Noi di sicuro più tosti dei giornalisti di testate nazionali che vengono qui, rimangono per otto ore e se ne vanno.  E ancora, esistono molte associazioni dell’antimafia serie, ma ce ne sono altre costituite da professionisti dell’antimafia, inutili, con cui ci scontriamo”.

Parla senza filtri Claudio Cordova, nato a Palmi (Reggio Calabria) nel 1986, laureato in Lettere moderne e direttore della testata on line Il Dispaccio L’informazione senza padroni e senza padrini",  https://www.facebook.com/IlDispaccio?fref=ts fondata tre anni fa.  

Curioso e appassionato di “nera e giudiziaria”,  guida una redazione di dieci ragazzi, alcuni dei quali già iscritti all’Ordine. In questa intervista ci dirà come è nato il suo progetto e quanto faticoso è portarlo avanti, in una terra in cui non è ancora maturata una coscienza civica, e per questo, ancora molto arretrata e isolata.

“La passione per il giornalismo – dice subito - c’è da sempre. Sono una persona curiosa e cerco sempre di capire qualcosa in più rispetto a quello che mi viene presentato in superficie. Inoltre, fin da quando ero un adolescente, ho sempre amato scrivere. Scrivere per raccontare. E pochi settori come la nera e la giudiziaria offrono al cronista la possibilità di dar sfogo al proprio estro, pur rimanendo ancorati ai fatti. Inoltre, cronaca nera e giudiziaria in Calabria fanno rima con ‘ndrangheta”.

E quindi?

Be, subentra anche una valenza sociale di ciò che si fa, perché la gente merita di sapere più cose possibili sulle persone e sulle realtà che fino ad oggi hanno tolto ogni speranza a questo territorio.
 

Prima lavoravi per un’altra testata. Cosa è successo?

Per cinque anni ho lavorato per un altro sito internet, occupandomi proprio di cronaca nera e giudiziaria. Le strade si sono divise quando un mio articolo, che coinvolgeva un politico locale, è stato rimosso dopo alcune ore dalla pubblicazione per motivi che, ancora oggi, mi sono ignoti. Ma è acqua passata, adesso c’è Il Dispaccio.
 

Quando hai deciso di fondarlo?

La decisione è nata quasi subito dopo la fine della mia precedente esperienza professionale. Il nome e l’aspetto del Dispaccio hanno un sapore vintage: questo perché credo nel giornalismo fatto alla vecchia maniera, quindi tramite la ricerca sul campo e la verifica delle fonti, ma applicato ai nuovi fondamentali mezzi comunicativi, come Internet. Ero e sono convinto che il giornalismo sia la mia strada. Una strada che non potevo non seguire. E’ stato ed è difficile. E’ stato difficile mettere su, sotto il profilo tecnico, la piattaforma, è stato difficile trovare le persone giuste per portare avanti il nostro progetto ed è difficile tuttora proseguire su una strada che è assai in salita e piena di ostacoli. Ma, come ho detto, è la mia strada.

Da chi è composta la redazione?

Da una decina di persone che sono la vera forza del Dispaccio. Siamo tutti molto giovani e proviamo a fare di questa realtà il nostro mestiere, anche sotto il profilo economico. Tramite Il Dispaccio molti giovani calabresi hanno già ottenuto l’accesso all’Ordine dei giornalisti e altri lo faranno. Per una realtà che ha scelto di non legarsi ai centri di potere, economici e politici, ma non solo, e di vivere solo con le proprie gambe, credo che sia già una bella soddisfazione. Andiamo avanti con i banner comprati da aziende.

Non sarà una vita facile la vostra. Scrivete di persone che incontrate per strada o al bar.

La vita non è facile perché la nostra non è una professione con cui ci si arricchisce e, per di più, ci porta a essere molto esposti, soprattutto se ci occupiamo di precise tematiche. Le minacce e le intimidazioni – che pure esistono, eccome sul nostro territorio – non avvengono solo con metodi classici, quelli violenti, ma anche con avvertimenti più sottili e subdoli, come è nello spirito più profondo della ‘ndrangheta. E poi ci sono le querele e le richieste di risarcimento danni, la nuova frontiera dell’intimidazione ai cronisti che non si accontentano di copiare/incollare i comunicati stampa.

Da questo punto di vista siete più tosti voi giornalisti locali dei colleghi dei media nazionali?

Certo. Ne sono convinto. Noi ci mettiamo firma e faccia e la sera ritorniamo a casa, percorrendo gli stessi passi delle persone di cui scriviamo, respirando la loro stessa aria. Noi viviamo qui e conosciamo le persone che hanno depredato questo territorio. Possiamo raccontarlo meglio. Dobbiamo raccontarlo meglio. Lo dobbiamo ai luoghi che ci hanno visto nascere e crescere.
 

Quanto la stampa nazionale fa tesoro del vostro lavoro? 

La stampa nazionale attinge di continuo agli organi di stampa locali. Spesso scoop che vengono amplificati a livello nazionale altro non sono che ribattute di storie che qui i giornalisti locali hanno già raccontato. Purtroppo, però, come dico sempre, la Calabria è risucchiata in un vortice che la spinge nell’oblio sotto il profilo informativo. Se anche la stampa nazionale raccontasse meglio le nostre vicende, non trattandoci come una periferia di cui non importa niente a nessuno, forse anche qui crescerebbe uno spirito critico più forte per il riscatto di questo territorio.

Quanto vi aiutano le associazioni antimafia? C'è collaborazione o spesso si tratta di professionisti dell'antimafia che speculano e intralciano la vostra attività?
Di professionisti dell’antimafia ce ne sono molti. Parlare di mafia, organizzare convegni, pubblicare libri, è diventato un business per tanta gente: tante associazioni o movimenti sono nati per spillare soldi alla pubblica amministrazione o favorire la visibilità dei promotori e, magari, l’ingresso in politica di alcuni. Ma c’è anche chi ci crede veramente, con queste persone c’è un confronto costante e spesso la forza di andare avanti ti giunge proprio quando vedi che qualcuno apprezza il tuo impegno, i rischi che ti prendi. E capisci, una volta di più, che ne vale la pena.
 

Stampa/magistratura e delegittimazione dell'avversario politico: cosa mi dici?

Anche questo lo dico spesso. In un territorio come la Calabria e – nel nostro caso Reggio Calabria, in cui la differenza tra buoni e cattivi è molto sottile tanto da non essere spesso visibile, magistratura e stampa sono utilizzate spesso come armi non convenzionali per provare a tendere agguati ai proprio nemici. Anche chi si presenta alla magistratura come un bravo cittadino che vuole denunciare qualcosa, spesso è animato da sentimenti tutt’altro che legalitari, ma soltanto da spirito di vendetta. E lo stesso accade alla stampa, che viene spesso armata tramite soffiate nella speranza di ottenere articoli su commissione. Ma noi giornalisti non dobbiamo essere delle pattumiere a cui poter rifilare ogni cosa: il nostro compito è ascoltare tutti, ma verificare in maniera precisa ciò che ci viene detto e trovare i riscontri su ogni affermazione che facciamo.
 

Sembra che la ndrangheta sia più pericolosa della mafia e della camorra, perchè più capillare. E’ così?

La ‘ndrangheta è la più potente e questo è ormai un dato di fatto. Ha scelto di non aderire alla strategia stragista di Cosa Nostra e questa decisione di rimanere nell’ombra le ha permesso di intrecciare rapporti con servizi segreti, massoneria e pezzi delle Istituzioni, nonché di diventare egemone nel traffico di droga. La scelta di rimanere invisibile le ha consentito di ottenere quel consenso sociale su cui poggia la sua forza. Senza questo consenso la criminalità organizzata è finita: e infatti, in Sicilia e Campania, pur tra i tanti problemi, sono sorti movimenti di sincera e coraggiosa lotta alla criminalità, attorno a quelle forze oscure è sorto un dibattito serio che non comprende la sottovalutazione o la giustificazione del fenomeno propugnata da alcuni pseudo-intellettuali calabresi. Per questo non rinuncio mai a incontrare gli studenti nelle scuole quando sono invitato. E’ sui più giovani che si può incidere davvero per costruire un futuro migliore.

Claudio, ma chi ve lo fa fare? Non pensi mai di mollare tutto?

Lo facciamo grazie alla passione per il nostro lavoro, alla voglia di scoprire e conoscere più cose possibili, che dovrebbe animare ogni essere umano a seguire le orme di Ulisse alla ricerca della conoscenza. Lo facciamo perché amiamo il nostro territorio e siamo convinti di dover lottare per la Calabria, perché da questo dipende la nostra reale libertà. Non so se siamo tipi tosti, non so neanche se ce la faremo o se falliremo. So solo che non molleremo.


                                                                                                                                                                                                  Cinzia Ficco
 

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