“Il sindacato di cui non si può fare a meno? E’ un alleato che non difende l’esistente, ma spinge il Paese ad una svolta urgente in termini di produttività, competitività, ma anche di nuova sostenibilità sociale.  L’importante è non cullarsi nei rimpianti, non alimentare la cultura da bar della lagna, che nei social è diventata partito e dei luoghi comuni che in Italia hanno già troppi campioni  e accettare la sfida del cambiamento”.

E’ quanto scrive Marco Bentivogli (Conegliano – TV - 47 anni), studi in Informatica e in Scienze Politiche, segretario generale della Fim Cisl dal 2014, nel suo libro: Abbiamo Rovinato l’Italia? Perché non si può fare a meno del sindacato (Castelvecchi), con la Postfazione di Pierre Carniti.

Duecentosessanta pagine di critica sincera nei confronti del sindacato odierno, di certa sinistra che lo appoggia – quella, per intenderci, che in un film come La Classe operaia va in paradiso di Elio Petri (’71) si lascia incantare dal gruppettaro barbuto, anziché da Lulù e dal sindacalista fedele- e di tanti imprenditori di nuova generazione.

Un libro illuminante, ricco di proposte concrete per un cambiamento reale del Paese. Regola numero uno? Deologizzare. 

“Più che di lavoro – scrive ancora Marco – nel nostro Paese si parla di ideologia del lavoro.  Tutte le volte che abbiamo sentito pronunciare, con tono scandalizzato, espressioni del tipo macelleria sociale e compromesso al ribasso abbiamo assistito ad un’ipocrita, quanto deresponsabilizzante, kermesse ideologica. Di fatto non c’è un accordo, non c’è un provvedimento di legge  che a sentire buona parte dei media  e della politica - che spesso si limita pigramente a seguire la scia – non rientri in questa modalità definitoria.  Era più bella la carica utopica degli anni ‘70 in cui si chiedeva  l’impossibile, laddove l’ideologia benaltrista  non ha nulla di profetico. La deideologizzazione del lavoro è uno dei passi più urgenti da compiere se vogliamo che di lavoro e di cultura del lavoro si torni a ragionare in modo costruttivo, concentrando le energie sulla ricerca di soluzioni anziché sul puro esercizio dello scontro. Con la retorica e le bandierine non ripartono né l’industria né l’occupazione. L’articolo 18, gli esodati, i voucher sono argomenti che contengono argomenti importanti, ma anche clamorosi abusi mischiati con questioni drammatiche. Un esempio per tutti: nelle otto salvaguardie degli esodati ci sono persone disperate lasciate a terra da una riforma scritta male, ma che dire di quelli che sono stati liquidati volontariamente dalle aziende con buonuscite  milionarie? Eppure bandierine evocative vengono fatte sventolare per non capire il cambiamento e nascondersi dietro quella che è esclusivamente pigrizia ideologica”.

Marco, a leggere il suo libro, il sindacato italiano sembra non essere all’altezza delle sfide. E tanti sindacalisti assomigliano ad Arthur Scargill, sindacalista britannico, alla guida dell'Unione nazionale dei Minatori dal 1981 al 1985. E’ così?

Il sindacato è una delle più belle forme di solidarietà collettiva, ha una irriducibile radice etica. La narrazione sul lavoro e sul sindacato si era interrotta 30 anni fa ed è risorta sulle ceneri della crisi non per colmare il vuoto di tutti questi anni, ma per far rivivere lo stereotipo del sindacalista.

Quale?

Quello della denuncia mediatica e del lavoratore disperato.  Il sindacalista di denuncia  però, per me è un sindacalista part-time. Il nostro è un impegno più ampio, fatto di ascolto, denuncia, costruzione delle soluzioni, conflitto, mediazioni e poi gestione dei risultati. Nella storia i sindacalisti delle eroiche sconfitte sono sempre stati una disgrazia per i lavoratori che rappresentavano, portati appunto eroicamente a perdere tutto, e sulle sconfitte hanno costruito sempre fortune personali. Scargill ne è un esempio, i minatori furono licenziati, lui venne nominato baronetto dalla regina e fece fortuna politica nel partito laburista. Gli Scargill italiani, le lotte le hanno fatte sui giornali e nei talk. I giornalisti spesso, per ricongiungersi al loro sogno giovanile tradito, adorano questi personaggi.

Dunque, responsabili sono anche i media in tanti casi a caccia dei sindacalisti catodici. Nel suo libro fa riferimento ad uno in particolare della Fiom, che in passato avrebbe goduto di uno spazio maggiori nei talk show rispetto ad altri, meno bravi ad urlare. Cos’è l’invidia di un sindacato che gode di minor appeal?

Puoi avere tutto l’appeal mediatico, ma se la tua organizzazione non cresce in termini di iscritti e non sei centrale nelle soluzioni delle vertenze, vuol dire che il consenso per cui sei votato non sta crescendo. I media raccontano un'Italia che non esiste. Secondo loro Ingroia sarebbe il Presidente del Consiglio. Sono gli stessi che lottano per avere i populisti nei palinsesti e poi si lamentano del razzismo e dell’ignoranza dilagante. Nessuna invidia, stiamo vincendo noi. E nel libro tanti casi andati a buon fine.

C’è un sindacato, in altri Paesi, che sente di poter definire più responsabile?

Abbiamo valori e esperienze del sindacato italiano di tutto rispetto, da integrare con le esperienze sul welfare dei Paesi nord-europei, la partecipazione e il valore degli iscritti dei tedeschi, la concretezza e il coraggio della Uaw americana. Il sindacato o sarà internazionalizzato o non sarà.

Ma nelle realtà che ha citato pensa che il sindacato sia più responsabile perché diverso è l’atteggiamento dell’imprenditore?

Tranne che nei Paesi in via di sviluppo, è considerato un valore negli altri Paesi camminare assieme alle imprese su obiettivi comuni.

A proposito di imprenditori, nel suo libro ce n’è anche per loro. Scarsa, scrive,  è la loro capacità innovativa. Anche se individua nella rivoluzione digitale Industria 4.0, voluta dal Ministro Calenda, una chance per ripensarsi. E’ così?  

Nel nostro Paese, purtroppo, molti imprenditori o non conoscono la cultura del rischio o, soprattutto, sembra preferiscano investimenti poco lungimiranti a favore di se stessi, piuttosto che della propria impresa. Nel libro dico che c'è una grande differenza generazionale: "I padri pancia a terra in officina, i figli pancia all'aria a Formentera". Non sono solo gli investimenti pubblici che devono ripartire nel nostro Paese, ma sicuramente anche quelli privati. Non è di certo la tecnologia che ha fatto perdere posti di lavoro durante la crisi, ma gli scarsi investimenti in innovazione. Penso al settore dell'elettrodomestico, ad esempio. Adesso le imprese italiane devono recuperare questo ritardo per riconquistare competitività in Industry 4.0.

Cosa pensa dei nuovi voucher? Su questo nel libro parla dell’ipocrisia della Cgil. Avrà ricevuto parecchi attacchi!

Alcuni sindacati vanno talmente piano che vengono superati dal loro passato. Parlare ogni cinque minuti di attacco alla democrazia è una delle cose più pericolose per la democrazia stessa. L’ideologizzazione tardiva del lavoro ha bisogno di simboli per poter sfoderare il proprio armamentario retorico. I voucher sono lo 0,87 % del monte salari. In molti casi coprono lavoretti che erano in nero. Non mi piace il sindacato che si salva la coscienza dietro qualche no. Ho ricevuto molti attacchi, ma la cosa più penosa è che molte ragazze e ragazzi il giorno successivo al Consiglio dei ministri che li ha aboliti sono rimasti senza lavoro e nessuno ha dato loro voce. C’è un pezzo d’Italia che non ha ancora smaltito i fondi di bottiglia dell’estremismo ideologico. Già per gli accordi in Fiat, che l’hanno salvata, abbiamo avuto aggressioni, dirigenti sotto scorta e sedi incendiate. La democrazia non è ancora patrimonio comune.

Fiscal compact: due righe di proposta seria e fattibile che vorrebbe sentire dal presidente del Consiglio e dal segretario del Pd.

Mi spiace, ma rischio di essere fuori dal coro anche in questo. Tranne la Lega, tutti votarono il fiscal compact. Le dico di più, non è mai stato rispettato. E' stata una prova di fedeltà un po' ipocrita. Il vincolo di pareggio di bilancio viene aggirato ogni anno con voto a maggioranza. Non mi piace chi vede nell'Europa la causa di tutti i mali. E' vero che la spesa pubblica per investimenti genera un effetto moltiplicativo maggiore delle detrazioni fiscali. Penso che bisogna ricorrervi in un piano europeo e su investimenti veri, non su prebende per sostenere l'Italietta della rendita. Industry 4.0 è una grande opportunità, spendiamo in formazione e incubatori di ricerca e fab lab. Massima severità contro chi ci specula. Va riqualificata la spesa pubblica, come già detto da Draghi e Becchetti, i rivoli in cui va spesso non hanno nessun effetto moltiplicativo.

Un sindacato che offra servizi, si occupi di migranti, parli di utilità dei robot, organizzi scioperi se è davvero rappresentativo. Sembra sia questo il sindacato del futuro che delinea nel libro. Giusto?

Serve un sindacato capace di soluzioni impegnative, ma concrete. Oggi le soluzioni vere prevedono competenze enormi, capacità di sperimentazione e creatività tipica di chi sa lavorare partendo dal foglio bianco. Papa Francesco ci ha chiesto di essere vicini alle periferie esistenziali e capaci di profezia e di innovazione. Il nostro senso profetico si rigenera vicino alle persone e alle migliori energie del Paese, non nel politicismo che fa diventare la rappresentanza un esercizio burocratico di potere e di autorappresentazione. Così il sindacato si monumentalizza e non coinvolge nessuno perché ricorda più l’Inps o l’Aci che un'organizzazione a cui affidare le proprie energie di cambiamento. Bisogna tornare al senso capace di far scattare la molla che porta un lavoratore a iscriversi, impegnarsi,  lottare,  crescere con noi. E’ la nostra dimensione associativa, dobbiamo tornare un luogo pubblico delle migliori energie, bisogna aprirsi all’esterno. Penso alle nuove generazioni.

Secondo lei quante occasioni di modernizzare il Paese abbiamo perso dopo il 4 dicembre?

Troppe. Questo Paese sa coalizzarsi solo contro incensando i campioni del benaltrismo. Il titolo V è un abominio, le politiche attive faranno sempre più fatica. Abbiamo perso la possibilità di semplificare il percorso legislativo. L’Italia ha adorato quelli che in tre mesi ne avrebbero fatta una migliore, sono passati nove mesi e l’unica novità è che hanno fondato altri quattro partiti. Ho incontrato centinaia di volte sindacalisti gruppettari che volevano accordi migliori di quelli che avevo negoziato io e che quando sono riusciti a convincere i lavoratori a bocciare gli accordi sono tornati con intese peggiori o son spariti. In un Paese in cui si invoca l’attacco alla Costituzione persino nelle assemblee condominiali la situazione è grave, ma non è seria.

La vertenza sindacale di cui va più fiero?

Sono fiero del mio primo accordo sindacale, nella provincia di Bologna, in un’azienda di 30 persone, la Zarri. Lì non si era mai fatto un contratto, senza scioperi abbiamo condiviso una scommessa comune. In questi anni ho seguito le vertenze più dure della siderurgia. L’Alcoa è senza dubbio la più difficile da risolvere, ma c’è qualche schiarita. In Ilva non dimenticherò mai il comizio il giorno dopo il sequestro del 2012 davanti a 11mila lavoratori con la consapevolezza di aver respirato veleno e ora di pagare il conto, perdendo anche il posto di lavoro. Poteva accadere di tutto, c’era una rabbia e una disperazione impressionante, pronta a scatenarsi anche contro di noi. Non trovi mai nessun politico in quei momenti. Senza coraggio, non puoi dare contenuto e forma a quella rabbia. Devi essere lì perché quella è la tua gente. Solo se pensi a te o alla politica pensi alla tua distanza con il Governo, l’azienda o la Procura. Se sei un sindacalista vero, condividi nel cuore e nelle tue energie migliori il destino delle persone che rappresenti, soprattutto quando queste si sentono in pericolo.

Si sente un tipo tosto?

Spero di no. Tuttavia, in tempi in cui le guerre le fanno i foderi e le sciabole restano appese, penso ancora che chi sogna un mondo migliore non possa esitare o far tattica. Se non provi rabbia per l’ingiustizia, meglio fare altro. Ci sono già troppi cinici in giro e nei posti sbagliati. Quando chiude una fabbrica, i lavoratori vogliono qualcuno che faccia tutto il possibile e dica sempre la verità, specie quando è dura, e non è facile da ascoltare. Non sono tosti quelli che ingannano i lavoratori facendoli scioperare su obiettivi già sfumati, ma quelli che a costo di prendere fischi e non solo, non li ingannano mai. Spero poi che l’aggettivo qualificativo non si accordi alla prima persona singolare. La mia esperienza mi porta a considerarmi parte di una comunità. Siamo tosti a livello collettivo e comunitario. E sono i lavoratori che chiedono al sindacato di moltiplicare la loro forza. Organizzarsi nel sindacato moltiplica e rende permanente la forza dei singoli, ma solo se si guarda avanti. Dicono che sono molto selvatico e che a volte sono troppo duro. Spero non sia vero. Mia figlia Emma di 7 anni, dice che rido sempre e che sono simpatico. Spero abbia ragione lei, anche perché la serietà in fondo è un sottoprodotto dell’umorismo.  

Il libro sarà presentato domani nella sala stampa della Camera dei deputati alle 17,30

                                                                                                                                                                                                                               Cinzia Ficco

 

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