“Mi ero stancato della vita forense, non la sentivo mia. Ho sempre avuto la passione per le arti, la storia e la cultura del mio territorio e, nei miei giri tra i borghi del Salento, ho sempre incontrato artigiani straordinari, che realizzano oggetti meravigliosi, ma che stentano a farsi conoscere oltre i confini locali. Così ho deciso di cambiare lavoro. Oltreché vita”.

Questa è la storia di Giovanni d’Elia, nato a Nardò (Lecce) nel 1981 che, con una laurea in Giurisprudenza, un Master in Management delle Risorse Umane per la Responsabilità Sociale nelle Imprese e negli Enti Pubblici, si è messo a “vendere il Salento”.

“In realtà ho studiato a Pisa – afferma - poi ho fatto un Master a Poggibonsi (SI) e dopo ho deciso di tornare nella mia terra dove, per tre  anni, ho svolto la pratica forense presso uno studio di Nardò. Sono tornato perché ho sempre pensato che bisogna dare un contributo per lo sviluppo del proprio territorio, anche minimo, anche impercettibile. Sono tornato soprattutto perché sono convinto che in Italia il Salento sia una delle terre più antiche e ricche di testimonianze storico-archeologiche, dove l'ambiente, per secoli, si è armonizzato con l'ambiente antropizzato. Basti vedere le pajare (trulli) o le torri costiere o, più anticamente, i dolmen e i menhir. Queste cose vanno divulgate. Il Salento non è solo "sule mare e jentu" o "pizzica e divertimentu".

Non hai solo deciso di tornare al Sud. La tua vita ha subito un cambiamento più radicale.

Sì. Dopo i tre anni di attività forense, ho cominciato a provare stanchezza. Un giorno, dopo l’ennesimo giro tra le botteghe degli artigiani, mi sono detto: perché non aiutarli? Posso mettere in campo la passione per l'arte e l'artigianato, ereditati dai miei genitori (sua madre è una sarta, suo padre, un fabbro, ndr), le mie competenze in campo informatico e il mio amore per la cultura del territorio, legata alle arti manuali. 

Chissà in quanti hanno detto che hai fatto un passo indietro.

Ho sempre rispettosamente ascoltato i pareri altrui, ma ho sempre seguito la mia strada. E aperto la Putea laputea.com

Cos'è la Putea?

In realtà avrebbe dovuto chiamarsi "la puteca", dal greco "putekè", che significa "bottega". Ma l'ho chiamata così perché "la puteca" nella mia zona si chiama "putea", come anche in Sicilia.  Vendo solo ed esclusivamente prodotti dell'artigianato locale, realizzati a mano, come una volta e con materiali naturali, estratti nel territorio (creta, pietra leccese, tufo). Il mio obiettivo è quello di vendere solo prodotti di fascia alta (quadri, bassorilievi, lampade, sculture) e di rivolgermi ad un mercato di intenditori e, ovviamente, a quello estero. 

Quali sono state le maggiori  difficoltà?

Inizialmente è stato difficile trovare le piccole botteghe sparse sul territorio. Per trovarle ho impiegato un anno. In un anno: contatti, giri a vuoto, lunghi viaggi per tutta la provincia. Poi è stato difficile convincere gli artigiani a mettere le loro opere sul sito, ma la difficoltà maggiore è stata quella di mettere in rete le piccole botteghe artigianali, perché qui da noi la collaborazione, anzi, la cooperazione, è una cosa molto difficile da realizzare, per varie ragioni. Ho spiegato agli artigiani che insieme si può vincere.

Ora, però?

Sono in rete più di quindici botteghe artigiane sparse per tutto il Salento e io mi occupo di coordinarle e promuoverle. Insomma, la Putea è diventato un consorzio di fatto. Ma, credimi, ho sudato. Gli intoppi sono stati tanti. Ti porto solo un esempio. Quest'anno ho deciso di aprire un punto vendita a Porto Cesareo (LE) e ho investito un bel po' sia per l'affitto del locale sia per l'allestimento. E' venuto fuori un negozio davvero carino. Lo dicono tutti quelli che ci entrano e le recensioni su Tripadvisor. Un giorno, quasi per caso, Osvaldo Bevilacqua, passeggiando per Porto Cesareo, si è imbattuto nel mio negozio ed è rimasto tanto colpito da voler assolutamente inserirlo nella programmazione di una puntata di Sereno Variabile su Porto Cesareo. Da quando sono apparso in televisione molti commercianti della zona hanno iniziato a farmi piccoli dispetti. Da allora ho scoperto che Porto Cesareo non è proprio come la propongono i tour operator.

Quanto hai investito per la Putea?

Finora avrò investito circa 20mila euro a più riprese, ma tutto è rientrato in tre anni. Non ho mai ricevuto alcun finanziamento. Nel 2010 ho partecipato al bando di "Principi attivi" della Regione Puglia, ma mi sono collocato al 300° posto su 3500 domande. Ne hanno finanziate solo 170. I fondi messi a disposizione non erano tanti.

In quanto tempo hai messo su la tua idea? 

Ci sono voluti circa due anni di lavoro, spesi per cercare le botteghe artigiane, catalogare i prodotti - è la cosa più difficile nel mio lavoro - e riempire di contenuti il sito.

Alla fine ti sei messo a vendere la cultura del Salento.

Vendere non è proprio il termine esatto. In realtà il progetto si basa su due aspetti: cultura e artigianato. Partendo dal concetto che l'artigianato tipico e artistico è espressione della cultura di un popolo - prendi le trozzelle, vasi tipici dei Messapi, il popolo che ha abitato il Salento 2500 anni fa- ho pensato che non si può vendere un prodotto artigianale tipico e artistico, se non si racconta una storia, se, in altre parole, non si spiega il contesto in cui operano gli artisti e gli artigiani locali.

Quindi?

Ho dato vita all'area culturale del sito. Ma non basta. La mia esigenza è anche quella di puntare sul turismo culturale e offrire la scoperta del vero Salento. Ecco perché organizzo passeggiate megalitiche, conferenze, workshop e eventi di varia natura. Tutti gratuiti.

 

Da poco si è conclusa la Notte della Taranta. Mi è capitato di leggere e sentire commenti non molto positivi. Si punterebbe, secondo molti, solo a fare numero. Insomma, un business. Tu cosa cambieresti di quell’evento?

Sulla Notte della Taranta sono stati spesi fiumi di parole in questi ultimi dieci anni, spesso di critica. Credo che sia da ammirare il fatto che pochi comuni dell'entroterra salentino siano riusciti a far parlare in tutto il mondo del Salento e delle sue musiche e che abbiano messo in risalto i talenti musicali del territorio. Tra l'altro, in nessun altro modo avrebbero potuto far conoscere i meravigliosi borghi della Grecia Salentina. Da questo punto di vista vedo con favore la Notte della Taranta. Parlo non solo del concerto finale, ma di tutto il Festival itinerante.

Ma?

Peccato che negli ultimi anni sia sfuggita di mano agli organizzatori, che, entrati forse sin troppo nelle logiche del mercato degli eventi, hanno attirato la massa. E la massa, come sappiamo tutti, non porta benefici sul territorio, ma solo danni.   La critica maggiore, però, riguarda un altro fatto.

Cioè?

La Notte della Taranta è un progetto che lega la musica popolare salentina ad altre espressioni musicali, in una sorta di dialogo tra popoli. Ma per promuovere la musica popolare occorre anzitutto farla conoscere bene. A questo serviva l'Istituto Diego Carpitella e, dopo, la Fondazione Notte della Taranta. Peccato che, anziché attuare una tutela delle musiche e dei canti della tradizione orale, i due Enti si siano concentrati solo sulla promozione e sul marketing. Insomma, non tutelare è un po' come far vedere ai ragazzi a scuola i "Promessi Sposi" del "Trio Marchesini Solenghi Lopez" senza prima far leggere il romanzo. Di confusioni, su molti concetti del Patrimonio musicale salentino, ce ne sono fin troppe e una grossa responsabilità è da attribuire proprio alla Notte della Taranta.

In conclusione?

Credo che il Festival serva ancora, ma andrebbero cambiate molte cose. 

Quindi meglio sarebbe puntare su iniziative come la tua?

Ci sono alcune piccole realtà che, come la mia, promuovono il Salento genuino, al netto delle mode e delle edulcorazioni varie. Vendere un territorio è un'operazione delicata, perché bisogna farlo conoscere nella sua interezza senza cadere nella tentazione di banalizzare tutto. E oggi non è facile e non tutti sono in grado di sobbarcarsi un onere del genere. 

Ti senti tosto?

Bella domanda. Da un lato mi sento "tosto", perché spesso mi hanno proposto di vendere cineserie a quattro soldi con promesse di lauti guadagni. Un esempio: un tamburello cinese costa all'ingrosso 50 centesimi e si rivende tranquillamente a 10 euro, ma ho sempre rifiutato. Da questo punto di vista mi sento tosto. Però, di difficoltà ce ne sono tante ed affrontarle quotidianamente non è facile. A volte non mi sento tosto, ma finora ho sempre resistito.

Un consiglio a chi ha letto la tua storia e sta pensando di tornare nella sua terra e di occuparsi di turismo.

L'unico consiglio che posso dare è questo: se vuoi tornare per investire nel turismo di massa o vendere porcherie, resta dove sei. Se, invece, ami la tua terra e vuoi contribuire a migliorarla, torna. Non resterai pentito. 

                                                                                                                                                                                               Cinzia Ficco

 

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