La trasformazione digitale nelle imprese è efficace solo se è anche sociale. Non basta investire in nuovi strumenti informativi, se il management non rivede gli schemi mentali che applica nell’organizzare la sua azienda.

A dichiaralo è Francesco Venier (Maniago PN, ’64), professore e ricercatore di organizzazione aziendale presso l’Università di Trieste, autore di un libro, pubblicato di recente da Eut e intitolato Trasformazione digitale e capacità organizzativa. Le aziende italiane e la sfida del cambiamento”, con la prefazione del professore Giovanni Costa. Poco più di duecento pagine, in cui si descrivono gli effetti delle trasformazioni digitali, avvenute nei primi mesi del 2017 nel nostro Paese, in cui, fa sapere l’autore “qualche passo avanti si comincia a fare, ma è troppo esiguo, dal momento che si scontano decenni di ritardo”.

Per Venier, dunque, la digital transformation è efficace solo se chi gestisce e organizza un’impresa si concentra sull’accrescimento del capitale umano ed in particolar modo sulle sue digital skills, non solo tecniche – hard – ma anche comportamentali – soft.

“Il potenziale maggiore dal punto di vista dell’innovazione organizzativa – dichiara il professore – ce l’hanno le tecnologie sociali. L’organizzazione dell’impresa infatti è uno strumento di gestione dell’informazione. Quando un imprenditore deve perseguire obiettivi aziendali troppo complessi per poter essere gestiti da una sola persona, assume dei collaboratori affinché ognuno di loro si occupi di una parte del lavoro. In questo modo spacchetta la complessità informativa e attribuisce ad ogni collaboratore la responsabilità di gestire solo una parte del tutto. Ovvio, spetterà sempre all’imprenditore coordinare il lavoro dei suoi collaboratori che, a loro volta, potranno condividere il lavoro con subordinati. In questo modo l’organizzazione cresce e riesce a gestire attività e mercati di enorme complessità. Entrano in gioco strumenti come la gerarchia, la standardizzazione dei processi la programmazione, la gestione per obiettivi. A questi, poi, se ne affiancano altri meno rigidi e basati sul potenziamento delle reti di relazioni tra le persone che lavorano all’interno, ma anche fuori dell’azienda. Ed è tutto questo che potenzia e crea appeal in una impresa. Ma per raggiungere questi obiettivi serve, appunto, una nuova mentalità.

In che senso?
Bisogna da un lato prendere atto che è possibile gestire le persone in modo diverso anche nelle organizzazioni più strutturate. Dall’altro, occorre fare lo sforzo di dismettere alcuni meccanismi consolidati, come, ad esempio: l’ossessione per il controllo, la difficoltà a mettersi in gioco per un’iniziativa nuova e solo per paura di fallire, la scarsa disponibilità a delegare, la visione competitiva se non conflittuale dei rapporti in azienda. E dalla mia esperienza le tecnologie sociali aiutano il management a creare un contesto collaborativo in cui lo status, il prestigio personale, non dipendono dal livello gerarchico ricoperto, ma dalle competenze e dalla capacità di risolvere i problemi reali dell’impresa, che in ultima analisi sono quelli dei clienti.

Ci sono settori più avanti?
Quelli dell’informatica, dell’editoria, dei media, della consulenza sono quelli che hanno innovato meglio i propri modelli di business, sfruttando le nuove tecnologie. E questo sia in Italia, sia all’estero. Occorre uno sforzo maggiore per coinvolgere altri settori. Bisogna far capire che la trasformazione digitale non deve essere fonte di paura. La paura, piuttosto, deve essere quella di restare indietro. Alcune ricerche sia in Europa che negli Stati Uniti hanno dimostrato che le imprese digitalizzate mostrano incrementi di produttività enormi e portano a casa profitti notevoli. Ma, ripeto, un investimento in questa direzione non è legato solo all’acquisto di strumenti, ma ad una loro profonda integrazione nei processi esistenti e ad un cambiamento di prospettiva nel rapporto tra impresa e lavoratore, che  è sempre meno subordinato e passivo e diventa fonte di idee, cambiamento, portatore di competenza e non solo di forza bruta.

Se dico Industria 4.0 vengono in mente: robot autonomi, realtà aumentata, sicurezza informatica, internet delle cose industriali, integrazione dei sistemi industriali e verticali. Ma anche  lavoratori liquidi, senza una collocazione e una identità precise. Nel suo ultimo libro (Abbiamo rovinato l’Italia?), il sindacalista  Marco Bentivogli cita una ricerca Mckinsey per cui  a fronte di un posto di lavoro cancellato dall’avvento di nuove tecnologie, se ne creano 2,6 nuovi. È ottimista?
Sono anch’io ottimista. È sempre stato così. La tecnologia a partire dalla fine del settecento ha prodotto rivoluzioni industriali che hanno obbligato la società a reinventarsi. Questo processo è passato sempre attraverso la trasformazione del lavoro e la creazione di nuovi mestieri attraverso quell’atteggiamento mentale profondamente umano, creativo e non automatizzabile che chiamiamo imprenditorialità o, se vuole, capacità di vedere delle opportunità e porsi nuovi obiettivi. Questa volta non sarà diverso, solo che la spinta imprenditoriale non sarà limitata a pochi imprenditori, dovrà tornare ad essere una caratteristica di tutti i lavoratori. Chi guarda solo alla perdita dei vecchi posti di lavoro, risultato della seconda rivoluzione industriale- quella del fordismo, dell’impresa burocratica, della strutturazione del lavoro in compartimenti stagni- è miope. Le nuove tecnologie obbligheranno tutti a prendersi maggiori responsabilità riguardo alle scelte della propria vita. Il mondo in cui l’uomo medio puntava ad una vita senza responsabilità in una struttura che pensava per lui, lo pagava per un lavoro medio e con un salario medio, per vivere una vita media uguale a quella di milioni di altri individui come lui, sta scomparendo. Il lavoro del futuro sarà molto più simile a quello dei nostri avi,  prima della rivoluzione industriale. Allora ognuno si creava da solo le condizioni per prosperare, senza le garanzie offerte dai grandi sistemi burocratici. Nella nostra cultura questo spaventa, duecento anni di società industriale ci hanno impresso nel cervello che noi siamo forza lavoro, che dobbiamo rientrare in determinati canoni professionali standard predefiniti dal sistema industriale, costruiti da un modello formativo funzionale a quel mondo che oggi si sta trasformando. Io ho fiducia nell’uomo. Credo che tutti abbiano la capacità di eccellere in qualcosa e che la scuola dovrebbe ripensarsi per aiutare i ragazzi a cercare il proprio talento e coltivarlo, perché è lì che nessuna macchina potrà inseguirli. Consiglio la lettura del libro di Davenport e Kirby “Only Humans Need Apply”.

In questi tre anni in Italia si è avviato un processo di innovazione nella PA: L’utilizzo del 730 precompilato sta crescendo. Quest’anno siamo a 2 milioni e mezzo di cittadini con un + 18% rispetto al 2016. Sta aumentando l’uso di PAGOPA – oltre 3 milioni di transazioni effettuate – e della fatturazione elettronica, adottata dal 30% delle imprese italiane, percentuale di gran lunga superiore alla media UE, che è del 18%. Anche SPID, il sistema di identità digitale, procede nella giusta direzione: oltre 1 milione e mezzo le identità rilasciate che hanno consentito di accedere, per via telematica, a servizi come l’iscrizione dei figli a scuola, il bonus mamma e bonus bebè e la rottamazione delle cartelle Equitalia. Siamo sulla strada giusta?
Certamente molte di queste cose sono passi utili ed importanti, che ci mettono una volta tanto tra i bravi a livello internazionale, almeno per la digitalizzazione del rapporto tra cittadino e PA. Ma sono solo un primo passo. L’agenda digitale non è solo tecnologia, è prima di tutto un cambiamento di prospettiva. Oggi, purtroppo, è ancora più uno slogan che un reale processo pervasivo di innovazione della pubblica amministrazione. L’Italia è forse il Paese che ha fatto più passi avanti in questa direzione, ma partiva da un sistema della pubblica amministrazione molto arretrato. Quindi oggi non è certo un esempio di innovatività. Questo sistema resiste al cambiamento con un’ enorme inerzia e non sarà semplice digitalizzarlo. Poter spostare le persone che oggi ricoprono posizioni a scarsissimo valore aggiunto in posizioni più produttive per i cittadini avrebbe un effetto potentissimo sia sul PIL che sulla qualità della loro vita lavorativa. Ma per fare ciò bisognerebbe scardinare dei meccanismi, dei centri di potere e dei riti, profondamente radicati nella cultura della nostra pubblica amministrazione. Da un lato è necessaria grande competenza tecnica da parte dei politici per sviluppare una visione credibile e realistica di cambiamento della PA. I politici devono affrancarsi dall’influenza dei tecnici dei ministeri, delle regioni e dei comuni. Dall’altro, serve una forte volontà politica che sappia trasmettere una visione, accetti il conflitto costruttivo e sappia far comprendere ai cittadini che è nel loro interesse cambiare la PA.

Cinzia Ficco

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