Avrebbe potuto premere il grilletto e vendicare suo padre. Sarebbe diventato un killer mafioso, braccio destro dei boss della Piana dei Colli. E invece, quel giorno, in quel vicolo di Palermo, ha preferito nascondere la pistola, tirare dritto e sforzarsi di cambiare vita.

Oggi è un giornalista, per trenta anni corrispondente nelle zone di guerra, insignito di numerosi riconoscimenti e nominato più volte cronista dell’anno (2004, 2007, 2008, 2009 e 2010).  

Parlo di Francesco Viviano, classe '49, cresciuto tra i mafiosi nel quartiere Albergheria di Palermo, orfano di padre a 13 mesi, che per due volte ha rischiato di finire in trappola, ma che oggi è uno dei migliori inviati italiani.

Per la Repubblica ha seguito i principali processi di mafia, quindi l’evoluzione di Cosa nostra, gli omicidi di Falcone e Borsellino, le grandi confessioni dei pentiti, l’arresto di Brusca, la caccia al papello di Riina, le prime rivelazioni sulla trattativa Stato mafia.

Quella di Francesco è la storia di un ragazzo che non si è arreso ai soldi facili e non ha svenduto la sua dignità, come gli ha insegnato Enza, sua madre. Prima di arrivare a la Repubblica, infatti, Francesco ha fatto il cameriere, il marmista, il pellicciaio, il muratore, il commesso. Anche se il suo sogno era viaggiare su una nave.

Fare il giornalista, scrivere di mafia, gli riesce bene, perché lui certi boss li ha guardati negli occhi. Li conosce bene. Ha giocato con loro da ragazzo al Villaggio Ruffini. Una volta uno gli ha detto: “Ma lo sai che anche tu dovevi diventare come a noialtri? Be, ti è andata bene, altrimenti avresti passato la vita in galera, oppur saresti sottoterra”. Alle intimidazioni, però, Francesco dice di non aver dato mai tanto peso. Come scrive nella postfazione al libro il suo amico e collega Attilio Bolzoni,a farci tremare non era la mafia, erano gli amici della mafia: traditori, spie, maggiordomi, talpe, esperti nel doppiogioco. Uomini in divisa, qualche magistrato, qualche prefetto”.

Francesco, che ha raccontato la sua storia in un libro, pubblicato di recente da Chiarelettere, dal titolo: Io, killer mancato- il giornalista cresciuto con i mafiosi, ha accettato di farsi intervistare.

Per ben due volte hai rischiato di finire in trappola. Sei riuscito a non cascarci. Però, è grazie ad un’infanzia e a un’adolescenza, vissute nei bassifondi di Palermo, che riesci a muoverti bene in certi ambienti e a fare scoop. Sei riuscito a dare una spiegazione a tutto quello che ti è successo?

Mi sono salvato grazie ad una serie di coincidenze fortunate e di alcune persone. Mia madre innanzitutto, che è stata il mio faro ed il mio punto di riferimento, anche se con lei discutevo molto per tanti motivi. E poi il fatto di non essere caduto in una rete criminale, in cui era facile cadere.

La tua vita, almeno in apparenza, era segnata.

Sì, mio padre è stato ammazzato a soli 22 anni dal proprietario di una conceria, dove era andato a rubare. Mia madre, rimasta vedova a soli 19 anni ed io orfano a soli tredici mesi. Ero figlio di un ladro ammazzato e di una madre analfabeta, che per tutta la vita ha fatto la cameriera. Questo non mi faceva partire avvantaggiato. Anzi. Mi sono sempre detto: il figlio di un medico, di un avvocato, di un imprenditore, di un commerciante ha sicuramente, almeno nel 90 per cento dei casi, un futuro assicurato. Il figlio di un ladro ammazzato, vissuto in un quartiere ad alto rischio come Ballarò, che strada può seguire? Bene mi sono dovuto barcamenare in quell' ambiente, dove o soccombevi o reagivi, comportandoti come gli altri. Ho dovuto combattere. Erano frequenti le risse dentro e fuori la scuola con i bastoni. I miei modelli - le persone che mi circondavano e che per forza di cose frequentavo - erano quelli criminali- e non era facile starne fuori. Eravamo poverissimi. Abbiamo sempre vissuto in case di altri, prima in quella di mio nonno paterno, poi in quella della sorella di mia madre. Grazie alla mamma un pasto al giorno riuscivamo a rimediarlo. Ero vestito bene, nel senso che non avevo le scarpe sfondate. Mia madre mi ha permesso di andare a scuola fino al terzo anno dell' istituto nautico. Volevo fare il comandante delle navi, viaggiare, girare il mondo. Mi mancavano soltanto due anni per diventare capitano.

Cosa è successo?

Fui costretto a ritirarmi da scuola. Cominciai a fare tremila lavori, dal muratore, al marmista, al commesso, al pellicciaio, al contadino. Ero incazzato con il mondo intero, perché non avevo le possibilità che avevano tutti gli altri ragazzi. E fu in quel periodo che tentai di uccidere l' assassino di mio padre, quello che mi aveva ridotto in quelle condizioni.

Sinceramente, non ti sei mai pentito di non aver sparato e come hai controllato il desiderio, l'impulso di vendicarti?

Non mi sono mai pentito, soprattutto quel giorno, quando vidi che il mio bersaglio aveva in braccio un bambino. Fu per lui che rinunciai a sparare. Furono gli occhi di quel bambino che mi guardava e mi sorrideva a farmi rimettere in tasca la pistola e ad andare via.

Gli ex amici ti hanno mai fatto sentire un traditore, soprattutto dopo l’episodio della rapina e quando hai cominciato a scrivere contro di loro?  

No, non ho avuto attacchi dai miei ex amici, loro mi conoscevano bene, sapevano che non mi mancavano il coraggio e la capacità di portare a termine alcune imprese. Non sono mai stato considerato un traditore, perché il giorno della rapina non tradii nessuno, rinunciai a partecipare alla rapina perché pensai che, se mi fosse accaduto qualcosa, se mi avessero ucciso o arrestato, mia madre, che viveva soltanto ed unicamente per me, si sarebbe sicuramente suicidata. E questo non potevo permettermelo.

Oggi sei un bravo giornalista. Eppure non hai fatto grandi studi. Chissà quanta invidia hai scatenato tra i colleghi!

Essere cresciuto per strada e aver conosciuto molti ambienti mi hanno fatto sviluppare un certo olfatto per le notizie. Ho cominciato a frequentare l'ambiente del giornalismo grazie a mia mia madre, che faceva le pulizie nella redazione dell' Ansa. Dopo alcuni anni, mentre facevo il commesso in un negozio di borse, fui assunto come fattorino per quella agenzia giornalistica. Iniziai a conoscere molti colleghi di tutta Italia. Cominciai così ad appassionarmi a quel lavoro e a sognare di poterlo fare anche io. Non è stato facile, perché dovevo anche diplomarmi. Cosa che avvenne quando ero già sposato, avevo due figli e mi stava nascendo il terzo. Cominciai a collaborare con alcuni quotidiani. Poi diventai pubblicista, dirigendo una delle più importanti tv private di Palermo. Lì facevo anche degli scoop. All' Ansa si accorsero che ero un cacciatore di notizie. Dopo tanti anni fui assunto come giornalista e dal 1985 cominciai a collaborare con la Repubblica, che voleva l’esclusiva. Lasciai l’Ansa. Ho fatto tanti scoop, sono stato premiato più volte come cronista dell' anno, ho corso tanti rischi, non soltanto occupandomi di mafia, ma anche seguendo le rotte degli immigrati, andando sulle navi in mare aperto e costringendo le autorità italiane a far sbarcare sulle coste siciliane molti sopravvissuti. Ovvio questo ha suscitato anche qualche invidia. Qualcuno mi è diventato nemico. Ho subito oltre 60 perquisizioni a casa ed in redazione. Oggi sono imputato in un processo a Lecce con l’accusa di furto aggravato con destrezza. Avrei rubato documenti dalla stanza del Gip di Trani, che riguardavano l'inchiesta sulla AgCom, le famose intercettazioni di Berlusconi, che chiedeva la chiusura di Annozero.

Ovvio, ti sentirai uno tosto!

Tosto? Piuttosto uno che rischia, uno che fa ancora questo mestiere andando per strada, nei commissariati, nei pronto soccorsi, sui luoghi delle stragi. E’ dura, ma provo soddisfazione quando le mie inchieste portano alle dimissioni di certi potenti. Leggi Scajola e l'ex presidente dell’ Inps, Mastrapasqua.

Un giorno riusciremo a liberarci della mafia e a quale prezzo?

Credo e spero proprio di sì. La mafia, come diceva lo stesso Falcone, è un fenomeno e come tutti i fenomeni prima o poi spariscono. Sarà lunga, ma credo che ci riusciremo.

Quanti sono oggi i mafiosi che fanno politica?

Più che di mafiosi nel senso stretto del termine, si tratta nella maggioranza dei casi di politici che hanno a che fare con la mafia, dei collusi che traggono reciproco vantaggio economico ed elettoralistico

                                                                                                                                                                                                        Cinzia Ficco

 

 

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