“I fatti del 2012 hanno rappresentato una sorta di pacifica chiamata alle armi per molti tarantini: gli sviluppi delle indagini e il sequestro dell'area a caldo dell'Ilva dimostravano che le cose potevano cambiare. Ciascuno ha provato a impegnarsi in ciò che sapeva fare meglio, e io, da giornalista e scrittore, ho pensato a un saggio”.

Così - ci dice Giuliano Pavone, di Taranto, classe ’70 - è nato il libro Venditori di fumo, Barney edizioni. Circa 270 pagine - scritte per dire che “l’affaire Ilva non è solo una questione di politica industriale o una vertenza occupazionale”.

Giuliano, perché l’ennesimo libro sull’Ilva?

Venditori di fumo nasce già intorno al 2008, quando ho iniziato a lavorare su L'eroe dei due mari. In quel romanzo, e ancor più nel fumetto che ne è stato tratto successivamente, era già descritto il rapporto fra Taranto e la fabbrica, e si parlava già di risveglio sociale, di voglia di costruire un futuro diverso. Tutti temi che poi sono confluiti, con un taglio saggistico, in Venditori di fumo. Lo scoop è che non ci sono scoop. Cioè, i dati che riporto non erano segreti o inaccessibili, ma ciò ovviamente è molto diverso dal dire che fossero di dominio pubblico. Oggi chi vuole mantenere il silenzio su determinate vicende scomode, non si serve della censura e degli omissis, ma semplicemente svia l'attenzione su questioni innocue, aumenta il rumore di fondo, affoga le informazioni vere e importanti in un mare di informazioni false o inutili. Va poi detto che la questione Ilva è effettivamente molto complessa, e io ho cercato di raccontarla con un respiro diverso rispetto alla cronaca dei quotidiani.

Come?

Provando a ordinare i vari dati e angoli visuali in un insieme che fosse comprensibile nel suo insieme. E rispetto ad altri libri usciti recentemente sull'argomento, l'ho fatto in una prospettiva storica più lunga, che parte dalla prima industrializzazione di Taranto - quella dell'Arsenale e dei cantieri navali - e arriva fino a oggi, ricomprendendo quindi tutto quello che è successo dal luglio 2012 a oggi, e tracciando delle prospettive per il futuro. 

Chi sono i venditori di fumo, cosa ci hanno spacciato per vero in tanti anni e chi ha cominciato?

L'espressione "vendere fumo" viene usata da due componenti della famiglia Riva in una conversazione telefonica intercettata. Mi è sembrata perfetta per rappresentare i due aspetti di questa vicenda: il fumo vero, cioè l'inquinamento, e quello metaforico, ossia la cortina di disinformazione, connivenza, corruzione e omertà che ha permesso che si propagasse impunemente. E' difficile, e forse anche inutile, fare una classifica delle responsabilità. Ognuno ha le sue colpe - industriali, Governo, media, sindacati, magistratura- e nessuno, neanche noi cittadini, può sentirsi del tutto innocente. Però, se devo individuare il soggetto che ha più colpe, almeno da un punto di vista etico, dico lo Stato, che prima, ai tempi dell'Italsider pubblico, ha inquinato e ucciso - mi riferisco anche agli incidenti sul lavoro - più di quanto non abbia fatto il privato successivamente, e poi non ha controllato che i Riva rispettassero le regole. Anzi, ha a più riprese scritto delle regole su misura per loro. Gli imprenditori per loro natura ricercano il massimo profitto. Uno Stato dovrebbe fare in modo che i profitti non vengano fatti sulla pelle dei cittadini. 

Dici che il caso Ilva non è solo una questione di politica industriale o una vertenza occupazionale. Cos'è?

E' anche - o forse soprattutto - una perdurante emergenza sanitaria e ambientale. Spesso quando i media parlano di Ilva, fanno cenno alle malattie e all'inquinamento come se fossero semplicemente la causa scatenante di un problema che è economico, e non, invece, un enorme problema in sé. Anche la classica dicotomia "salute o lavoro" è fuorviante, perché non fa capire che in realtà ci sarebbe una strada per tenere insieme salute e lavoro – ne parlo nel libro- e che c'è un'altra strada - purtroppo quella intrapresa dagli ultimi governi coi vari decreti Salva-Ilva - in cui finiremo per perdere entrambi quei diritti fondamentali.  

Quelli che difendono l’Ilva, si legge nel tuo libro, lo fanno, dicendo che i morti di oggi sono gli ammalati di ieri. Si tratta di tumori sviluppati in venti anni.

E' vero che in passato si inquinava più di adesso ed è vero che alcune forme di tumore hanno tempi di incubazione molto lunghi, che si stanno manifestando oggi. Ma chi usa queste argomentazioni per assolvere la gestione privata e minimizzare i rischi attuali o è ignorante o è in malafede. Infatti le perizie del 2012 hanno dimostrato il nesso fra inquinamento e una serie di patologie, molte delle quali si manifestano immediatamente o in tempi brevi. Inoltre ci troviamo ancora oggi in una situazione di grave inquinamento. Purtroppo avremo malattie e morti oltre la media ancora per decenni. Uno scenario terribile, è vero, aggravato ulteriormente dalla azione tossica di alcuni inquinanti, che trasmettono i loro danni in modo ereditario dai genitori ai figli. 

Un po’ te la prendi anche con i tarantini. Non ci sono state molti voci dissonanti in tutti questi anni? Ma cosa avrebbero potuto fare sotto il ricatto occupazionale?

Di voci dissonanti ce ne sono state diverse, molto più potenti, autorevoli e coraggiose della mia, che hanno iniziato a occuparsi della vicenda molto prima di me. Sicuramente noi tarantini dobbiamo farci un severo esame di coscienza per l'indifferenza e la passività con cui per lungo tempo abbiamo lasciato che tutto ciò accadesse, benché i problemi fossero ben noti da tempo. Il benessere economico, di cui la città ha goduto fino ai primi anni 80, è stato un buon anestetico, e successivamente il ricatto occupazionale ha avuto il suo peso per tenerci buoni. Ma credo una cosa: la morsa che ci ha immobilizzato per lungo tempo non è stata solo economica, ma anche culturale. Non a caso si parla di monocultura industriale: abbiamo vissuto a lungo in una mentalità secondo cui oltre l'acciaio non c'era e non poteva esserci nulla per Taranto. 

E ora?

Per fortuna non è più così, e questo è l'aspetto positivo di tutta questa vicenda. La parte più attiva della cittadinanza tarantina si è risvegliata dal sogno/incubo della monocultura industriale, e lavora per la diversificazione. Il settore agroalimentare è molto forte già adesso, pur in una situazione così compromessa e in presenza di un forte danno di immagine. La logistica - il porto- la riconversione verso un'industria di minore impatto o addirittura green, la cultura (il museo archeologico, la città vecchia, il patrimonio di archeologia industriale del vecchio Arsenale), il mare e il turismo sono solo alcune delle possibili risorse, che andranno sfruttate in modo combinato, evitando di sostituire la monocultura industriale con un altro tipo di monocultura. 

Come è stato accolto il tuo libro in Puglia? Il presidente Vendola si è fatto sentire?

Ho fatto numerosi incontri pubblici in Puglia, e sono stati tutti molto seguiti e partecipati. Nessun segnale dalle istituzioni o da altri soggetti messi sul banco degli imputati. Del resto i libri di denuncia, sebbene necessari, non sono secondo me sufficienti a impensierire i "denunciati": in Italia i "lettori forti" sono molto pochi. I rischi, per chi ha qualcosa da nascondere, arrivano solo quando certi argomenti raggiungono il grande pubblico.  

L'Ilva continuerà ad essere un mostro per Taranto?

Allo stato attuale posso supporre che l'Ilva nell'immediato futuro resterà aperta, sebbene con prospettive economiche tutt'altro che rosee. L'inquinamento calerà leggermente, più per una riduzione della produzione che per i lavori di risanamento, ma rimarrà ancora su livelli inaccettabili. 

 

Ci commenti questa notizia http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/08/ilva-compra-non-punibile-per-illeciti-altrimenti-nessuno-vorrebbe/1322484/ ?

Per il momento l'"impunità" dura solo per il periodo di commissariamento, ma non faccio fatica a pensare che i futuri acquirenti otterranno in qualche modo la garanzia di non essere infastiditi dalle istanze di tutela della salute e dell'ambiente. 

Chi dovrebbe leggere il tuo libro?

E' un libro rivolto ai tarantini, ai pugliesi, ma, soprattutto, a chi vive fuori regione, che a causa della rappresentazione mediatica fatta, rischia di avere del caso Ilva un'idea vaga e poco realistica. Il caso Ilva è importante in sé, ma è importante anche perché emblematico di molte altre questioni dibattute in Italia, dalla Terra dei fuochi al caso Eternit alla Tav. Senza macchiarmi di presunzione e senza farmi eccessive illusioni, spero che il mio libro possa dare un contributo al dibattito e alla riflessione su delicati temi di attualità, convinto come sono che non ci sia vera libertà senza conoscenza. 

                                                                                                                                                                                              Cinzia Ficco

 

Giuliano Pavone, giornalista freelance, vive fra Taranto e Milano. Ha pubblicato una dozzina di libri fra narrativa, saggistica e varia. Il suo romanzo L’eroe dei due mari (Marsilio 2010), da cui è anche stato tratto un fumetto (Altrinformazione 2012), ha ottenuto tre diversi riconoscimenti, fra cui il premio Selezione Bancarella Sport. 

 

 

 

 

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