Per proseguire il suo viaggio, Gianclaudio Pinto, pugliese, ha scelto una nuova nave. Quella dei folli e degli affamati che, stanchi dell’attesa, vanno incontro alla vita. Ha già sciolto gli ormeggi ed è pronto a salpare. Verso dove? Non si sa. “Quello che conta – dice entusiasta – è muoversi. Ero stanco della routine e, soprattutto, ero convinto che quel tran tran, che mi ha accompagnato per sei anni, sarebbe andato avanti senza termine e avrebbe consumato così inutilmente la mia vita. Mi sentivo incasellato nell’esistenza ad orario, nella continua attesa di qualcosa. Assistevo impotente al fluire degli eventi e non avevo la forza di viverli. Sentirli miei. Nella mia testa solo l’ansia di fare ciò che mi era diventato completamente estraneo. Ed un mantra, che da mesi faceva da sottofondo alle mie giornate: vendi, vendi, vendi. Alla fine, sì, ho venduto, non i pacchetti turistici, ma la mia vita. E sa a cosa? Alla noia. All'infelicità. Quella nave sembrava mi facesse arrancare, arrivare sempre in ritardo agli appuntamenti importanti. Per esempio, con l’amore”. La metafora ci sta. Ma il fatto è reale. Gianclaudio ha davvero abbandonato il suo grigio vascello. La cosa è successa un mese fa, quando il trentatreenne di Putignano, un piccolo Comune del Barese, ha rassegnato le dimissioni da commerciale di una delle maggiori compagnie di crociera italiane. Non ne poteva più. Sì, niente da eccepire sullo stipendio. Ma sembrava che la sua vita da anni girasse a vuoto. “Ho perso me stesso – spiega – stavo diventando uno sconosciuto, non avevo più tempo per dedicarmi alle mie passioni, ai miei hobby. E, soprattutto, non riuscivo più a sentire il profumo del mare, quello vero. Vivevo ad una sola dimensione. Per due anni sono stato male. Ansia ai massimi livelli, attacchi di panico, che mi hanno portato dallo psicoterapeuta. Mi sentivo pressato dal lavoro, oltreché dal mio senso del dovere, molto sviluppato. Una miscela che alla fine mi ha fatto esplodere. Ho toccato il fondo. Poi, piano piano, ho cominciato a vedere le cose in modo più chiaro. Ho capito che la vita fluisce inarrestabile, non ti aspetta. Devi essere tu ad andarle incontro. Ad assaltarla. Con entusiasmo, gioia e un progetto. Tuo. Ho detto basta a chi fa finta di agitarsi, o a chi non fa nulla, pur essendo sempre in agitazione. E ho preso il largo. Certo, non è stato e non è semplice neanche oggi. All’inizio ho faticato a spiegarlo ai miei genitori. Molti miei amici non hanno compreso la mia scelta. Alcuni di loro sono quelli che pensano una cosa: a trentatré anni devi per forza avere uno stipendio sicuro, una moglie, che puoi anche non amare, e possibilmente un figlio. Per loro alla mia età non ci si dovrebbe mai avventurare senza rete. Ma sa cosa le dico? Sono stufo di vivere un’esistenza ovattata, e di provare emozioni con la sordina. Ho voglia di gridare, riprendermi la mia vita. E veleggiare, finalmente. Dovevo perdermi per ritrovarmi. Sono alla ricerca di un lavoro. Non ho soldi da parte. Ma ho energia. Forza sufficiente per cercare. Ho in mente qualche progetto. Non voglio accontentarmi della prima cosa che capita. Voglio provare ad alzare l'asticella delle mie ambizioni. Si vedrà. Quello che conta ora è che non mi senta più uno spettro risucchiato dal nulla, dal vuoto. La vita è tornata ad urlare nel mio petto. Ed io ora sono pronto a risponderle”. Si sente un tipo tosto? “Guardi – dice - vivere la propria vita, assecondare la propria natura, buttare giù maschere, palchi e sovrastrutture, dovrebbe essere la normalità. Ci vuole più stomaco a fingere, sopravvivere senza curiosità, senza una passione, senza la voglia di scoprirsi, di annusare la vita. Gira di continuo nella mia testa l’invito che Steve Jobs ha rivolto ai suoi estimatori, quando ha lasciato l’Apple: ‘Siate affamati, siate folli’. Ho fatto mie e regalato ai miei ex colleghi di lavoro queste parole, che hanno un certo peso, soprattutto perché pronunciate da una persona che ha cambiato il mondo e ora è gravemente malata. Sa come mi hanno risposto in tanti? Con due espressioni: ‘Che coraggio e che invidia! Mi piace ripetere spesso mentalmente alcune parole di una canzone di Jovanotti, che con il suo ottimismo contagioso e il suo no alla cultura della lamentela, prova a dare una scossa al grigiore della nostra lenta caduta collettiva: "Non c'è montagna più alta di quella che non scalerò, non c'è scommessa più persa di quella che non giocherò. Ora." Per il resto, non mi stanco di dire: "Provateci, anche con fatica, e vedrete, vi sentirete di nuovo vivi. Credete in voi stessi e amatevi tanto. Ogni mattina mi guardo allo specchio e anche nelle giornate peggiori provo a farmi un sorriso. Provateci!" http://gianclaudiopinto.wordpress.com/2011/09/14/facile-essere-ottimisti/ Cinzia Ficco

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