche collettiva che gay è “normale”. Ma la politica fino ad ora ha trattato il problema delle discriminazioni verso gli omosessuali con fastidio, perché è a disagio. Il mondo civile riconosce famiglie e matrimoni omosessuali. Quasi tutti i paesi europei hanno leggi che combattono l’omofobia: in Italia ci si interroga ancora sul “se” regolamentare le unioni tra persone dello stesso sesso e si accetta che politici inutili abbiano il “quarto d’ora di notorietà”, diffondendo parole di odio contro le persone omosessuali e transessuali. Il Parlamento Europeo dal 1996 chiede ai Paesi membri di sanzionare, anche penalmente, le condotte e i discorsi anche di leader politici e religiosi, che incitano all’odio contro i gay. “Ce lo chiede l’Europa” è un disco che viene usato per altro, ma non per i diritti di civiltà.

Quanto è difficile essere gay a Bari?

Bari non è una città omofoba, e ciò grazie al grande lavoro che l’intera comunità omosessuale barese ha saputo fare in questi anni.

Mi parlava dell'ipocrisia nel suo partito.

Nel Partito Democratico, il re è nudo. Il tema non è in agenda, perché i diritti civili sono da sempre considerati diritti borghesi, non prioritari. Il gruppo dirigente del Partito, dopo la cacciata di Bersani, a tutti i livelli, ha messo da parte il tema, sul quale è calato il silenzio. Il referendum tra gli iscritti del PD, strumento previsto dallo statuto del partito, non è ancora stato regolamentato, per la paura che hanno i dirigenti di vedersi superati dalla base. Gli inciuci di palazzo e le mediazioni al ribasso tra le correnti non sarebbero possibili, se la base venisse ascoltata, e non solo sui diritti degli omosessuali, ma anche sulla cittadinanza dei migranti, sul fine vita decoroso, sulla procreazione assistita, sul divorzio breve.

Qual è la situazione nel PD pugliese?

Qui in Puglia, dopo la caduta di Bersani, mi hanno escluso dalla segreteria regionale e la delega ai diritti civili è stata soppressa con il “dipartimento diritti civili” della Puglia. Allo stesso modo è stato annullato il lavoro che avevamo fatto in quasi due anni per la preparazione di una legge regionale all’avanguardia contro tutte le discriminazioni. La proposta di legge è da aprile del 2012 nel cassetto della scrivania dell’ineffabile segretario regionale del PD Puglia, dimenticata, nonostante le molteplici assicurazioni che “al momento opportuno” sarebbe stata presentata.

Come se lo spiega?

Che dire, se non che i diritti degli omosessuali e gli stessi omosessuali vengono usati per dare lustro e immagine al Partito, salvo poi buttare tutto come scarpe vecchie quando l’aria cambia. È una storia che va avanti così da venti anni: è proprio tempo di cambiare l’intero gruppo dirigente del Partito Democratico.

In Parlamento?

I gruppi parlamentari, i più giovani di sempre, stanno facendo un buon lavoro. Ciò non toglie, però, che i gruppi dirigenti del PD abbiano fatto finta di prendere atto del loro fallimento e della necessità di cambiare metodo.

Avere un Presidente della Regione dichiaratamente gay non aiuta?

Evidentemente no.

Perché fa ancora paura il gay? A che serve oggi il gay pride? Ma è sempre ostentazione marcata della propria diversità?

Inizio dal Pride: due anni fa ero al Pride di Colonia, in Germania. Chiesi a uno degli organizzatori che motivo avessero di organizzare il pride tutti gli anni, avendo gli omosessuali tedeschi una situazione di quasi parità nei diritti con gli eterosessuali. Mi venne risposto: “Caro Enrico, si fa presto a perdere tutto!” Al pride non c’è ostentazione, è una battaglia politica che si ripete dal 28 giugno 1969 quando a New York, transessuali e travestiti diedero vita ai “moti di Stonewall”, una ribellione spontanea contro le angherie normalizzatrici della polizia. Al pride non ostentiamo, semplicemente siamo noi. E facciamo paura, perché siamo liberi: liberi di essere, liberi di amare. Chi dice che ostentiamo, non è mai venuto a un pride. Da anni, manifestano con noi anche le famiglie eterosessuali, che portano i bambini a quella che è e resta una festa di civiltà.

Al recente Pride di Barletta, alla presenza di oltre mille persone, ha proposto di sdoganare la parola ricchione. Ma a chi è davvero rivolto questo messaggio? E quanto sarebbe sufficiente una misura del genere per far cambiare le cose?

Il movimento omosessuale non può intervenire direttamente sulle leggi, ma può continuare il proprio grande lavoro tra la gente, che ha già portato la maggioranza degli italiani a essere favorevole alla estensione ai gay del diritto al matrimonio e alle adozioni. Se noi omosessuali, per primi, iniziassimo a usare la parola ricchione, annulleremmo la sua valenza offensiva, mostreremmo di non avere disagio e di avere cancellato davvero le nostre paure. Un po’ com’è successo negli anni con la lingua tedesca: la parola “schwule” aveva la medesima valenza offensiva di ”ricchione” o “frocio”; oggi è l’unica parola di uso comune, nelle lingue europee, per indicare persone come me (ricchione, appunto), che non contiene offese e che non ha origini incerte (come “gay”) e non proviene dalle scienze mediche (come omosessuale). Ricchione è quello che sono, un uomo che ama altri uomini, qual è il problema?

Servirebbe un atteggiamento diverso della Chiesa? A proposito di Chiesa, Luxuria ha detto che diventerà cattolica se sarà ammessa ai sacramenti.

Le chiese fanno il loro mestiere di controllori delle coscienze, non è un mio problema e non intendo sprecare energie per cambiare il loro approccio. Qui discutiamo di diritti e non di etica. E’ la politica che deve darsi una mossa, come in Spagna, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, ma anche Uruguay, Messico, Argentina. Le religioni devono restare fuori dalla partita per le libertà e devono essere una questione privata, senza ostentazioni.

Sul mio blog ho intervistato l'ex omosessuale Luca Di Tolve, che dice di essere guarito. Cosa ne pensa?

Dal 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha cancellato l’omosessualità dall’elenco delle malattie: il 17 maggio di tutti gli anni si ricorda questa data con la Giornata Internazionale contro l’Omofobia. E’ l’omofobia la malattia da curare: probabilmente Di Tolve ha sbagliato medico.

Quanto si sente tosto?

Non mi sento “tosto”, sono solo un ricchione consapevole e, per questo, non ricattabile.

 

Cinzia Ficco

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