“Prima di condividere, commentare, cliccare, fatevi sempre una domanda: ‘Sono sicuro al cento per cento che quello che sto mettendo in circolazione nella rete sia vero?’ Se la risposta è no, oppure ni, o anche un sì non del tutto convinto, fermatevi. E applicate le dieci regole che vi serviranno a diventare apprendista fact checker, perché, è vero che a ripulire la rete dalle bufale dovrebbero essere soprattutto i giornalisti, ma è indiscusso che tocchi anche a noi diventare investigatori di notizie”.

È il consiglio di Gabriela Jacomella (Chiavenna, ’77), giornalista e ricercatrice, che di recente ha scritto per Feltrinelli un libro prezioso, intitolato: “Il vero e il falso – fake news: che cosa sono, chi ci guadagna, come evitarle”, un invito a non fidarci più del passaparola, uscire dalle nostre bolle di filtraggio, aguzzare l’istinto e affinare i nostri strumenti di analisi e lettura, per non farci prendere per il naso dalla propaganda, dalle strategie acchiappa – click, dai bufalari di professione.

Poco meno di 160 pagine che hanno un’ambizione, come ci dice Gabriela: “Capire i meccanismi che si celano dietro la diffusione di informazioneavariata.  Un’operazione complessa. Sotto questo ombrello raccogliamo oggetti anche molto diversi fra loro. Si va, infatti, dalle vere e proprie notizie inventate – quelle che in Italia chiamiamo bufale – alle notizie travisate o modificate  per trarne un guadagno o per propaganda. Ma in mezzo ci sono anche gli articoli acchiappa-clic in cui, per esempio, i titoli non corrispondono al contenuto e le foto sono decontestualizzate. Il panorama è vastissimo”.

Di qui la difficoltà nello stilare una graduatoria delle fake news e di tutto ciò che gravita intorno. “Ogni pezzetto di informazione manipolata e avariata – spiega Gabriela- in realtà, contribuisce in modo più o meno pesante a contaminare l’oceano digitale, rendendo sempre più difficile selezionare e filtrare le notizie di qualità”.

Un esempio della varietà delle notizie da non prendere sul serio? 

In rete si possono trovare, per esempio, la satira o la parodia, in cui non c’è l’intenzione di fare danni, ma che qualcuno può prendere per vera – anche se la satira fatta bene” è disseminata di indizi che dovrebbero consentire a tutti di smascherarla. Altre volte i dati e i fatti vengono selezionati in modo tale da incastrare la persona o l’evento di cui si parla, dandone un’impressione negativa. Ci sono stati addirittura dei casi estremi in cui il giornalista si era inventato di sana pianta le citazioni di una fonte, come è successo persino al New York Times.  Poi ci sono le false connessioni tra titolo, didascalia e pezzo. Il falso contesto, che si ha quando con la notizia vera, come l’arrivo di un barcone carico di migranti e richiedenti asilo, si fornisce una ricostruzione errata del fenomeno e, per rimanere sul caso, si inseriscono dati gonfiati sul fenomeno migratorio solo per far aumentare il senso di insicurezza e allarme. E poi esiste la manipolazione pura di una foto, una frase, una statistica. Fatta con lo scopo di trarre in inganno il lettore. Tutti questi ibridi tra verità e invenzione sono addirittura più pericolosi delle fandonie create ex novo, più facilmente riconoscibili.

Le bufale, le notizie completamente false, gli scherzi ci sono sempre stati. Pensiamo, per esempio, a La guerra dei mondi, un celebre sceneggiato radiofonico, mandato in onda dalla Cbs il 30 ottobre del 1938 negli Stati Uniti e interpretato da Orson Welles, tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza di Herbert G. Welles, che scatenò il panico, perché annunciava una invasione aliena. Oggi, però, la questione è diversa. Giusto? 

Prima di tutto, oggi c’è la Rete, che ha responsabilità e meriti. Perché è con lo sviluppo della comunicazione digitale che un fenomeno, appunto, storico – si può dire nato insieme con il raccontare e il trasmettere notizie – assume dimensioni nuove. Inutile dire che aumentano la massa e la velocità, nonché la disponibilità immediata di fonti di conoscenza ed informazione. Come si può capire, non stiamo parlando di un fenomeno di per sé negativo. Internet è una risorsa incredibile, una fonte di conoscenza e relazione preziosissima. Se, però, non siamo in grado di intercettarne i tranelli – e soprattutto di  utilizzarla in maniera consapevole e responsabile – le sue potenzialità si trasformano rapidamente in rischi. Non sono ancora chiari i meccanismi con cui questo strumento – ancora relativamente nuovo – stia influenzando il nostro modo di pensare, socializzare, conoscere. Il fenomeno fake news sta attirando così tanta attenzione perché ancora poco ne sappiamo, e nella società dell’informazione diventa, invece, fondamentale comprendere in che modo ciò che vediamo, leggiamo, ascoltiamo influisce sulle nostre decisioni e convinzioni.

Il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, alcuni giorni, fa ha affermato che si potrebbe presto introdurre una nuova normativa volta a combattere le fake news durante le elezioni. Nella scorsa edizione della Leopolda il segretario del Pd, Matteo Renzi, ha rimarcato la necessità di porre un argine alle notizie false (qui c’è il primo report). E comincia a muoversi anche Bruxelles.

La lotta alla cattiva informazione dev’essere una priorità di tutti, sempre. Dai media alla pubblica amministrazione, dalle piattaforme online al singolo utente e cittadino. Non credo, però, che questo sia, né debba diventare prerogativa di una parte politica, né una bandiera che possa essere sventolata solo da una o dall’altra parte in campo. Sarebbe piuttosto necessario un impegno collettivo, da parte di ogni schieramento e di quei pezzi del mondo dell’informazione ad essi vicini, per fornire un’informazione corretta e trasparente. Il fact-checking, cioè la verifica dei fatti, è per sua natura imparziale e neutrale. Non può e non deve diventare un’arma da sfoderare ed utilizzare in modo unilaterale contro l’avversario. Anche perché un’informazione inquinata e propagandistica, in cui le bugie e le mezze verità si mescolano di continuo ai dati e ai fatti verificati, confonde le idee e le scelte degli elettori, dividendo in maniera sempre più profonda ed irrimediabile gli schieramenti. E questo va contro la regola fondamentale della democrazia: riuscire a prendere decisioni che vadano nella direzione del bene collettivo, dopo aver sentito e valutato le opinioni e le posizioni di tutti. Le bufale, al contrario, contribuiscono spesso ad aumentare odio, diffidenza, intolleranza.

Perché si crede alle fake news? E, soprattutto, è possibile tracciare un profilo psicologico di chi casca più facilmente?

Parto dall’ultima domanda. No, non è possibile e credo sarebbe assai pericoloso tracciare un profilo psicologico unico e universale di chi abbocca alle bufale. Ci sono tanti tipi di fake news, che si insinuano nel nostro flusso di notizie in maniera più o meno smaccata, e che possono o meno convincere utenti di ogni tipo. Questo per dire che uno degli errori più gravi che possiamo compiere è quello di ritenerci meno boccaloni degli altri, e di prendere sottogamba il fenomeno. Le bufale ci convincono perché riescono a colpirci sotto la cintura: suscitano reazioni forti – indignazione, rabbia, paura – e ci fanno abbassare per un momento gli scudi della razionalità. Oppure, al contrario, fanno leva sul nostro desiderio di sentirci rassicurati, veder confermate le nostre opinioni e convinzioni. E questo è un meccanismo psicologico, che – a vari livelli, e su temi differenti – può colpire, se non stiamo attenti, davvero tutti.

C’è un partito, un movimento collegato più di tutti a siti bufalari?

Questa domanda si ricollega al discorso che abbiamo fatto prima: la propaganda, purtroppo, è sempre stata parte integrante della politica. Non è importante stilare una graduatoria su chi le spari più grosse, quanto piuttosto imparare a smontare una notizia, valutarla senza pregiudizi e senza essere fuorviati dalla nostra preferenza o dalle nostre convinzioni, e decidere di conseguenza se fidarci o meno del tipo di informazione che ci viene sottoposta. La gara a chi mente di meno degli altri è uno spettacolo a cui, ahimè, assistiamo spesso – e che purtroppo viene promossa anche sulle pagine di molti giornali –  ma che trovo svilente nei confronti di ciò che dovrebbe essere la politica, e preoccupante per il nostro futuro.

In Italia il fenomeno è più massiccio? E ritieni che ci possa essere una minaccia russa alle prossime elezioni o che ci sia stata una interferenzaestera sull’esito del referendum del 4 dicembre 2016?

Non credo sia possibile definire una graduatoria dei Paesi più o meno colpiti dal fenomeno. Proprio perché parliamo di Rete, di World Wide Web, e di modalità di conoscenza e informazione universali, deve, al contrario, esserci chiaro che stiamo affrontando un problema globale, che coinvolge tutti noi e da cui nessuno può considerarsi immune. E proprio perché il mondo digitale non conosce confini, è ovvio che chi sceglie di utilizzare le fake news per motivi economici – si vedano gli adolescenti macedoni che avevano capito la potenzialità di guadagno dei siti pro-Trump nel corso della campagna elettorale americana – non sia tenuto necessariamente ad operare nel Paese di provenienza. Detto questo, credo che sulla cosiddetta influenza diretta della disinformazione su campagne elettorali o referendarie ci sia ancora molto da studiare e ragionare. Per quanto sia indubbio che una cattiva informazione sia deleteria nel momento in cui ci viene chiesto di prendere una decisione alle urne, è altrettanto vero che molti studi dimostrano come l’effetto delle fake news sia piuttosto radicalizzare ancora di più le nostre opinioni già esistenti, non di far cambiare campo a chi aveva già una propria idea. Vale per le elezioni americane, per la Brexit, e anche per i referendum nostrani.

Ma quanta attività di controllo c’è da parte dei giornalisti italiani?

La responsabilità di una viralità così forte delle notizie false è di tutti. Dalle piattaforme, che non a caso hanno deciso di collaborare con le associazioni certificate di fact-checkers per filtrare l’informazione da loro diffusa, alle istituzioni, che dovrebbero a loro volta promuovere una comunicazione sempre più chiara, corretta, a misura di cittadino, e sempre meno passibile di essere male interpretata o distorta. Dai giornalisti e dai loro editori, che dovrebbero imparare a rallentare nella frenesia del ciclo delle notizie – anteponendo la verifica puntigliosa delle notizie allo scoop in tempo reale- a noi utenti e lettori, che dovremmo prenderci la responsabilità di capire fino in fondo ciò che condividiamo sulla Rete. Le bufale non andrebbero tanto lontano, se non ci fossero tante persone pronte – consapevolmente o meno – a spalancare il cancello dei loro recinti, con un like o un retweet, una catena di Sant’Antonio o un passaparola tra amici.

Pensi sia sufficiente far capire che i diffondi – bufale  guadagnano con il clickbaiting? E, in genere, come ci si può tutelare?

Lo spirito critico deve guidarci sempre per non diventare vittime degli algoritmi. Anche di quelli buoni.  Perché non esistono, per fortuna, solo i social bot cattivi, cioè i programmi che creano account fittizi mascherandosi da utenti reali, per spacciare propaganda o falsità. Gli algoritmi non hanno il fattore umano, che è quello che ci consente di distinguere la satira dalla bufala nociva, ad esempio. Ovvio, non sarà sufficiente spiegare i meccanismi economici che si celano dietro al fenomeno, anche perché a volte non è quello il motore principale. Possono esserci campagne di disinformazione che hanno come scopo la propaganda, e in cui i creatori decidono di investire soldi, senza guadagnarne in cambio.

Ma cosa intendi per spirito critico?

Imparare a non semplificare, mai. La complessità dell’informazione non dev’essere qualcosa che ci spaventa, ma una sfida da accogliere. Anche perché se non lo facciamo, il risultato certo è solo uno: diventeremo vittime inconsapevoli di chi, con l’informazione avariata, ci manipolerà per raggiungere i propri fini.

Ci fai il nome di siti da tenere alla larga?

Per questo, esistono delle black list gestite da antibufalari di professione, come in Italia BUTAC (Bufale Un Tanto Al Chilo). Sono liste periodicamente aggiornate, su cui è possibile individuare siti bufalari o anche spacciatori di informazione distorta, in cui la verità si mescola alla bugia o alla montatura.

Pensi che l’ammazza bufale possa diventare la professione del futuro?

No. Le associazioni di fact-checkers sono spesso piccole e no profit. E ancora una volta: non è giusto delegare ad altri, benché professionisti, la gestione della nostra immondizia digitale. Dobbiamo essere consapevoli che, anche se con l’aiuto di persone specializzate, questa è una battaglia che si può affrontare solo a partire da ciascuno di noi.

Come il nuovo Governo potrebbe arginare il fenomeno?

Fondi alla ricerca, formazione nelle scuole e nelle università, ma anche nell’ambito della cosiddetta educazione informale, destinata a tutti coloro che non sono o non sono più inseriti in un percorso scolastico. E soprattutto, gestione più corretta e consapevole del flusso dell’informazione che dall’alto ricade sui cittadini. È solo così che si toglie terreno fertile alle bufale e a chi le crea.

Alla fine del tuo libro c’è un decalogo per diventare apprendista fact checker.

Sì, prima regola: Controllare l’Url. A volte l’inganno si nasconde nell’indirizzo del sito. Attenti alla data. Spesso le bufale emergono a distanza di tempo. Attenzione al clickbaiting. Controllate le immagini. Scoprite chi c’è dietro un sito tramite il “chi siamo”. Attenti ai bot, cercate i bollini, verificate le fonti, cercate negli altri media, fate visita ad un altro fact- checker.

Cinzia Ficco

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