«Ho bisogno di così tanto tempo per non far nulla
che non ne resta più per lavorare.»
Pierre Reverdy

Rumore, Caos, Frenesia: la società é questa e non c’è più posto per la Gioia? E chi l’ha detto?

Lui, Denis Grozdanovitch, un sistema per conservare l’allegria nella dimensione contemporanea dell’agireatutticosti, l’ha trovato. Ed è quasi made in Italy. Lo descrive con ironia nel suo ultimo libro : «La difficile arte di non fare quasi nulla», edito da De Agostini, che fa pendant con il precedente, «Piccolo trattato dell’arte di vivere», della stessa casa editrice. Parigino del ‘46, ex promessa del tennnis (campione di Francia juniores nel 1963), campione di squash dal 1975 al 1980, oggi Groizadanovitch é un appassionato giocatore di scacchi e uno scrittore, scrive su Libération (http//raquette.blogs.liberation.fr/ ) ed una persona che trasmette leggerezza. E’, infatti, incapace di prendersi tanto sul serio. Nella nostra chiacchierata sono venute fuori una freschezza d’animo e una grande voglia di vivere in modo infantile. Nessun desiderio di ergersi a maestro di vita, nonostante il sucesso dei suoi libri, saggi e romanzi. Almeno così dice. Gli piace scherzare e paragonarsi a Saint Paul - Roux che, quando si ritirava per dormire, appendeva alla porta della sua camera da letto un cartello con la scritta : «Poeta al Lavoro!». Si direbbe, senza sbagliarsi, che Grozdanovitch sia un autentico flaneur, un amante dell’arte di bighellonare, che si è formato con l’Elogio dell’ozio e che, come l’autore della Bibbia del nullafacere, Robert Louis Stevenson, attribuisce l’attivismo frenetico delle «persone occupate» ad una carenza di vitalità. Tanto che con lo stesso Stevenson ripete : «Esiste una sorta di morti viventi, individui insulsi che a malapena sono consapevoli di esistere se non nell’esercizio di una qulache occupazione convenzionale». Per l’ex tennista «solo gli oziosi sanno abbandonarsi agli stimoli del caso: provano gusto nell’esercitare gratuitamente le proprie capacità, mentre le persone occupate sono prive di curiosità, poichè incapaci di pigrizia. La loro natura non è abbastanza generosa». Parole che scompigliano e si ispirano a quelle di Alexandre Vialatte, ripreso nell’ultimo libro, il quale dice: «Il tempo perso è, in fin dei conti, quello impiegato nella maniera migliore». Senza la pretesa di insegnarci nulla, con i suoi manuali Grozdanovitch ci invita a: seguire sentieri che non portano da nessuna parte, liberarci dai nostri fardelli e ritrovare il paradiso perduto in uno squarcio di sole. Ognuno, fa capire, seguendo il proprio percorso, può provare a costruire riserve di gioia. Come? «Beh – afferma – tentando, per esempio, di non omologarsi agli altri, riservarsi ogni giorno il tempo di perdere tempo, nel lusso di non far nulla lasciando la mente libera di vagare, contemplare le gru in volo, ripensare ai sogni, giocare per il gusto del gioco». Ma vediamo con lo scrittore, che sta preparando un nuovo libro, questa volta una raccolta di fotografie, come è cambiata la sua vita e cosa ha ispirato i suoi lavori.

Da campione di tennis a scrittore. Cosa è successo? Le palline e le racchette non sono spesso ispiratrici di saggi!

In realtà, appena sono stato preso nella squadra di Francia del tennis, all’età di diciassette anni ( ero campione di Francia junior), ho cominciato a comprendere che quella vita non era fatta per me. Amavo il tennis in sè, nella misura in cui la competizione rimaneva nel quadro dei veri valori sportivi (fair play, senso di solidarietà tra compagni, senso dello humor), ma ahimè, lo sport professionale non aveva (già ai miei tempi, e ancora peggio oggi) più niente di sportivo. Non amavo l’atmosfera generale degli incontri sportivi, detti di alto livello.

E allora?

Nonostante questo, poiché avevo un’altra passione, quella per la letteratura e la filosofia (mio padre e mia padre erano artisti, pittori e grandi letterati), ho subito realizzato che avrei potuto sfruttare le mie doti sportive per scappare dal mondo alienante del lavoro. Così, mi sono servito del tennis per soddisfare i miei bisogni, senza fare troppi sforzi, cioè lavorando se non per qualche ora al giorno e dedicando molto tempo libero a leggere, scrivere, giocare agli scacchi, bighellonare e osservare il mondo. Ho cominciato a tenere i miei carnet - da cui prendo spunto per i miei libri - da quando avevo quattordici anni. In realtà, dunque, non ho mai cambiato vita, se non a partire dal successo dei miei primi libri. Allora ho iniziato a vivere con la mia penna.

Che rapporto c’è tra il tennis e la scrittura?

Il rapporto che è sempre esistito per me tra i due è che per rimandare la palla e piazzarla con esattezza là dove si desidera, è necessario avere un buon colpo d’occhio e sistemarsi bene. Occorre essere precisi e per questo allenarsi con rigore, che non consente la superficialità. A questo punto, mi sembra che la letteratura, quella vera, (siamo lontani ahimè da questa, oggi) necessiti di questo spirito di rigore e precisione, perchè se in una descrizione, un’evocazione psicologica degli avvenimenti, manca il dettaglio esatto che deve rendere conto di quello che voi desiderate esprimere - quello che Tchekhov chiamava il dettaglio significativo e sufficiente – fate come fa una palla non centrata, che si va perdendo al di fuori dei limiti del campo, o come un colpo mal eseguito, che manca il suo obiettivo.

E quindi?

Per raggiungere questa maestria, bisogna allenarsi a lungo - tanto nel tennis quanto nel lavoro stilistico della frase. Un pò come fanno gli artigiani quando ritornano cento volte sul loro lavoro. Questo amore del lavoro ben fatto si concilia perfettamente con la voglia di perdere tempo.

Perchè?

Quando si lavora così all’inizio prendiamo tutto il nostro tempo e solo dopo aver lavorato in modo coscienzioso siamo meglio disposti a distrarci senza secondi fini.

Qual è il filo rosso che collega i suoi due libri più recenti?

E’ uno spirito di resistenza all’epoca attuale, dove tutto corre troppo, in cui le persone non sanno vivere in modo lussuoso, perchè il grande lusso non viene più dai soldi (oggi, quelli che ne hanno molto lavorano ancora di più degli altri e vivono nella preoccupazione permamente), ma dal privilegio di sapere cogliere il proprio tempo in tutte le circostanze. Privilegio che hanno solo poche persone, sufficientemente coraggiose per sviluppare una vera e propria strategia di esistenza per riuscirci.

Perchè dice questo?

Sfuggire agli obblighi stringenti del mondo moderno ultra stressato, per coltivare quello che ci resta dell’anima, è piu difficile che vincere un avversario potente, accanito, disonoesto e arrogante su un campo di tennis.

Lei dice?

Sì, mi sembra che per vivere bene sia necessario liberarsi dalle molteplici trappole del mondo moderno, detto in modo diverso, dall’imperialismo insidioso del mondo del consumo. Così, saper resistere alle sirene dei messaggi provenienti dalla tecnologia ( televisione, internet e telefono mobile, viaggi ultra rapidi negli aerei-razzo), e comprendere che questi messaggi portano a relazioni artificiali, virtuali, dsincarnate, o meglio ad una solitudine fisica ancora piu radicale, rappresentano già un primo passo salutare.

Chi sono i flaneurs, dei parassiti? Degli egoisti?

Come diceva il mio maestro, il filosofo Michel de Montaigne, (ex sindaco di Bordeaux), direi che per vivere bene (contrariamente al dogma attuale che pretende di farci diventare altruisti in tutte le circostanze), e integrarsi nella società, bisogna coltivare una sorta di egoismo temperato, il quale consiste nel prendersi cura prima di tutto di se stessi. Questo non significa affatto che ci si debba dimenticare degli altri, ma che questi ultimi devono venire dopo di noi nell’ordine di priorità - cosa anche piu naturale, meno ipocrita, che crea più comprensione reciproca.

Nell’antica Grecia era così!

Sì, andava di moda la nozione di filautia che significava, all’opposto dei precetti cristiani (ai quali noi siamo sempre subordinati) che, se si comincia con l’essere buoni per se stessi e con se stessi, lo si è, poi, per gli altri e con gli altri. Io continuo a credere che questa posizione sia di gran lunga migliore della nostra.

Ne è proprio convinta?

I genitori di oggi sembrano non avere che un solo obiettivo nella vita: educare i loro figli. Per realizzare questo progetto, sacrificano spesso la propria vita, piazzando i desideri dei piccoli al primo posto, mettendoli su un piedistallo e diventando praticamente loro schiavi. Ora, questo porta all’apice delle nevrosi, perchè i figli non hanno affatto voglia di questo. I bambini vorrebbero poter riconoscere un modello nei loro genitori, seguire il loro esempio. Essere sereni, in pace con se stessi: questo dovrebbe essere il primo dovere dei genitori.

Torniamo al flaneur, a chi passa tutto il giorno a bighellonare e al suo ruolo nella società.

Direi che l’egoismo temperato del flaneur è un valore necessario alla società. Il flaneur gioca un ruolo essenziale nella comunità. Le società di formiche conservano dei pidocchi che apparentemente non sono di alcuna utilità. Pertanto, se il formicaio viene minacciato, le formiche salveranno prima i pidocchi, poi i loro simili.

Come fa a dirlo?

Gli entomologi hanno dimostrato una cosa: questi pidocchi liberano un profumo, che inebria le operaie e permette loro di sopportare meglio la dura vita di lavoratrici indefesse. Credo che gli artisti come i letterati e i flaneur (che sono gli artisti dell’esistenza quotodiana) sono inestimabili parassiti delle società moderne - veri formicai umani.

Una teoria che evoca la Favola delle api di Mandeville. Nella storia chi le è sembrato il piu grande flaneur?

Uno dei migliori ed eccellenti flaneur dell’Occidente è stato, mi sembra, un italiano nel XVII secolo, uno scrittore napoletano, chiamato Torquato Accetto, che ha scritto un breviario per flaneur, Della dissimulazione onesta. Un testo nato nel contesto della dominazione spagnola in Italia, che fu pubblicato a Napoli nel 1641 e rapidamente dimenticato. Il libello fu poi riscoperto da Benedetto Croce all’inizio del XX secolo.

Qual era la sua teoria?

La "dissimulazione", tematica al centro dei dibattiti all'epoca, non è, per Accetto, sinonimo di menzogna, ma un invito al raccoglimento e alla cautela. L'autore differenzia la simulazione, moralmente riprovevole perché viziata da intenzioni cattive, dalla dissimulazione, che invece pareva all'Accetto l'unico rimedio per difendersi da una società pullulante di simulatori e per trionfare con le proprie passioni. La ricetta, però, per risultare vincente, richiede un’ onestà di animo e un buon equilibrio. Torquato Accetto fu l’amico e il protetto del marchese Giovanni Battista Manos, il fondatore di un movimento letterario e poetico, denominato L’accademia dei pigri, che voleva diffondere nella buona società dell’epoca l’uso di una sorta di dilettantismo, accompagnato dal libertinaggio cortese.

Perchè l’affascinano queste teorie?

Io trovo divertenti le correlazioni tra pigrizia, libertinaggio e arte della dissimulazione, perchè questo sembra dimostrarci che l’esercizio del benessere e del piacere ben compreso, richiedono sempre la necessità di praticare nello stesso tempo l’arte della dissimulazione.

Secondo lei, oggi, molti di coloro che hanno la predisposizione al piacere, sono costretti a nascondersi, perchè viviamo sotto il giogo di una morale che impone omologazione: grigiore per tutti.

Sì, viviamo in una condizione di clandestinità del piacere.

Ma se esistessero solo flaneurs?

Tanto per cominciare, la mia idea di flanerie non si può concepire in una società che non riconosce le differenze. La società egualitaria mi sembra un mito funesto, antidemocratico e totalitario, poichè non rispetta le differenze tra gli individui, cioè la disparità ineluttabile tra le loro diverse condizioni sociali, etniche o fisiche. No, la flanerie non è per tutti. Essa è fatta solo per coloro che si accontenano della vita così come essa viene loro offerta e che non hanno per niente bisogno di cose sensazionali, avventure pericolose, eroismi o di veder scorrere il sangue o non richiedono potere sociale, per essere felici. Essa è fatta per coloro che amano osservare quello che chiamo alla maniera del poeta greco, Yannis Ritsos, «la continuità meravigliosa dei movimenti infimi».

Cosa significa?

Questa formula è tratta da un poema. Il seguente: «Una sera prima di addormentarsi, un uomo mette il suo orologio sul suo orecchio, poi si addormenta. Fuori il vento soffia. Tu che conosci la continuità meravigliosa dei movimenti infimi, tu solo puoi comprendere. Un uomo, il suo orologio, il vento, nient’altro».

Ma come si può conciliare l’ego del flaneur con il benessere della società?

Beh, non posso fare altro che citare un filosofo cinese contemporaneo, Lin Yu Tang, che nel suo meraviglioso libro, intitolato L’importanza di vivere, dichiara: ‘Dopo una lunga esplorazione della letteratura e della filosofia cinese, arrivo alla conclusione che il loro piu alto ideale è sempre stato un uomo staccato dalla vita e saggiamente disincantato’. Questa saggezza genera una certa superiorità che dà la possibilità a ciascuno di avanzare nella vita con un’ ironia tollerante, di sfuggire alle tentazioni della gloria, della ricchezza, delle prodezze, e finalmente di accettare gli avvenimenti. Da questo distacco vengono fuori anche il senso di libertà, l’amore per il vagabondaggio, un sentimento di orgoglio, una certa indifferenza. Perchè solo il senso della libertà e della piglrizia permettono di aspettare, accogliere la gioia di vivere intensamente.

Mi scusi, ci faccia capire meglio!

Godere della pigrizia non costa caro. Il vero gusto della pigrizia si è perso nelle classi ricche e si trova nelle persone che hanno un alto disprezzo per il denaro. Esso proviene da una ricchezza dell’anima tipica di un uomo che ama la vita semplice.

Qual è la giornata ideale di un flaneur?

La descrivo nel mio ultimo libro, che è un romanzo, intitolato La società melanconica delle marionette. E’ ambientato in Italia e in modo particolare in Toscana, ma anche a Venezia.

Lei si considera un autentico flaneur?

Io credo di esserlo nell’anima, anche se il successo dei miei libri mi ha portato a lavorare più che nel passato. E’ una disciplina consentita, un piacere scrivere per molte ore ogni mattino. Ciononostante, io non saprei essere veramente felice, se non riservassi ogni giorno alcune ore a non fare niente altro che osservare il mio gatto che giocherella nel giardino, aprire un libro a caso in biblioteca, rubarvi alcuni passaggi, prendere distrattamente delle note, sonnecchiare perdendomi in fantasticherie sulla mia amaca vicino alla riva, andare a correre nella foresta, giocare a tennis o a scacchi con un amico di passaggio, partire per una lunga gita in bicicletta sulle colline con una macchina fotografica, fare pettegolezzi con mia moglie nel momento dei pasti, guardare la pioggia attraverso la finestra nei giorni di cattivo tempo, vedere quasi ogni sera un film classico in dvd.

Qual è il manifesto ideale di un flaneur?

Il migliore si trova in un lungo capitolo, intitolato Sulla flanerie, precisamente nel libro del filosofo cinese menzionato prima. Ma c’è anche un meraviglioso piccolo libro dello scrittore tedesco Gottlob Schelle, che si chiama L’arte di passeggiare. In questo libro l’autore ci spiega che saper passeggiare e bighellonare significa aprirsi e accogliere con tranquillità le impressioni delle cose che ci circondano. Attività molto più salutare rispetto al litigio, o ai pensieri fissi, che ci portano a surriscaldarci. E a danneggiare il nostro organismo. Per fare questo, però, dobbiamo abbandonare ogni resistenza ai piccoli avvenimenti e accettarli così come si presentano, piuttosto che evitarli, o continuare a tenerli in testa senza sosta.

Ma quelli che lavorano e hanno delle ambizioni, sono incapaci di amare davvero la vita?

Non dico che non amano la vita, ma sono di una natura differente. Mi sembra che la maggior parte dell’umanità sia divisa in due categorie complementari: una maggioranza che trova il suo benessere, la sua felicità nell’azione, nei progetti, nelle ambizzoni, nell’avventura fisica e una minoranza che la trova nella semplice contemplazione. Questi ultimi osservano i primi in piena attività, fanno sogni sulle loro avventure, le ammirano, ma non sempre desiderano imitarli. Parlo degli esteti, dei poeti, dei sognatori contemplativi. Queste due categorie sono complementari.

Perché?

I primi hanno bisogno dei contemplativi per essere ammirati o anche giustificati e i contemplativi hanno bisogno degli attivi per avere materiale da osservare e sognare. Ovvio, molte sfumature rendono piu complessa una suddivisione così schematica. Quello che è triste, di contro, è appartenere a una categoria senza saperlo e, dunque, ingannare se stessi. Quanto a me, per molto tempo, cioè nel periodo sportivo, sono stato quello che si potrebbe chiamare un contemplativo contrariato.

Il vero flaneur è italiano o francese?

Nella misura in cui la parola dilettante viene dall’ espressione italiana dilettanti, che all’inizio designa gli amanti della musica italiana e che per estensione ha cominciato a definire una certa maniera di comportarsi come amante dichiarato, si potrebbe pensare che l’Italia sia la patria per eccellenza dei flaneur. In realtà mi sembra che la specie di questi esteti attenti e disimpegnati si distribuisca in parti uguali, molto minoritaria in ogni Paese e all’interno di ogni classe, sebbene ce ne siano sempre di meno nelle nuove classi predominanti. Vedo uomioni d’affari, tecnici, politici e in generale tutti quelli che si considerano persone serie, che non sanno piu cogliere il tempo di vivere. Eppure, molti di loro all’ inizio hanno una certa disposizione ad una vita più lussuosa (nel senso in cui la intendo io).

Chi è più flaneur tra l’ uomo e la donna?

La cosa si distinge nello stesso modo: si tratta di una minoranza all’interno di ciascuna popolazione, sebbene le donne mi sembrino meglio dotate e più brave all’osservazione dei movimenti infimi e dei piccoli dettagli, che costiuiscono il sale della vita contemplativa.

Qual è la città euroepa ideale per i flaneur?

Secondo me, quella ideale per i poeti dilettanti, i flaneur e tutti quelli che amano la vita calma e di piena di convivialità, è Lisbona. Nella capitale del Portogallo ci sono ancora piccoli mercati, dove le persone si accontentano di sopravvivere giorno per giorno in un calore umano fortificante e divertente. La povertà economica di questo Paese ha insegnato alle persone a vivere meglio, senza desiderare mai tante cose inutili, propugnate dalla pubblicità. E la convivialità così si rafforza.

Cosa ha di affascinante questa città?

A Lisbona è davvero bello bighellonare, salire e scendere nelle stradelle in pendenza, osservare tutti i minimi avvenimenti gustosi della vita popolare, fermarsi nei giardinetti pubblici dove le donne discutono sino a perdere il fiato, i bambini corrono, gli uomini giocano a bocce o a carte, seduti a piccoli tavoli sotto i grandi alberi, stare in piccole strutture a strapiombo sul mare, dove, con pochissimo servono un eccellente caffé e dei saporiti piccoli biscotti, scoprire alla svolta di una strada uno di questi belvedere o osservare il Tago che scintilla al sole, ammirare come sono ornate le case con le belle ceramiche azzurrine, finire sul porto in una di quelle strutture, dove ti fanno assaggiare ottime fritture, accompagnate da vino bianco portoghese. Il guaio è che per i tecnocrati di Bruxelles era necessario che il Portogallo si industralizzasse ad ogni costo per raggungere il livello di vita di un Paese europeo attivo.

E allora?

Addio dunque, alla Lisbona dei flaneurs sognatori, degli artisti e dei dilettanti.

Il flaneur teme la morte, la malattia, la fame? E’ un eroe moderno?

Il flaneur forse teme la malattia, la morte e la fame più degli altri, perchè egli sa che avrà meno energie per combatterle, dal momento che la natura l’ha dotato di un temperamento fatalista. D’altra parte, è un vero eroe moderno nella misura in cui vuole opporsi al dogma moderno della redditività-efficienza all’anglosassone. In generale la società è molto esigente e si diventa subito dei proscritti, se si manifesta un eccessivo attaccamento alla propria pretesa di vivere fuori dai circuiti ben tracciati. Il flaneur oggi deve sapere esser anche astuto tanto quanto Ulisse, perchè volere proteggere il proprio discreto benessere personale - tramite l’onesta dissimulazione all’italiana, di cui ho già parlato - è come un’odissea moderna.

C’è un filosofo che ha predicato la flanerie?

Oltre a Ling Yu Tang, di cui ho parlato, la maggior parte dei pensatori cinesi antichi ha insegnato in modo meraviglioso la filosofia del vagabondaggio poetico. Un insegnante della morale buddista chiede al maestro Po Chang in cosa consiste la sua disciplina nella vita quotidiana. Il maestro gli risponde: ‘Quando ho fame, io mangio, quando sono stanco io dormo. Questo è quello che fanno le persone. Dice l’altro. Si puo dire che si disciplinano nello stesso modo vostro? Non nella stessa maniera, risponde il saggio. Quando mangiano, non mangiano veramente, il loro spirito è preso da tutte le specie di raggiri, pensieri. Quando dormono, non dormono veramente, essi sognano mille e una cosa ‘.

Conclusione?

Mi sembra in effetti che la flanerie ci insegni una cosa: a fare attenzione a quello che facciamo in ogni secondo, e ad astrarci da tutto il resto. Lo stress della vita attuale proviene dalla divisione di noi stessi. Noi non siamo mai pienamente quello che facciamo. Molti compensano questa frustrazione con attività violente: l’alcool, le droghe, i film d’azione, il sesso sfrenato, gli sport estremi. Eccetera.

Insomma, per lei l’atteggiamento del flaneur consiste in una sorta di nonchalance nei confronti del destino e in un’ estrema disponibilità ai dettagli della vita immediata. E i progetti? Ma si puo vivere senza obiettivi?

E’ impossibile per l’uomo, credo, vivere senza obiettivi, ma il segreto è considerare questi come delle distrazioni, dei giocattoli infantili che ci danno l’allegria di vivere. Voglio dire che bisogna provare a non prendere sul serio gli scopi che ci prefiggiano nella vita. Bisogna sforzarsi di guardarli sotto un’ottica sportiva, perchè a ben riflettere, non sono piu seri di quelli di una squadra di calcio che vuole ad ogni costo vincere la coppa (mi rendo conto che quello che dico è forse inaccettabile per un tifoso italiano). In breve, come ha detto uno scrittiore celebre: ‘La vita è una cosa troppo importante perchè la si possa prendere sul serio ‘. Montaigne aiuta tanto in questo senso, quando dice: ‘Il glorioso capolavoro dell’uomo è vivere in modo opportuno’.

                                                                                                                                                                                                        Cinzia Ficco

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