Una passione che diventa un lavoro.

Maria Tilli, nata a Lanciano nel 1987, una Laurea in lettere e un Diploma al Centro sperimentale di cinematografia e regia, è riuscita a realizzare il suo sogno. Oggi vive dei suoi documentari e il suo amore per il cinema, che ha origini lontane, ha ottenuto dei riconoscimenti a livello europeo.

Il suo docu-film - “La Gente Resta”, prodotto con Fabrica http://www.fabrica.it/la-gente-resta-2/ e RaiCinema che racconta l'Odissea dell'Ilva di Taranto, la più grande acciaieria europea,  ha vinto il Premio Speciale della Giuria nella sezione Italiana doc alla 33° edizione del Torino Film Festival. Il lavoro, realizzato con la sceneggiatrice Laura Grimaldi (Roma, ’88), ha partecipato al Festival del Cinema Europeo di Lecce, che si è tenuto ad aprile scorso.

Come è nato l’amore per il cinema?

Ho questa passione da quando avevo quattordici anni. E ho sempre immaginato di lavorarci. Ricordo che mi divertii tanto ad un cineforum, organizzato dalla scuola media che frequentavo, poi nulla. Mia madre, a distanza di anni, mi racconta che da adolescente guardavo tantissimi film. Alcuni mi sono rimasti impressi: Andrej Rublev di Tarkovsky o la Sottile Linea Rossa di Malick. A volte marinavo la scuola per andare nella videoteca comunale da sola a vedere film che non potevo trovare in nessun altro modo nel mio piccolo comune, dove c’era un solo cinema, chiuso, poi, per problemi sismici.  Per quanto riguarda il documentario, beh, è nato tutto per necessità. Dal primo corto che ho girato nel 2010 sentivo l’esigenza di usare, su un’idea scritta, facce, elementi, atmosfere reali.  Ora il mio lavoro è questo. Ma non mi limito ai miei documentari, a volte lavoro per la docu televisiva.

Quanto è stato tosto affermarti in questo settore?

Affermarmi è stato sicuramente difficile, proprio perché vengo dalla provincia, anzi, da un paesino, e non ho parenti nel settore cinematografico. Sono cresciuta in una famiglia di musicisti, la musica è l’altra mia grandissima passione. Devo ringraziare la mia famiglia che mi ha sempre lasciata libera di intraprendere un percorso indipendente. Venire da un altro ambiente è stato un valore aggiunto e non deve suonare vittimistico. E’ importante per la mia generazione ricominciare a pensare un futuro diverso da quello dei nostri genitori, nel bene e nel male. E’ la forma più efficace di rinnovamento per un Paese.  Ad aiutarmi in questo percorso sono state tante persone. Soprattutto, quelli che avevano più esperienza di me e hanno visto nella materia grezza un germe da coltivare. Essere donna sicuramente crea qualche ostacolo in più nell’ affermarsi in un campo che rimane maschile. Ma nulla che non si possa superare con un po’ di intelligenza e ironia. 

Cosa è stato particolarmente difficile?

Durante gli studi al CSC ho sempre lavorato in settori diversi. Ci sono stati dei momenti in cui trovavo molto difficile conciliare il lavoro con gli orari della scuola che esige la frequenza obbligatoria dalle 9 alle 18 di tutti i giorni.  L’inizio è stato traumatico, a 23 anni dovevo studiare e lavorare per pagare l’affitto, la retta e fare la spesa. Poi, però, ad un tratto, quello che sembrava impossibile da portare a termine ha preso un suo ordine ed un suo senso e tutto ha cominciato a scorrere più serenamente. O forse ero solo cresciuta.

Ci racconti qualcosa del tuo docu-film la Gente Resta?

Il lavoro nasce da un progetto di Fabrica con Raicinema www.fabrica.it Racconta la storia di chi oggi resiste con vitalità, anche incosciente, alla minaccia costante di inquinamento e isolamento, di chi ha deciso di restare nella propria terra, con rabbia e rassegnazione insieme, mentre tanti la abbandonavano. E’ il racconto di chi ha scelto di continuare la sua vita sulle macerie delle promesse industriali. La storia di una famiglia, una piccola comunità, divisa tra la trasgressione vitale dei bambini, la mollezza degli adolescenti e il mondo degli adulti frantumato e sospeso.

Quanto e cosa è stato difficile? 

Girare un documentario su un tema così delicato e caldo ha rivelato diverse difficoltà. Innanzitutto si rischiava di raccontare cose già dette. Quando ho trovato i Resta, casualmente sulla loro barca, ho capito quasi subito che non potevano esserci posizioni assolute da assumere. Così ho cercato di ascoltare senza preconcetti quelle persone che in quella città vivono e muoiono.

Cosa ti ha colpito di più dei fratelli Resta e della loro vita?

Sicuramente la loro vitalità in quello scenario decadente e insalubre, che, è il quartiere Tamburi, costruito per le famiglie degli operai dell’Ilva, durante gli anni ’60. La vita dei Resta si divide ancora oggi tra pesca e lavoro in fabbrica. La baracca di famiglia sorge dietro le vasche di raffreddamento dell’Ilva che sboccano sul Mar Piccolo, il mare più pescoso della zona fino a cinquanta anni fa. Mi hanno colpito la loro leggerezza, la loro capacità di resistere per non morire di fame e, soprattutto, di condividere paura e speranze con altri pescatori. I fratelli vanno avanti perché hanno radici solide e amano la loro terra.

I tuoi progetti?

Adesso sto lavorando alla scrittura di un film e sono in fase di ricerche per il prossimo documentario ambientato probabilmente a Roma.

                                                                                                                                                                                                     Cinzia Ficco

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