“L’atto di stalking? La reazione ad una passione travolgente tradita, la vendetta ad un amore romantico pugnalato alle spalle. Ma non lo si chiami malattia, perché chi fa violenza nei confronti del proprio partner di patologico non ha niente. Definire uno stalker malato significa in qualche modo assolverlo.

Ad affermarlo è Lucia Magionami, psicologa – psicoterapeuta che, con la giornalista Vanna Ugolini, di recente, ha pubblicato un libro, dal titolo: Non è colpa mia (Morlacchi editore).

Ma se di malattia non si tratta, di cosa è meglio parlare e, a questo punto, cosa si intende per malattia?

“Bisogna essere molto netti sull’argomento – replica la psicologa- considerata la mistificazione che circola nell’opinione pubblica, nei mass media e  in Rete. Il nesso tra atti persecutori, atti violenti, assassinio e malattia mentale, non è un nesso causale che trova fondamento scientifico. Tentativi di subordinare l’atto violento in diversi gradi e declinazioni della vita sentimentale e di coppia alla patologia psichiatrica è un esercizio forzoso.

E come considera i raptus che portano alla violenza?

E’ un’invenzione aberrante, buona per confondere le acque in sede giudiziaria, ma del tutto infondata sul piano scientifico. Il raptus, come moto insondabile e incontrollabile dell’individuo, non esiste. La violenza di genere, in famiglia o in altro ambito, è sempre il punto estremo di una escalation di comportamenti vessatori e persecutori che l’individuo sceglie di compiere e non sceglie di placare. Questo non significa che malati mentali non possano esercitare violenza di genere. La mistificazione nasce proprio da questa inversione di logica.

Insomma, la malattia sarebbe un modo per assolvere lo stalker.

Certo. Si crede di trovare una giustificazione di carattere patologico in tutti i casi di violenza solo perché qualche malato mentale ha sicuramente commesso violenza di genere.

 Al contrario, come sarebbe giusto definire uno stalker?

La persona che fa violenza in una relazione sentimentale può vivere un disagio mentale, una patologia della relazione, può attraversare periodi di sconforto, depressione, abuso di sostanze, può essere colta da eventi gravi, ma qualsiasi fatto la condizioni, e qualsiasi sentimento la pervada, non si potrà mai dire che siano queste le cause responsabili degli atti di violenza. La risposta violenta a situazioni sentimentali, familiari, richiede una determinazione. L’individuo sente di non avere altra scelta per conseguire un risultato a sé  congeniale, che può essere: ristabilire un grado di orgoglio sostenibile, mantenere rapporti di dominio nei confronti della partner o affermare la sua supremazia. E allora sceglie l’omocidio. Il problema è, dunque, negli obbiettivi.

Cosa vuole dire?

Lo stalker e l’uomo violento non riescono a intravvedere orizzonti di realizzazione che non siano quelli di persecuzione o annientamento della fonte di soddisfazione che si ribella o che li ha abbandonati in modo definitivo. Essi non riescono a rinunciare alla soddisfazione del più torvo risentimento. E per questo lo stalker e il femminicida  sono da considerarsi banalmente umani. Troppo umani. E’ più corretto in questi casi parlare di persone con grossi problemi relazionali, incapaci di gestire le loro emozioni, persone che non riescono a descrivere ed esprimere tali emozioni a se stessi e agli altri. Si tratta di persone incapaci di reggere la frustrazione, che cercano di placare la loro ansia nell’immediato con atti di cui non percepiscono le conseguenze.

Ci sono elementi che accomunano gli stalker?

Il fenomeno dello stalking è trasversale. Stando ai dati fino ad ora raccolti, no. Non fa parte di determinate classi sociali, non c’è un’età più frequente, non c’è una particolare provenienza geografica. La ricerca di categorie omogenee in cui inserirlo non porta da nessuna parte. La persecuzione e la molestia non sono nemmeno diagnosticabili come segni di psicopatologia, sebbene in alcune psicopatologie si riscontrino proprio questi atti. Medesimo discorso è da farsi in ordine alla tossicodipendenza. Ciò conduce direttamente al nucleo del problema.

Quale?

I comportamenti persecutori sono scelte comportamentali controllabili dall’individuo, attraverso gli strumenti culturali, etici, morali di cui dispone. Essi sorgono da scelte coscienti, così come il femminicidio.

 

Quali sono le frasi più frequenti degli stalker che ha in terapia?

Intanto lo stalker tende a minimizzare, sminuire la portata del danno procurato. Una volta dimostrata la gravità della sua condotta, il persecutore accusa la vittima, ai suoi occhi, colpevole di comportamenti lesivi: trascuratezza, abbandono della relazione, scarsa chiarezza nelle dimostrazioni di interesse, provocazione palese, diffamazione. In questo modo gli atti persecutori vengono inquadrati in una sorta di legittima reazione, o almeno, sono raccontati come risultato di una perdita di coscienza indotta. Si tratta del fenomeno della colpevolizzazione secondaria. E di fronte a questo atteggiamento il terapeuta deve mettere da parte l’emotività e, ascoltare. Nessuna disapprovazione o censura. Sarebbero dannose. Non è una cosa semplice perché  lo stalker o la stalker rifiutano la descrizione dei propri atti e giocano una partita al ribasso. In molti casi lo stalker si descrive come còlto da passione e amore, riconducendo ogni  atto al tentativo di riconquista del rapporto perduto. In altri casi, il persecutore sostiene di essere stato spinto dalla condotta della vittima a compiere atti dai quali si dissocia, ma che ritiene, comunque, giustificati.

Quindi?

Molti non si capacitano della dimensione penale dei propri atti, ritenendosi incompresi nella loro intenzione romantica. Quando l’orizzonte di riconquista è perduto, lo stalker entra a piedi pari nel piano vendicativo. Egli si ritiene vittima di angheria. Percepisce la perdita del suo oggetto di passione come un attacco alla sua dignità. Il dolore che ne deriva può essere lenito soltanto infliggendo pari dolore a chi lo ha pugnalato alla schiena, secondo un’espressione ricorrente. Come si vede la violenza è solo una vendetta, utile ad offuscare la mente per non dover affrontare la frustrazione da rifiuto a cui non si è stati educati. Lo stalker di solito non accetta con naturalezza che qualcosa, una relazione, possa finire.

Ha parlato di educazione al fallimento.

Certo. La persistenza di una concezione possessiva del rapporto sentimentale e familiare è il terreno in cui cresce la violenza di genere, ma più in generale la violenza nella relazione di coppia. Il maschilismo continua a resistere, e dà i suoi orrendi frutti ancora oggi, perché non si riesce a scardinare il valore del possesso dalla vita di relazione. Finché si continuerà a descrivere la relazione sentimentale come luogo in cui i singoli si privano di una parte di sé consegnandosi alla volontà dell’altra, persisterà l’idea di appropriazione, cattura, e dominio. Sentimenti di cooperazione, promozione reciproca, cura,  protezione, difficilmente possono essere associati al possesso dell’altro. Perciò quella maschilista è da considerare una subcultura del possesso che disgraziatamente coinvolge anche il mondo femminile.

Le capitano casi di uomini maltrattati da donne?

Sì, certamente. Vi sono casi in cui la vittima della violenza è un uomo. Nonostante la violenza di genere sia legata strettamente all’atavico dominio maschile sulla donna - i numeri lo raccontano molto bene- la persecuzione violenta praticata da donne su uomini esiste e si manifesta con dinamiche simili. Questa presenza per nulla marginale di violenza - intendo quella mirata al dominio sulla vittima - (fisica, psicologica, economica) racconta quanto dicevo in precedenza. La radice della violenza persecutoria è la concezione possessiva del rapporto di coppia. L’altro è strumento di piacere, funzionale ai privilegi del dominatore. Sia esso maschio o femmina. Al mantenimento di una cultura del possesso, il cosiddetto mondo femminile contribuisce in maniera significativa, senza attenuanti per nessuno. Perciò occorre lavorare a cambiare i valori. In questo senso si potrebbe anche introdurre la questione della violenza nei rapporti di coppia omosessuali, anch’essa radicata nello stesso nucleo ideale: il possesso dell’altro.

                                                                                                                                                                                                                          Cinzia Ficco

 

 

 

 

 

 

 

Riproduzione riservata