Massimo due anni e una nuova versione più accurata e funzionale di pancreas artificiale, il cui prototipo (realizzato dalla Medtronic) è stato approvato a settembre scorso dalla Food and Drug Administration negli Stati Uniti, sarà anche sul mercato italiano.

Merito delle Università di Padova e Pavia che, con quella della Virginia, stanno lavorando da una decina di anni per migliorare la vita dei soggetti affetti da diabete di tipo 1.

“Con finanziamenti statunitensi ed europei- afferma Claudio Cobelli, nato a Bressanone (Bolzano) nel ’46, professore di ingegneria biomedica all’Università di Padova– siamo riusciti a realizzare uno strumento ancora più accurato rispetto a quello già esistente, bypassando la sperimentazione sugli animali, molto costosa. Il nostro dispositivo consiste in: un sensore sottocutaneo del glucosio, un tablet (in cui risiede l’algoritmo di controllo che riceve wireless l’informazione sulla glicemia) ed una pompa di infusione sottocutanea di insulina che, sulla base della glicemia misurata, eroga l’insulina fissata dall’algoritmo, sempre in modalita’ wireless”.

La sperimentazione è iniziata nel 2008. “Dapprima – continua il docente – abbiamo provato il nostro prodotto su pazienti ricoverati in ospedale, così da garantire la massima sicurezza. Poi in quattro studi clinici internazionali, su 147 adulti, reclutati in undici centri di sette nazioni. Dal 2012 abbiamo iniziato una serie di studi in hotel, in cui simulavamo una giornata media del paziente, ma con un team di esperti pronto ad intervenire in caso di bisogno. Due anni dopo, visti i buoni risultati, abbiamo fatto il grande salto ed affidato un prototipo di pancreas artificiale ad alcuni pazienti per un lungo periodo, coinvolgendo tre centri in Europa (Padova, Amsterdam e Montpellier), trentadue pazienti, per due mesi. Nel 2015, con i colleghi di cinque centri pediatrici italiani (Università di Torino, San Raffaele di Milano, Verona, Bambin Gesù di Roma e della Università di Napoli Federico II) abbiamo sperimentato il pancreas su bimbi diabetici, dai 5 ai 9 anni, in un campo estivo tenutosi a Bardonecchia (To). Sempre con risultati soddisfacenti. Certo, non bisogna pensare che il pancreas artificiale sia un dispositivo magico. Ma è vero che, rispetto alla migliore terapia tradizionale con sensore e pompa, siamo andati oltre. Il nostro dispositivo, infatti, riesce ad interagire con il paziente, anche inviando di continuo ad un server i dati relativi alla sua salute e al funzionamento del pancreas. Il nostro pancreas stabilisce con continuità la dose accurata di insulina da iniettare. E’ in grado di dare allarmi in caso di ipoglicemia e bloccare l’infusione di insulina. Se sette anni fa era necessario un computer ingombrante per gestire i dati, oggi riusciamo a far girare gli algoritmi su dispositivi piccoli come uno smartphone. Non solo. Il nostro algoritmo è adattativo, cioè impara dai giorni precedenti e riesce a predire cosa succede al glucosio nel corso di una giornata e a modulare la quantità di insulina sulla base di queste previsioni. Un algoritmo così è in grado di ridurre le variazioni di glucosio durante la giornata, mantenendo il soggetto nella zona di eu-glicemia (dosaggio ideale) e riducendo le situazioni di ipo- e iper-glicemia. Si tratta di un’automazione che arriva dopo anni di ricerca e di una stretta collaborazione con i colleghi dell’Università della Virginia, di cui siamo fieri”.

Tra una decina d’anni? Difficile fare una previsione per Cobelli, che conclude: “Forse l’algoritmo di controllo sarà nella pompa di insulina così da ridurre a due i dispositivi. Si spera che i costi siano sempre più contenuti e che il Servizio Sanitario Nazionale possa rimborsare il dispositivo almeno ad alcune classi di soggetti con diabete di tipo 1”.

                                                                                                                                                                                                         Cinzia Ficco

 

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