“Le democrazie non muoiono per omicidio, ma per suicidio. Se manca una continua manutenzione, non possono sopravvivere. E questo perché non esistono in natura, sono frutto della ragione e del desiderio di libertà”.

Ne è convinto Luciano Violante, ex presidente della Camera dei Deputati, a lungo docente di Diritto e Procedura Penale, magistrato e parlamentare, che, di recente, ha scritto un libro, dal titolo: “Democrazie senza memoria” (Einaudi). Quasi centotrenta pagine in cui invita ad avere cura della nostra forma di Stato, soprattutto ora che si sta vivendo un cambiamento d’epoca, dovuto alla crescita della globalizzazione e alla digitalizzazione. Solo così, fa capire, le trasformazioni in corso saranno avvertite come passaggi e non come crisi, cioè rotture.

Ma come è messa la nostra democrazia? In Italia non siamo ai livelli della Polonia, dell’Ungheria o della Turchia, ma qualche misura di messa in sicurezza va presa. Non si può più tollerare che alcuni esponenti politici continuino a sentirsi nemici – e non avversari – anche dopo una campagna elettorale, si attacchino a colpi di menzogne, o che tengano in ostaggio il Paese, rincorrendo la purezza assoluta e disdegnando il compromesso, che, come ha spiegato Kelsen, è l’anima della democrazia parlamentare. Rischiamo di procedere in modo automatico e inconsapevole, senza legami col passato. Quindi, senza memoria.

Invece, nel mondo, qual è lo stato di salute di questa forma di Stato?

Oggi solo una minoranza della popolazione del mondo, circa il 40%, vive in democrazia. Ci sono ragioni generali e ragioni specifiche, proprie della storia di ciascun Paese.

Quali?

Dal punto di vista generale nessun Paese – tranne forse la Germania – è riuscito a trovare sino ad oggi un punto di mediazione tra le lentezze proprie delle procedure democratiche e la velocità di decisione, richiesta dalle società contemporanee. Inoltre, il prevalere della rete e il susseguirsi a slavina delle notizie, comportano la frantumazione della memoria e danno valore solo al presente, cancellando il passato. Tende a scomparire quel complesso di conoscenze ed esperienze, che è il fondamento di ogni stabile regime democratico.

La nostra, dunque, non sarebbe in fin di vita, ma sulla via del declino.

E’ sul confine tra crisi e trasformazione. Le attuali condizioni di difficoltà risalgono alla vittoria dei NO nel referendum del 4 dicembre. La maggioranza del Paese ha scelto l’instabilità. La responsabilità maggiore va addebitata ad alcuni di coloro che hanno guidato la battaglia del No. Sapevano bene che la conseguenza sarebbe stata l’instabilità, e l’hanno scelta in modo consapevole pur di recare danno al Pd e al suo segretario. Ma il danno maggiore l’hanno arrecato alla nostra democrazia.

L’esito del referendum, dunque, solo una vendetta? Nessuna responsabilità dei cittadini, che non avrebbero compreso la portata della riforma?

In realtà Matteo Renzi, come ha onestamente ammesso, ha pilotato un po’ troppo il referendum, che alla fine non è stato sulla riforma, ma sulla sua persona. Ha anche pesato, come ho già detto, l’astio personale di alcuni dei leader della campagna per il No contro l’allora Presidente del Consiglio. Hanno preferito condannare il Paese alla instabilità pur di non darla vinta a Renzi, evidenziando inesistenti rischi di autoritarismo. In realtà la riforma riduceva i poteri del Presidente del Consiglio. Ma il sospetto ha prevalso sulla fiducia.

Torniamo alle disfunzioni della nostra democrazia, presidente Violante. Non crede che un rapporto malato tra le istituzioni – alludo a certe prese di posizione della magistratura – contribuisca a far circolare veleno? Si pensi a Imposimato, Maddalena, De Matteo. Alcuni di questi hanno fatto campagna per il No. Molti di loro guidano le proteste dei Novax.

Lei cita autorevoli ex magistrati, in pensione da tempo. Le loro prese di posizione non possono essere addebitate alla Magistratura. Ma è vero che istituzioni giudiziarie hanno un forte peso nella vita politica, non solo nostra. La magistratura degli USA ha bloccato il piano anti-immigrati di Trump. La Corte Costituzionale del Kenya ha annullato le elezioni presidenziali. Per effetto della circolazione delle notizie sulla rete, è diventata molto più forte la domanda di legalità nei confronti della politica e la politica ha perso quelle immunità che aveva nel passato. In Italia il peso politico delle decisioni giudiziarie nasce dalla pessima abitudine delle forze politiche di usare le decisioni dei magistrati nella lotta interna fra partiti e nei partiti.

In questo ritiene che i media abbiano delle responsabilità?

Nella società, in alcune forze politiche e in alcuni organi di informazione, si sta irrobustendo una cultura per la quale la punizione è di per sé salvifica e conseguentemente diventa salvifico il giudice che processa, arresta, sequestra, condanna, dimostra che la politica è di per sé marcia. Se invece la magistratura non corrisponde a questi desideri, la si critica. E’ il caso di quella romana che, non avendo riconosciuto l’associazione mafiosa tra gli imputati del processo per Mafia capitale, è stata criticata in modo pesante. Questi signori confondono la verginità con la sterilità. E’ una cultura totalitaria contro la quale non si fa abbastanza. Molti media alimentano il circuito attraverso il giornalismo di riporto, che pubblica pagine intere di intercettazioni telefoniche, notizie riservate, avute da compiacenti funzionari pubblici. Qualcuno ha pagato per la illegale fuga di notizie e le accuse relative al processo Tempa rossa che costò le dimissioni del ministro Guidi? Il processo si è chiuso, come è noto, con un nulla di fatto.

Demagogia, disintermediazione, mancanza di buon senso e quindi incapacità di arrivare a compromessi: i mali delle democrazie senza memoria. Quale il più temibile, presidente?

Sono tre vizi che si intrecciano tra loro. Il rischio maggiore è non comprendere che la democrazia non esiste in natura, è frutto della ragione e del desiderio di libertà. Per questa ragione va curata. Molti hanno creduto che la democrazia non avesse bisogno di cura perché non suscettibile di deperimento. Non è così. La medicina principale è il rispetto verso gli avversari e le istituzioni. Se i responsabili politici si insultano reciprocamente e dileggiano le istituzioni, tenendo comportamenti offensivi della propria e della autorevolezza degli altri, è difficile che i cittadini abbiano una buona opinione della politica e della democrazia. Il comportamento è la sostanza della democrazia. Faccio un esempio un po’ banale e ne chiedo scusa.

Prego.

Se tutti coloro che lavorano in una fabbrica che produce eccellenti biscotti, ne parlano male e si insultano reciprocamente, è difficile che qualcuno compri, poi, quei biscotti. Chi pensa che dileggiare l’altro serva a salvare se stesso, sbaglia. Attiva, invece, un meccanismo di reciproca e continua delegittimazione che nuoce profondamente a tutti e alla stessa democrazia. Si sarebbe detto una volta: tagliano il ramo sul quale sono seduti. Le democrazie non muoiono per omicidio. Muoiono per suicidio.

                                                                                                                                                                                                                            Cinzia Ficco

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