“La giustizia deve essere il tema di questa campagna elettorale. Il dibattito pubblico sugli intrecci tra magistratura, politica e media non è più rinviabile. La nostra è diventata una Repubblica giudiziaria fondata su una triangolazione: il pm che benedice una inchiesta, un quotidiano di riferimento che agisce da grancassa mediatica e un partito – che vorrebbe spacciarsi per non partito – intento a sventolare le veline nelle piazze e nelle  aule parlamentari”.

Sono le parole di Annalisa Chirico (classe 1986),  giornalista de Il Foglio e presidente del movimento Fino a prova contraria. Il suo ultimo libro (presentato di recente con Matteo Renzi) si intitola, non a caso, ‘Fino a prova contraria. Tra gogna e impunità, l’Italia della giustizia sommaria’ (Marsilio).

Poco più di 170 pagine, in cui la giornalista dice che il magistrato ha assunto un ruolo quasi sacrale, poiché sembra abbia assorbito col tempo il ruolo del prete, dell’imprenditore, del sindacalista, del capo di partito, addirittura dello scienziato, diventando di fatto l’uomo che fa girare gli ingranaggi. Sovente i partiti, a corto di programmi politici, si affidano ad ex magistrati.

“Spesso – scrive  Chirico – gli interventi della magistratura travalicano l’accertamento di eventuali responsabilità connesse a notizie di reato, tramutandosi in pesanti intromissioni nelle scelte discrezionali di un’impresa, nei piani di investimento, nel merito di un procedimento legislativo, nell’affermazione  tribunalizia dei cosiddetti nuovi diritti non regolamentati dal legislatore, unico depositario del potere di legem dicere”. 

Il libro, dunque, è una requisitoria nei confronti di una parte della magistratura che da alcuni decenni si occupa più di peccati che di reati, disconosce la separazione dei poteri e sembra spesso prendere il posto della politica, da alcuni anni inerte. Siamo, infatti, l’unico Paese al mondo dove ben due magistrati hanno fondato un partito per candidarsi alla guida dell’esecutivo e un magistrato in aspettativa pretende di candidarsi e si candida alla guida di un partito.

Magistrati attratti dalla politica, in Italia, ci sono stati sempre stati. Si pensi alla corrente molto attiva di Magistratura democratica, da cui sono uscite personalità come Luciano Violante, Gian Carlo Caselli, Luigi Ferrajoli e Piero Tony, a cui Annalisa Chirico dedica molte pagine. Non solo.  Pensiamo al potere di alcuni giudici, quelli della Corte Costituzionale, di creare con le sentenze leggi in materia di sanità, ambiente, economia.

A rafforzare la sfera di intervento di alcuni magistrati, poi, ci sarebbero alcune testate giornalistiche e alcuni personaggi in cerca di notorietà e, con tutta evidenza, indifferenti alle sorti del Paese e alle sue istituzioni. Vengono in mente, tanto per citarne alcuni, il caso Consip, Tempa Rossa, o, un po’ più lontana, l’impalcatura sulla trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia – che Chirico analizza –  rientrata nel dibattito pubblico dopo la morte di Riina.

Chirico, concentriamoci su questo. E sulla frase secondo cui il boss di Cosa Nostra se ne sarebbe andato, portando con sé tanti misteri. A leggere un suo pezzo su Il Foglio, questa frase, che getterebbe discredito su alcune parti dello Stato, sarebbe stata pronunciata da chi ambiva ad una carriera in magistratura e, magari, anche in politica. Lo pensa davvero?

In punto di morte ognuno porta con sé i propri segreti. Riina è stato un boss mafioso che non ha mai conosciuto il pentimento. E che, anzi, ha sempre rifiutato l’immagine di burattino nelle mani dello Stato. Chi tira in ballo la caccia ai presunti segreti del Capo dei capi, finisce con il tratteggiare una parabola trionfante che non coincide con la realtà. Lo Stato ha combattuto la mafia, e ha vinto. A parte Matteo Messina Denaro, latitante chissà fino a quando, i capi di Cosa Nostra sono stati assicurati alla giustizia e rinchiusi con il 41 bis. Oggi Cosa Nostra a New York parla calabrese, e la‘ndrangheta, come ammonisce il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, è l’organizzazione più pericolosa e più forte. Quanto al processo sulla presunta trattativa, avviato dal dottor Ingroia prima della spedizione in Guatemala, mi rimetto ai fiumi di inchiostro versati da esimi studiosi del calibro di Salvatore Lupo e Giovanni Fiandaca. Quel processo non sarebbe mai dovuto iniziare.

A proposito di mafia, a settembre scorso è stata approvata la riforma del Codice antimafia, che non la fa esaltare. Ritiene che non si possano mettere sullo stesso piano corruzione e mafia. La confusione penalizzerebbe l’economia.

La riforma del Codice contiene elementi positivi, ma ce n’è uno che conferma come il populismo penale seduca talvolta gli insospettabili. Corruzione e mafia sono due fenomeni profondamente diversi, anzitutto per ragioni criminologiche. La mafia presuppone una struttura radicata e consolidata nel tempo, mentre il fatto corruttivo può esaurirsi in un singolo episodio isolato nel tempo e nello spazio. Se tutto è mafia, nulla è mafia. Le misure di prevenzione nei confronti di soggetti soltanto indiziati di reati contro la pubblica amministrazione è un eccesso inquisitorio che confligge con il principio costituzionale della presunzione d’innocenza. Aggiungo che, a forza di soppressioni e integrazioni, il Codice di procedura penale diventa di sempre più difficile applicazione, a scapito della certezza del diritto, che dovrebbe garantire.

Neanche la proposta del Vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, di una Superprocura per indagare sulle banche, la soddisfa.  

Non servono Super procure né Commissioni speciali. Le procure sarebbero dovute intervenire prima. Mi sembra che la parola ritardi sia una costante delle ultime crisi bancarie, a partire dai ritardi imputabili agli organi di vigilanza che non hanno operato con la tempestività e l’efficacia necessarie.

La giustizia va riformata, scrive. Dedica un capitolo alle inefficienze e ai costi della giustizia. Errori giudiziari, lentezze burocratiche e responsabilità dei giudici che forse non sono accertate a sufficienza. Il 24 febbraio 2015 la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva la riforma della responsabilità civile, voluta dal governo Renzi. Cosa è cambiato da allora? 

Si sono ridotti i filtri di ammissibilità che per lungo tempo hanno reso quasi impossibile nei fatti un’azione di responsabilità nei confronti di un magistrato. Tuttavia è rimasto intatto il meccanismo per cui magistrato giudica magistrato. Si temeva il boom di cause e condanne, che puntualmente non si è verificato.

Separazione delle carriere, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, iniziativa penale sotto il controllo dell’esecutivo. Quali  le misure più urgenti per arrivare ad una giustizia più giusta?

Bisogna partire dalla lentezza dei processi. C’è una gigantesca questione organizzativa che viene elusa in modo colpevole. Ci sono uffici giudiziari che, a parità di risorse e norme, registrano performance diversissime. Il che comporta una giustizia a macchia di leopardo: Paese che vai, giustizia che trovi. Ciò è fonte di iniquità. Un buon magistrato non è per forza un buon dirigente. Non a caso oltreoceano l’organizzazione degli uffici è affidata a un court manager, che non è laureato in legge, ma in business administration.

Si può dire che in Italia la giustizia non è giusta perché sono pochi i magistrati che lavorano davvero e tanti quelli che vogliono fare solo carriera politica, nonostante i divieti espliciti del Csm?

La stragrande maggioranza dei magistrati è composta da uomini e donne che lavorano alacremente, misurandosi spesso con una cronica carenza di risorse. La verità è che il malcostume di pochi getta discredito su tutti.

Nel suo libro hai dato spazio alla figura di Cossiga che in qualche modo fu un argine a Magistratura democratica. Oggi sarebbe impossibile vedere nel Presidente della Repubblica, nonché capo del Csm, un freno ai magistrati?

Il mondo è cambiato, e anche Md è cambiata. Non esiste più il partito dei giudici, c’è il M5S che si è fatto paladino del populismo penale, vale a dire della concezione della pena intesa come lavacro per l’intera società. La politica deve riscoprire il suo primato e tornare a governare il fenomeno giudiziario come avviene in ogni democrazia matura, in cui i cittadini designano il governo, mentre la burocrazia togata è composta da funzionari pubblici che vincono un concorso.

Come è stato accolto il suo libro?

Si mescolano curiosità ed entusiasmo. Sarà uno strumento di informazione e conoscenza che il movimento ‘Fino a prova contraria’, porterà in giro per l’Italia. La giustizia deve essere il tema della prossima campagna elettorale.

Il suo movimento diventerà politico?

Fino a prova contraria è un movimento che si batte per una giustizia giusta ed efficiente, per un Paese più libero e competitivo. Dal modo in cui è amministrata la giustizia dipendono il grado di tutela della nostra libertà, nonché la capacità del Paese di attrarre investimenti ed essere competitivo sulla scena mondiale. La nostra missione è profondamente politica, ma senza ambizioni elettorali. Ci unisce un obiettivo, non un’ideologia.

Come è nata la sua passione per il mondo della giustizia?

Tutto è partito dall’incontro con Marco Pannella. Il leader radicale mi ha insegnato che dove c’è strage di diritto, c’è strage di vite umane.

                                                                                                                                                                                                                     Cinzia Ficco

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