Marta Baiocchi, romana, fa la ricercatrice. Ha lavorato per tre anni in America, dove ha conosciuto la meritocrazia. E’ tornata in Italia. Riabituarsi agli ambienti universitari asfittici del suo Paese, è stato molto faticoso. Come fa intendere nel suo primo romanzo, intitolato Cento Micron, ed. Minimum Fax e come affermerà in questa intervista. Tutto sommato, però, è felice di essere rientrata. E va avanti, con grande determinazione.

Marta, ci spiega esattamente di cosa si occupa?

Lavoro da molti anni sullo sviluppo e il differenziamento delle cellule staminali, cioè sui processi con cui i nostri organi si rinnovano e si mantengono, rigenerando continuamente le proprie cellule, a partire da serbatoi di cellule staminali. Tutti avranno sentito dire, per esempio, che la nostra pelle è composta di cellule morte, che si sfaldano continuamente, venendo sostituite da strati di cellule sottostanti, che a loro volta salgono in superficie, invecchiano e muoiono. Processi di questo tipo avvengono in molti altri organi, per esempio il sangue, e sono regolati da una serie di molecole biologiche, con meccanismi molto precisi, in modi che conosciamo solo in parte. Comprendere meglio come funzionano questi sistemi può aiutare a ideare terapie rigenerative che sfruttino la capacità di auto-rinnovamento degli organismi. Da qualche anno, invece, lavoro sulle cellule staminali dei tumori: sono le cellule che danno origine allo sviluppo dei tumori.

Dove lavora?

Attualmente lavoro come ricercatrice all’Istituto Superiore di Sanità, nel Dipartimento di Ematologia, Oncologia e Medicina Sperimentale, ma ho lavorato in molti altri laboratori, pubblici e privati, in Italia e all’estero.

Alcuni anni fa è stata in America, dove di preciso? E a quale progetto lavorava?

Ho lavorato per tre anni negli Stati Uniti, al New York Blood Center, che è un centro di ricerche sul sangue. In quegli anni, studiavamo il differenziamento delle cellule staminali del cordone ombelicale. Queste cellule, piccole e indifferenziate, sono capaci di dare origine a tutte le cellule mature del sangue, cioè i globuli rossi e tutti i diversi tipi di globuli bianchi. Nell’adulto, le cellule staminali del sangue si trovano nel midollo osseo, cioè, quella sostanza rossa e spugnosa che si vede spezzando un osso di pollo, oppure al centro dell’ossobuco. Il cordone ombelicale, però, ne è particolarmente ricco, e ha tra gli altri vantaggi quello di poter essere prelevato dal donatore - cioè il bambino, col consenso della sua mamma- in maniera non invasiva. Le cellule staminali, di midollo osseo o di cordone ombelicale, vengono usate per trapianti in pazienti con diverse malattie.

Poi è tornata in Italia.

L’America è un Paese meraviglioso, a cui devo moltissimo. La mentalità è così diversa dalla nostra, sia nel bene sia nel male, che occorrerebbero volumi interi per raccontarla. Negli Stati Uniti mi ha messo paura la spietatezza da nuova frontiera con cui viene considerato l’insuccesso, anche solo l’errore. Come si fa a prevedere che una cosa andrà storta?

Quanto è stato faticoso riambientarsi?

Riambientarsi è stato faticosissimo, mi trovavo spesso in mezzo a colleghi che ne sapevano molto meno di me, ma che, mentre ero fuori, avevano vinto concorsi e ottenuto posizioni.  Io, invece, ero tornata ad essere una precaria pagata quattro soldi e senza alcun potere decisionale. Ho superato in parte le difficoltà quando ho ottenuto prima uno, poi altri posti di lavoro, in cui avevo posizioni e stipendi “veri”. C’è voluto qualche anno, e ancora adesso mi chiedo se, da quel punto di vista, l’esperienza all’estero mi abbia avvantaggiato o sfavorito.

Ricerca in Italia e, soprattutto, ricerca sulle cellule staminali embrionali. Da chi vengono i maggiori ostacoli?

Gli ostacoli alla ricerca, in genere, in Italia sono molteplici e ramificati. Registro  prima di tutto un ritardo storico nella comprensione del concetto stesso di scienza moderna e della sua importanza per la società. Ma queste sono questioni quasi filosofiche, lunghe da discutere. Da queste, però, conseguono la perpetua inadeguatezza di fondi, la mancanza di riconoscimento per chi fa bene e ha talento a scapito di chi talento non ne ha. In fondo, ci sono anche l’insufficiente comprensione ed educazione scientifica di base dei cittadini. Se ci mettiamo anche la gestione gerontocratica che affligge il Paese in tutte le altre sue attività, il quadro è completo. Per quello che riguarda le cellule staminali, sebbene esistano molti tipi di staminali su cui in Italia si continua a lavorare, come quelle di cui parlavo prima, è vietato utilizzare ovuli fecondati ed embrioni per ricerca. Per esempio, quelli che qualche madre sarebbe disposta a donare, perché magari ha già avuto tutti i bambini che desiderava. Naturalmente, tutto il resto del mondo ci sta lavorando molto attivamente, perché si spera che aiutino a trovare metodi curativi per malattie degenerative, invecchiamento o tumori. Quando questo accadrà, quelli che avevano detto che era una cosa sporca e brutta, saranno i primi a chiedere di poter usare i nuovi farmaci. E, nel frattempo, naturalmente, l’Italia si ritroverà ancora più in coda di quanto già si trovi.

Ha scritto un libro in cui si parla di procreazione assistita.

Sì, volevo parlare di diversi argomenti che mi stanno a cuore, alcuni dei quali sono quelli di cui abbiamo già parlato. Tipo: l’importanza della ricerca per la società, e, di contro, l’incomprensione che il suo valore ancora incontra da noi. La cattiva gestione del denaro e delle risorse umane. Il rapporto prepotente e proprietario verso la propria discendenza sia biologica che intellettuale. Ma anche, poi, i traguardi impensati e meravigliosi che potrebbero celarsi dietro ogni angolo.

L’impegno immediato che chiederebbe al Governo, oltre allo stanziamento di nuove risorse per la ricerca?

I soldi alla ricerca li sento promettere da quando ero iscritta al terzo anno di università, ma sono calati inesorabilmente dall’inizio degli anni 2000 ad oggi, e non è che si navigasse nell’oro neanche allora. Eppure, è noto che la crescita economica di un Paese è direttamente proporzionale a quanto investe in ricerca.

Il progetto che vorrebbe vedere finanziato di qui a dieci anni?

Tanti, ma forse più di tutto secondo me aiuterebbe l’Italia la creazione di scuole speciali, con insegnanti di altissimo livello e studenti rigorosamente selezionati. Non è pensabile ottenere risultati migliori senza migliorare il livello dell’istruzione scientifica. Purtroppo, l’insegnamento universitario è oggi troppo spesso scadente.

Un consiglio a chi voglia fare ricerca e rimanere in Italia?

Lasciar perdere. La ricerca è un mestiere impegnativo e totalizzante, che richiede grandi doti personali e un vero e proprio talento. Sono pochi, in realtà, ad avere il carattere e la personalità davvero adatti, così come esistono pochi artisti davvero dotati. Per ricercatori così, rimanere in Italia, finché le cose non saranno cambiate, è uno spreco.

Lei, però, va avanti. E nel suo Paese. Si sentirà una tipa tosta!

Veramente, non mi sento particolarmente tosta, poi però qualche volta mi dico che per continuare un mestiere così difficile, in qualche modo un po’ tosta devo essere.                                                                                                                             Cinzia Ficco    

© Riproduzione riservata