“I problemi di salute mentale rappresentano quasi il 20% del totale delle malattie e colpiscono una persona su quattro nell’arco della vita. Eppure la psichiatria continua ad essere la cenerentola del sistema sanitario nazionale. Rispetto ad altri Paesi europei, l’Italia investe poche risorse economiche per la cura del disagio mentale. Insufficiente è anche il personale che lavora nei servizi psichiatrici e degli psichiatri. Il numero chiuso nella Facoltà di Medicina (soprattutto nelle scuole di Specializzazione) – senza una corretta programmazione delle necessità del mondo del lavoro – determina ulteriori penalizzazioni molto evidenti al Sud, dove i concorsi sono più rari. E’ vero, l’Italia non ha più la spesa per gli ospedali psichiatrici e ha superato anche quelli giudiziari, per cui le risorse sono tutte destinate alla psichiatria di comunità o territoriali. Ma c’è ancora tanto lavoro da fare, come risulta dai primi report, derivanti dall’uso del Sistema Informatico della Salute Mentale(SISM) negli anni 2016 e 2017 con cui il Ministero della Salute ha messo in evidenza le differenze nell’attività dei servizi tra le diverse regioni”.

A dichiararlo è Enrico Zanalda (Torino, ’57), Direttore del Dipartimento Interaziendale di Salute Mentale dell’ASL TO3, Segretario della Società Italiana di Psichiatria – (3 mila iscritti) – che, dal 13 al 17 ottobre prossimi, terrà nel capoluogo piemontese il suo quarantottesimo congresso, dal titolo: La Salute Mentale nel terzo millennio. Obiettivo Guarigione: Ricerca, Innovazione, Cambiamenti e Limiti”.

In quell’occasione si parlerà delle malattie che si stanno diffondendo soprattutto tra i giovani e di quelle che beneficeranno tra breve dei progressi scientifici. Qualche anticipazione in questa intervista.

Dottor Zanalda, come stanno gli italiani?

Da recenti studi risulta che la depressione maggiore (quella che dura almeno due settimane e determina una grave compromissione relazionale o sociale, per cui spesso si ricorre al ricovero), le fobie specifiche e la distimia sono i disturbi più comuni, con percentuali di prevalenza nel corso della vita rispettivamente pari al 10,1%, al 5,7% ed al 3,4%, seguiti dal disturbo post traumatico da stress, dalla fobia sociale e dal disturbo d’ansia generalizzata. Le donne, soprattutto, casalinghe, tendono più facilmente ad ammalarsi, come i disoccupati e i disabili. Per la schizofrenia e il disturbo bipolare l’andamento è stabile. Le cause possono essere diverse. Tra queste c’è l’alto tasso di competitività della nostra società. La malattia fisica è uno dei più gravi fattori di rischio per la depressione, a cui possiamo aggiungere la perdita del lavoro, di una relazione affettiva o di un ruolo. Tra i giovani aumentano i casi di isolamento relazionale, dovuto ad un uso eccessivo di internet e l’abuso di alcol e sostanze stupefacenti.  Gli utenti assistiti nei Dipartimenti di Salute Mentale italiani in un anno sono oltre 800 mila. Nel 54% dei casi sono donne, la classe di età più rappresentata è quella compresa tra i 45 e i 54 anni. I pazienti in media ricevono quindici prestazioni sanitarie l’anno ciascuno. La maggior parte delle prestazioni avviene nella sede ambulatoriale, l’8 % è effettuata presso il domicilio del paziente. Per quel che riguarda i ricoveri nei reparti di psichiatria, la degenza è breve, dura in media tredici giorni, tuttavia l’8% dei pazienti ha un secondo ricovero in ospedale entro 7 giorni dalle dimissioni e il 17 % entro trenta.

In Italia si consumano più farmaci rispetto ad altri Paesi europei?

Il consumo è diffuso, ma più basso rispetto alle altre realtà europee. I farmaci psicoattivi più acquistati sono gli antidepressivi di cui vengono consumate 34 milioni di confezioni l’anno. Seguono 11 milioni di confezioni di antipsicotici, impiegati non solo per il trattamento della schizofrenia e 1 milione di confezioni di sali di litio, usati nel trattamento del disturbo bipolare. I dati dimostrano che tanti pazienti si curano. Eppure, la malattia mentale è ancora un tabù. C’è una sorta di rimozione collettiva e molte persone non si rivolgono ai servizi pubblici perché si vergognano o temono che il loro malessere venga reso pubblico. Bisognerebbe poter parlare liberamente del disagio mentale per riuscire ad intervenire quando i trattamenti sono più efficaci. Quando si riesce a trattare il disturbo mentale all’esordio, la guarigione diventa possibile o si evitano la cronicizzazione e le complicazioni, che si hanno quando si fa anche uso di sostanze stupefacenti e alcol. Quest’ultimo fenomeno si registra nell’adolescenza e dura fino ai 30 anni. In questo caso si dovrebbero integrare le azioni dei servizi psichiatrici con le altre agenzie sanitarie di confine, come quelle per le dipendenze e la neuropsichiatria infantile. Investire nella prevenzione e nel trattamento dei disturbi delle fasce giovanili è una priorità.

Parlava di risorse e personali scarsi

Sì, siamo un po’ la cenerentola della medicina. Sono in aumento le richieste di assistenza per i disturbi del comportamento alimentare, i percorsi specifici per l’autismo e i disturbi da deficit dell’attenzione e dell’iperattività, ma è in calo il numero degli specialisti disponibili. Il numero di medici, che si specializza ogni anno in psichiatria, non è sufficiente a coprire i posti dei medici specialisti che vanno in pensione. Il sistema sanitario nazionale destina appena il 3,5 per cento della spesa globale alla salute mentale. Siamo lontani dal 5 per cento previsto alla fine degli anni ‘90. Queste percentuali vengono raggiunte solo in alcune regioni come: l’Emilia Romagna, il Trentino Alto Adige e la Lombardia, che costituiscono l’eccezione nel panorama generale. La spesa per gli ospedali psichiatrici giudiziari, attribuita alla giustizia, è ricaduta sulla sanità e ci sta penalizzando.

In che senso?

La chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) è stata un’azione doverosa e apprezzabile, ma si è creata una situazione insostenibile per tutti gli operatori coinvolti, sia della giustizia che della sanità, a causa di percorsi che coniugano la cura e la custodia. Ci sono conflitti di competenze e confusione di ruoli, insufficiente è il coordinamento tra le istituzioni coinvolte. Occorre rivedere alcune norme del codice penale. Non si sarebbe dovuto scaricare il ruolo della custodia sulla sanità. Non solo. E’ necessario distinguere i luoghi di cura (ospedali) da quelli di custodia (carceri) e garantire in questi ultimi un maggiore supporto sanitario per migliorare le condizioni dei detenuti. Sono state create le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), che non dovrebbero essere mini OPG, ossia luoghi di detenzione senza riabilitazione, ma strutture sanitarie riabilitative di passaggio per il reinserimento territoriale dei pazienti malati di mente che hanno commesso reati, ma sono recuperabili.

Quarant’anni dalla Legge Basaglia.  Ritiene sia stato centrato l’obiettivo?

La cosiddetta Legge Basaglia ha impedito di continuare ad usare il manicomio come luogo di cura e favorito l’inserimento sociale del malato di mente. Su questo aspetto l’Italia è un esempio nel mondo che nessuno ha avuto il coraggio di seguire. In Italia la sanità si è dotata di una rete di strutture psichiatriche (ambulatoriali, semiresidenziali, residenziali e ospedaliere) organizzate secondo il modello della psichiatria di comunità, che costituiscono il Dipartimento di Salute Mentale e sono presenti in tutte le Aziende Sanitarie del territorio nazionale. Dal 1999 non abbiamo più gli ospedali psichiatrici e dal 2015 quelli giudiziari. Tuttavia, occorre rendere ancora più efficienti questi servizi. E’ importante progettare percorsi di cura che aiutino le famiglie dei pazienti. La famiglia è il luogo in cui il paziente malato di mente vuole rimanere per tutta la vita. E’ lui che decide. Ma questo determina spesso problemi di convivenza. Non solo. Se il malato è obbligato a curarsi con un ricovero coatto, il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) dura una settimana. E rappresenta il 10 per cento dei ricoveri ospedalieri. Dopo sette giorni, se vuole tornare a casa con i suoi genitori o parenti, può farlo. La carenza di personale rende difficile aiutare le famiglie a gestire il malato che non vuole o non riesce a rendersi autonomo. Al contrario, non mancano famiglie che accolgono pazienti non parenti per spirito di solidarietà, interesse sociale o economico. Nella nostra ASL To3 abbiamo l’esperienza italiana più importante nell’inserimento supportato dell’adulto o IESA Le famiglie che accolgono sono selezionate, formate e sostenute da operatori specializzati. Si tratta di un’alternativa ad altre forme di residenzialità.

Tra breve alcune patologie si potranno superare?

Sì, sono quelle dell’invecchiamento ed in particolare, l’Alzheimer, per il quale si potrebbe individuare il modo di rallentarlo o prevenirlo tra non molto tempo. Ansia e depressione, credo, invece, che rimarranno il sottofondo della nostra vita futura. Ottime possibilità di integrarsi nella società anche con ruoli produttivi prevedo avranno tra breve le persone affette da schizofrenia e  disturbo bipolare.

                                                                                                                                                                    Cinzia Ficco

 

 

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