Da venditore di libri a scrittore: ha raggiunto solo una tappa del suo “viaggio” senza fine. Ma ne è felice. A volerlo, è stato Dio. Ma lui, all’Altissimo, ha dato una grande mano.

Ora Papa Ngaye Faye, meglio noto come Amadou, nato a Dakar (Senegal) nel ‘70, vive a Lecce con la sua famiglia. “La Puglia – fa sapere – è una terra accogliente.  Però, mi mancano i miei genitori, il calore della mia terra e i giri di tè”.

Ma perché ha lasciato il Senegal e perché ha scelto l’Italia per la sua nuova vita? Lo scopriremo in questa intervista.

Amadou, come viveva a Dakar?

Ero capocantiere per una società immobiliare. Vivevo  con la mia famiglia, la mia prima moglie, che ora non c'è più, e le mie due figlie. Vivevamo più che dignitosamente. Quel che avevamo ci bastava per essere sereni. Il sabato sera partecipavo alle serate di preghiera organizzate dalla mia associazione per testimoniare l’unicità del Signore. Durante questi incontri ci si ritrova in tanti, e si canta fino a notte fonda, con una partecipazione emotiva che cresce sempre più, finché non ci si sente vibrare in Dio.

Quanti eravate in famiglia?

Nella mia famiglia d'origine siamo ventuno fratelli. La mia è, come la maggior parte delle famiglie senegalesi, una poligama. Sette sono i figli di mia madre. Per tutti nutro, però, lo stesso affetto, "zie" comprese.

Di cosa si occupavano i suoi?

I miei erano impiegati nella società dei trasporti di Dakar ed erano entrambi sindacalisti. Perciò, di battaglie ne hanno fatte tante. Mia madre ancora oggi è impegnata nella formazione delle giovani donne, affinché imparino a gestire piccole imprese familiari.

Suo padre?

Era ed è un maestro spirituale. Lui forma i giovani che vogliono entrare nella tijaniya. Si tratta di una confraternita musulmana, per prendere la fayda, ovvero per salire ad un gradino superiore della conoscenza in Dio. Anche io gliela chiesi, da ragazzo, ma mi fece penare molto prima di accettare di formarmi.

Perché?

Volle capire quanto veramente fosse grande il mio bisogno di fede e perciò, dopo tanti no, accettò di aiutarmi a farmi intraprendere il viaggio.

Se pensa alla sua terra, cosa le viene in mente?

Tante cose. I bei momenti passati tutti insieme a bere il tè, ad esempio. Quello del tè è un rituale importante da noi. Quando non si ha nulla da fare, qualcuno inizia i giri di tè e la gente - parenti o amici che passano - pian piano si aggrega, si chiacchiera, si discute sino al terzo giro. Il tè può durare un paio d'ore. E' per questo che il mio libro, dal titolo: “Se Dio vuole”- Giovane Africa edizioni (2011) è suddiviso non in capitoli, ma, appunto, in giri di tè.

A cos’ altro pensa, se le dico Senegal?

Penso alla solidarietà, perché la gente da noi sa essere molto unita. Mi mancano il sole e il suo calore - il freddo dell'Europa per me è stato traumatico all'inizio. Mi mancano l’orgoglio dei senegalesi, la loro educazione, la capacità che hanno di rispettare il prossimo.

Nel suo libro si parla di un mango.

Sì, è quello che si trovava nel giardino di mia nonna, dove andavo d'estate, e sotto il quale la famiglia intera, poverissima, eppure molto serena, si ritrovava a chiacchierare. I miei nonni erano "griot", dei cantastorie. Non c'era una sola persona che, passando di lì, non si fermasse e tutti erano accolti con la stessa considerazione. Ne ho ricavato un profondo rispetto per l'essere umano, in tutte le sue manifestazioni.

Un ricordo felice e uno doloroso della sua infanzia?

Il giorno in cui ho incontrato Dio ero felice.

Di ricordi dolorosi non ne ho. Ho vissuto delle giornate tristi, ma non ho mai sofferto. Quando ho perso Aida, mia moglie, ero triste, profondamente triste, ma non ho provato dolore. Perché ero preparato alla morte: una persona che vive, muore. La morte non mi fa paura, è soltanto un momento di passaggio.

Quando ha pensato di lasciare il Senegal e cominciare a vivere una nuova vita?

In realtà è stato mio fratello maggiore, che è un manager culturale, a dirmi che c’era un “invito” per me, cioè un visto turistico per l’Europa. Soltanto allora ho pensato di partire. Come tutti, anch’io volevo andare a cercare fortuna altrove, migliorare economicamente la mia vita e crearmi un futuro più solido. In Senegal si pensa che basti arrivare in un Paese europeo con un titolo di studio. Si è convinti che sia sufficiente buona volontà per trovare una società pronta ad assumerti. Era il 2005. Ma non è così.

Perché ha scelto Lecce?

Intanto, perché ho scelto l’Italia e non la Francia o la Spagna, ad esempio, dove è andato l’amico che è partito con me. L’Italia da lontano mi era sempre piaciuta, per i suoi film, il calcio, la moda. In Senegal mi chiamavano “l’italiano”, per come mi vestivo di tanto in tanto e perché ero un tifoso di Paolo Rossi, Maldini e Baresi.

Dunque, conosceva bene il Belpaese?

Sì. Dalla Francia, dove ero arrivato in aereo, la prima città in cui mi sono fermato in Italia è stata Bergamo, perché lì conoscevo qualcuno. E’ in quella città che, attraverso i racconti dei senegalesi che mi ospitavano, tutti operai, ho iniziato a capire che qui non è come noi pensiamo in Senegal. Senza documenti - in quella casa c'era anche qualcuno che stava aspettando un permesso di soggiorno che non arrivava mai - , niente lavoro. Volevo andarmene, stavo per partire per la Spagna, quando, quasi per caso, sono arrivato a Milano.

Lì, cosa è successo?

Ho incontrato un mio connazionale, il quale aveva messo su una cooperativa, che si occupava della pubblicazione di libri di cultura africana e che i ragazzi senegalesi vendevano per strada. E’ stata questa persona a farmi capire che partire sarebbe stato un errore. Mi ha portato a casa di altri senegalesi e lì uno di loro, che poi è diventato il mio "formatore", ha iniziato a spiegarmi il mio nuovo lavoro. Inutile dire che non mi piacque.

Perché?

Trovavo che non fosse affatto un lavoro. In Senegal non avrei mai accettato di vendere nulla per strada, ma ho provato lo stesso. Ha funzionato. Così, sono rimasto a Milano due anni a vendere libri. Poi, d’estate, siccome la città si svuota, ho deciso di venire a Lecce con due amici e qui sono rimasto. Lecce mi è piaciuta, perché somiglia un po’ alla mia terra: è meno fredda, le case sono basse e la gente è simpatica e disponibile. Qui,  sempre dei senegalesi mi hanno aiutato a trovare una casa e ho continuato a vendere i libri della cooperativa

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Da quel momento?

Ho sempre venduto libri, anche se adesso tengo in mano quelli di Giovane Africa, che è anche la mia casa editrice. E’ grazie alla vendita che ho potuto realizzare alcune cose importanti. Ad esempio, ho potuto pagare a mio padre il viaggio alla Mecca e poi, in Senegal, ho finanziato un progetto per aprire una scuola, la Saloum Excellence, che oggi, malgrado duecento iscritti, sta attraversando un momento difficile. E’ per questo che sto riorganizzando il mio lavoro: per poterla sostenere finanziariamente.

Guadagna tanto?

Quel che guadagno basta a mantenere la mia famiglia d’origine, le mie due figlie, ad aiutare la famiglia della mia prima moglie e a realizzare qualcosa nella mia terra. Mi auguro di poter fare sempre di più.

Che tipo di libri vende?

Come ho già detto, si tratta di libri di cultura africana: raccolte di fiabe, libri di ricette, romanzi, poesia.

Chi in genere li compra?

I miei libri li comprano tutti, giovani e anziani di qualsiasi estrazione sociale, ma soprattutto a comprarli sono le donne. Le donne sono in genere più attente e hanno voglia di fermarsi ad ascoltare quel che ho da dire. Ho molti amici grazie al mio lavoro, persone che si mettono a chiacchierare del più o del meno, o che intavolano discorsi molto seri e poi tornano a trovarmi. Del resto io non fermo mica tutti: mi lascio guidare dal mio istinto e col tempo ho imparato a riconoscere un potenziale cliente.

Cosa vuole dire?

Spesso è un’espressione del volto a guidarmi, o un certo modo di camminare, ad esempio. Per strada ci sono volti aperti e volti molto chiusi. Qualche volta, però, decido di sfidare me stesso: rivolgo la parola proprio a chi, in un gruppo di amici, ad esempio, sembra il meno disponibile all'ascolto. Quasi sempre scopro che dietro a quell'espressione c'è una persona generosa, di sentimenti, intendo. Altre volte, però, mi tocca litigare. Quando, ad esempio, qualcuno non risponde al mio saluto. Il saluto è fondamentale, da noi, in Senegal, è la prima tappa del viaggio verso l'altro. Chi non risponde al mio saluto, in quel momento, nega il mio essere. Non lo accetto.

Ha detto che tante volte l’hanno offesa!

Tutti i giorni sento una frase umiliante. Ma chi è per strada deve accettare di passare attraverso qualsiasi esperienza. Nel libro racconto alcuni di questi episodi. Del resto, è stato proprio un “basta” che mi ha tirato in faccia un signore, a Milano,  - ero arrivato da poco, ero disorientato, disilluso e ancora non parlavo italiano - a darmi la forza di reagire.

Cosa è successo?

In quel momento, quel basta, mi annullò: venendo in Italia ero diventato muto. Per fortuna il francese mi aiutava un po’ e, se l’essere passa attraverso la parola, già il mio essere era stato mutilato. “Basta” era una nuova negazione della mia persona e per me, che venivo da un Paese fiero, da una famiglia fiera, era inaccettabile. Ripresi a vestirmi bene, come in Senegal, e ritrovare la mia forza interiore, quella stessa forza che mio padre mi aveva aiutato a cercare in me e nel mondo, la forza che avevo conosciuto incontrando Dio, e a parlare con disinvoltura con tutti. Da quel momento la mia vita in Italia ha iniziato a cambiare.

E ha realizzato un sogno.

Il mio sogno non l’ho ancora realizzato. Ad ogni arrivo si apre di fronte a me una strada nuova da percorrere, e a volte più d'una nello stesso tempo. Perciò, credo che non arriverò mai. Questo libro è una tappa, non uno scopo. E’ nato dalla strada, e questo dimostra quanto la strada possa insegnare. Ogni nuovo incontro, bello o brutto che sia, è un viaggio a sé ed io ogni giorno, uscendo di casa, mi predispongo a viaggiare. Ma più viaggio, più la meta si allontana. Io, però, mi ostino nella ricerca.

Quando ha scritto il libro?

In realtà questo libro è stato scritto a quattro mani, insieme con mia moglie. Lei non è la trascrittrice o la traduttrice delle mie parole, come a volte si pensa. L'equivoco nasce dal fatto che si tende a confondere l'autore con il narratore del testo. Nel mio caso, trattandosi di un racconto autobiografico, l'identificazione viene ancora più naturale.

Ma?

E' che dietro quell'io narrante ci sono due anni di racconti e conversazioni fra me e lei, portati avanti sottovoce, seguendo il filo dell'emozione. Alcuni passi li abbiamo scritti proprio insieme, nei rari momenti di silenzio a casa. Altre volte si tratta di paragrafi scritti soltanto da me o soltanto da lei e poi letti e riletti insieme, alla ricerca del senso vero e della forma perfetta, almeno per noi. Abbiamo seguito molto, e forse non del tutto consapevolmente, il ritmo delle nostre rispettive lingue: il mio wolof, il nostro italiano e il nostro francese, che entrambi abbiamo come seconda lingua.

Come ha fatto a contattare la casa editrice?

Conoscevo già le Edizioni Giovane Africa, di cui, come ho detto, vendo i libri. Sono stati loro ad insistere affinché  glielo facessi leggere. Ne sono stati subito entusiasti.

Il libro si chiama “Se Dio vuole”. Quindi Dio ha voluto che lei diventasse scrittore. Il merito è solo suo?

Certo che il merito è suo, è lui  il regista.

Lei cosa ha aggiunto? 

La mia capacità di recitare bene il mio ruolo. Lui mi ha dato il copione e io ci ho messo il  desiderio di interpretarlo al meglio, comprenderne le sfumature di significato e dare forza al mio personaggio.

Quanto è stato difficile stenderlo?

Non è che sia stato difficile realizzarlo. Però, nel periodo della stesura, è stato il nostro unico pensiero, quasi ossessivo. In casa non si parlava praticamente d'altro. Scrivendo questo libro mi sono reso conto che lo scrittore è un luogo, abitato all'improvviso da storie, ricordi, riflessioni che si avvicendano quasi suo malgrado. Deve essere bravo a gestire tutto, affinché il suo lavoro sia coerente sino alla fine. L'unione, però, fa la forza. In due siamo andati più lontano.

Quante copie ha venduto?

Tante, ma  non siamo ancora alla ristampa.

A chi vorrebbe farlo leggere?

A tutti gli italiani, affinché possano conoscere un po' meglio la cultura del Paese, da cui provengo. E riflettere un po' di più prima di decidere se gridare un "basta" o rivolgere un saluto cortese ad un venditore per strada. Poi ai senegalesi in Italia, affinché non perdano la fierezza del loro sguardo. Ma non solo. Mi piacerebbe che venisse tradotto in altri Paesi. So che una traduzione in tedesco sta nascendo e ne sono molto contento. Speriamo che venga pubblicata.

Come fa con la distribuzione?

Il sistema è sempre lo stesso. Siamo noi venditori di libri ambulanti a distribuirlo per Giovane Africa, in quasi tutte le città italiane. La filosofia della casa editrice è proprio questa: di solito, chi si ferma a comprare un libro per strada, lo fa perché il venditore è simpatico o perché vuole essere solidale. Poi, però, se ha la fortuna di iniziare a leggerlo, può darsi che non si fermi più fino alla fine, e che magari torni a comprarne altre copie per regalarle ad amici e parenti. E’ quello che sta succedendo con il mio libro. A Lecce qualche libreria inizia ad attrezzarsi - come la Liberrima-, ed anche in provincia, come Volta la Carta a Calimera, o a Brindisi.

E' tutto sommato facile per un senegalese fare fortuna in Italia? Oppure ha scelto la città giusta?

Non è per niente facile, per un Senegalese, fare fortuna in Italia. Del resto, io ho fatto fortuna? Mi sto semplicemente facendo conoscere, perché ho qualcosa di interessante da dire e tanti progetti che desidero realizzare. Credo, comunque, che servano talento, qualche buona stella, ma non so in che proporzione, e tanta volontà. Sicuramente Lecce aiuta, perché è una città a misura d’uomo, dove chi ha voglia di fare e comunicativa può trovare i suoi spazi. E’ Dio, però, che ha scelto per me. E' lui quello veramente tosto.

Dove ha conosciuto la sua buona stella, sua moglie?

L'ho conosciuta in una marina leccese. Le ho venduto dei libri, qualche anno fa. Lei lavora con i ragazzi, perché è un'insegnante di francese e ha conseguito un dottorato in letterature francofone dell'Africa e della diaspora. Perciò, quando può, studia e scrive articoli e saggi di critica letteraria.

Abbiamo quattro figli: le mie due, che vivono con la zia in Senegal, il suo, che vive insieme a noi con l'ultimo nato, Sheik Ibrahim, che ha diciotto mesi.

Cosa le manca della sua terra?

Della mia terra mi manca praticamente tutto: i miei cari, l’atmosfera, la preghiera, le serate sulla sabbia a bere il tè, poter stare a piedi nudi. Ma quando sono in Senegal mi manca la mia vita qui.

Progetti per il futuro?

Altri libri, innanzitutto. Stiamo lavorando su alcuni racconti tradizionali di griot. Poi, ampliare la mia scuola in Senegal e renderla sempre più competitiva. L’istruzione e la formazione sono fondamentali, sempre e in ogni luogo.

                                                                                                                           Cinzia Ficco 

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