Un laboratorio per formare ed avviare al lavoro ragazzi in difficoltà che, dopo aver ultimato le scuole medie o seguito corsi di formazione professionale, non riescono a trovare un impiego. E’ una proposta innovativa a Torino e si inaugurerà il 21 maggio prossimo.

L’idea nasce dalla Pastorale Giovanile Salesiana del Piemonte e della Valle d’Aosta (con 35 comunità, 15 centri professionali, 26 parrocchie e 25 oratori), coordinata, a partire dal 2015, da don Stefano Mondin, (Biella,’74),  che, con il progetto Spazio fratto Tempo, lanciato tre anni fa, ha creato 60 contratti di lavoro e 36 tirocini.

L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il CNOS-FAP Regione Piemonte e si avvale di un tavolo di lavoro permanente interdisciplinare, vera forza della proposta.

“Obiettivo di questa idea – spiega don Stefano – è formare attraverso attività manuali ragazzi fragili, con esperienze familiari negative e che, dopo i tradizionali corsi di formazione professionale, organizzati dalla Regione Piemonte – spesso solo troppo teorici, piuttosto rigidi e lunghi, quindi poco idonei alle adolescenze più in crisi – non riescono ad accedere al mondo del lavoro”.

“La maggior parte delle volte – prosegue – questi ragazzi hanno difficoltà perché non vengono seguiti ed educati a tirar fuori le proprie capacità, quasi sempre manuali. Noi proponiamo corsi brevi e, soprattutto, agganciati alla realtà, cioè, alle imprese, senza trascurare gli aspetti fortemente educativi del lavoro come via di crescita e realizzazione del sé. Lo sviluppo di Spazio fratto Tempo, per esempio, partendo dall’interdipendenza tra luoghi di lavoro e percorsi di crescita, mira a promuovere tracce di futuro sostenibili per tutti i giovani. Da qui la proposta dei laboratori che, incontrando nella quotidianità i bisogni, cercano risposte percorribili”.

Alla base di questo approccio, ci fa sapere il sacerdote, una missione: far leva sul binomio educazione-lavoro, perché è questo che crea crescita, sviluppo ed inclusione sociale. Il lavoro è un fattore produttivo, come dicono i manuali di economia, ma lavorare è anche una dimensione che fa parte integrante dello sviluppo completo di una persona, forse la dimensione per eccellenza.

E’ quella che qualifica l’agire umano e fonda la nostra società, come si legge nel primo articolo della nostra Costituzione. Lavorare, quindi, è un’esperienza educativa, tanto che fu di don Bosco, il sacerdote educatore, il primo contratto di apprendistato, che propose un’alleanza educativa tra il mastro – imprenditore, il padre del ragazzo e il ragazzo stesso, mentre lui faceva da garante.

Noi ci muoviamo lungo lo stesso solco, superando una formazione professionale spesso inutile perché frammentata e incapace di coinvolgere nello stesso tempo i ragazzi, le famiglie, gli imprenditori e gli educatori. È per questo che stiamo lavorando anche su una nuova figura di tutor.

Cosa e chi ci guadagna?
I ragazzi che traducono i saperi in competenze, scoprendo le proprie abilità manuali. Così acquisiscono autostima e cominciano a lavorare meglio. Ma ci guadagnano anche le aziende, che vedendo i ragazzi più produttivi, mettono a disposizione facilmente i propri laboratori. E il contesto sociale che, diventando attore educante – grazie alle reti di partenariato – promuove protagonismo giovanile e dà vita ad un tessuto locale più compatto. Ne nasce un circolo virtuoso.

Senza contare che gli imprenditori, coinvolti in processi di questo tipo, hanno ritorni in termini di pubblicità.

Cosa è difficile?
Far capire alla Regione Piemonte che la formazione professionale va cambiata. Vorremmo che anche il nuovo Governo, oltre ad un numero sempre maggiore di aziende e non solo piemontesi, sostenessero i nostri progetti. Pensiamo anche di avviare iniziative per ragazzi demotivati, che un lavoro non lo cercano più. Ma per andare avanti abbiamo bisogno di risorse. Fino ad ora abbiamo potuto contare sull’appoggio della Compagnia di san Paolo”.

L’azienda, che metterà a disposizione i suoi spazi a partire dal 21 maggio prossimo, è la Astelav. I ragazzi, otto in tutto, che saranno coinvolti nel progetto, impareranno a riciclare pezzi di elettrodomestici in disuso e a rigenerarli. Don Stefano, intanto, è in contatto con altre tre aziende locali.

Si dice ottimista ed è convinto che il modello della pastorale, in grado di creare una circolarità educazione – formazione – lavoro, si possa facilmente replicare in altri territori.

“La formazione – conclude – deve iniziare a modellarsi sulle esigenze di questi ragazzi più deboli, aprendo opportunità e liberando risorse umane, progettuali e professionalizzanti. I risultati di un’impostazione diversa, del resto, ci sono”.

Cinzia Ficco

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