“Gli italiani sull’Europa? Spesso temono che criticare qualunque cosa abbia a che fare con Bruxelles o le scelte dei governi più forti sembri maleducato. Che sia un po’ come mettersi le dita nel naso. I più appassionati dell’europeismo, poi, mi ricordano certi personaggi piccolo-borghesi di Alberto Sordi durante le uscite in società, quando consigliavano: Non facciamoci riconoscere per quello che siamo! Eppure mostrare consapevolezza di sé, rinunciare all’ossessione di un modello, quello tedesco, che non siamo mai riusciti ad imitare davvero – suscitando in noi stessi sentimenti di inferiorità e quindi senso di frustrazione – provare a ottenere un primo riequilibrio nei confronti dei Paesi più forti, sarebbero una boccata d’ossigeno. E’ un errore pensare che l’integrazione europea sia una dimensione irenica, di armonia perfetta. L’Europa è una democrazia basata su regole e istituzioni. Ma la democrazia, le regole e le istituzioni servono per incanalare i conflitti di culture e di interessi. Non per azzerarli. E’ quindi un errore pensare che l’Europa ci salverà e modernizzerà in modo automatico. Ma l’errore più grande, per molti anni, è stato rendere tabù qualunque critica all’Unione europea da parte di europeisti: ciò ha concesso agli sciovinisti il monopolio della critica e del dubbio, una grande rendita politica”.

E’ quanto afferma Federico Fubini (Firenze, ‘66), vicedirettore del Corriere della Sera, nella nostra chiacchierata sul suo ultimo libro, pubblicato di recente da Longanesi, intitolato Per amor proprio – Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa (e di vergognarsi di se stessa), in cui la tesi è: quasi nessuno dei nostri governi è riuscito ad opporsi ad una Unione europea, inadeguata a prendere la parte dei perdenti della globalizzazione. E’ vero, non è colpa dell’Ue se negli ultimi undici anni abbiamo avuto una crisi economica devastante, dovuta all’incapacità delle nostre classi dirigenti di gestire e ottimizzare l’utilizzo delle nuove tecnologie, ma è indubbio che l’Ue ci abbia lasciati delusi.

“La promessa europea è andata disattesa – dice Fubini – Come Nino Manfredi in Pane e cioccolata, gli italiani hanno scoperto che non bastava camuffarsi da nordici con i grandi baffi biondi per diventare davvero tali. Negli ultimi anni hanno anche visto che alcune delle richieste di sacrifici più dolorose arrivate dal Nord Europa non erano necessariamente nel loro interesse o nell’interesse dell’equilibrio generale europeo. Hanno visto che non solo l’Italia non poteva ottenere tutto quello che voleva nell’Unione europea ma a differenza di Francia e Germania non poteva neanche contare sul fatto che non accadesse ciò che assolutamente non voleva: un trattamento ruvido dei risparmiatori delle banche fallite, un’attesa estenuante prima che il sistema dell’euro e la Banca centrale europea fermassero la devastazione della crisi finanziaria, l’abbandono e l’isolamento di fronte ai flussi di migranti dalla Libia. Al posto di concessioni avvertite come impellenti, l’Europa sembrava saper offrire solo lezioni esemplari e, in alcuni Paesi, nordici, un sostanziale venir meno del rispetto per la sofferenza diffusa nella società italiana. La costante pressione a fare le riforme per somigliare alla Germania ha finito per produrre reazioni ambivalenti”.

Le distanze così sono aumentate. Di Maio e Salvini entrano in scena a questo punto. “Non hanno studiato molto – si legge nel libro – non pretendono di sapere, si vantano del loro passato di lavoretti o della  loro panzetta. Hanno risposte sbagliate, ma domande giuste: sulla disoccupazione, la diseguaglianza, la percezione di insicurezza fisica. Perfetti nella loro ostentata medietà, liberi da complessi e dal desiderio di piacere in Europa, i due sollevano l’elettore dal senso di inferiorità di doversi adattare ad un modello superiore. I nuovi potenti hanno convinto gli italiani che sono liberi e vanno bene così nei loro limiti, e più niente è atteso da loro. E’ un’illusione, purtroppo, perché l’Italia resta una società iniqua e familista, bloccata, con la demografia in drammatico declino, l’emigrazione dei giovani, soffocanti interessi sul debito pubblico”.

Ma davvero non c’è stato alcun Presidente del consiglio italiano che abbia avuto coraggio nei confronti dell’Ue? “Matteo Renzi aveva intuito che c’è uno spazio fra l’europeismo dogmatico di una certa tradizione italiana e l’anti-europeismo. Lui lo esprimeva con lo slogan Europa sì, ma non così. Ma non ha saputo declinarlo in concreto: ha speso il suo capitale politico a Bruxelles più per strappare qualche concessione sul deficit italiano, anche per finanziare misure che riteneva utili al suo consenso elettorale, che su temi generali che interessassero anche ad altri Paesi. Giusto lottare contro levasione dei piccoli artigiani in Italia, ma diventa politicamente molto più accettabile se va insieme a un contrasto più attivo ai paradisi fiscali dentro l’area euro. Da qui si dovrebbe partire. Olanda e Irlanda assieme al Lussemburgo sottraggono ogni anno oltre cento miliardi di base fiscale agli altri Stati, mente pretendono che i governi più fragili riducano quanto prima il proprio deficit e il debito”.

E se Macron propone di rifondare l’Ena (Scuola nazionale di amministrazione, responsabile per la formazione dell’alta funzione pubblica francese con sede a Strasburgo) per accorciare la distanza fra cosiddette élite e popolo, in vista del 26 maggio, alla sinistra italiana europeista, il giornalista propone di cavalcare altre due proposte per essere più convincente: misure contro tentativi di erosione dello Stato di diritto nei Paesi dell’Est e maggiori investimenti pubblici nella cornice europea.

“Se l’area euro – scrive nel suo libro – investisse in proporzione al proprio reddito come fa l’amministrazione americana, spenderebbe ogni anno 55 miliardi di euro in più. Se facesse come il Giappone, 90 mld in più, se seguisse la Svizzera, 100 mld in più. Se i governi dell’area euro avessero mantenuto i livelli di investimento del 2010, che fu un anno di crisi e austerità, oggi lo stock di autostrade fisiche e digitali o di centri di ricerca avanzata varrebbe 550 mld di più. Quanti posti di lavoro non sono mai nati a causa di questa rinuncia?”

 E qui arriva una specie di mea culpa, che Fubini offre al lettore del suo libro. E’ il capitolo dedicato ai settecento bambini scomparsi ad Atene e alla crisi greca. Una storia che il giornalista non ha mai raccontato per paura di essere attaccato o strumentalizzato da europeisti e ombelicali.

 “Se ne parlo adesso – scrive- è perché gli eventi trascorsi nel frattempo  in Italia mi stanno obbligando  a tornare sulla mia omissione, cercando di capire da dove nasca e perché. Quella è una pagina oscura della Ue, che nel caso greco ha dato prova di grande cinismo. Si sapeva che parte dei prestiti concessi alla Grecia dai governi europei non sarebbero stati rimborsati, non al loro valore in termini reali. La strada di Varoufakis era dall’inizio un vicolo cieco, ma dall’Italia non si è levata una sola voce quando sono state imposte ai greci condizioni da pace tacitiana. Il governo italiano ha votato in silenzio a favore di tutte le misure stabilite sulla Grecia dal 2010 al 2015. Anche così si è spianata la strada ai populisti”.

                                                                                                                                                                     Cinzia Ficco

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