Sessantatré anni. Tanti ne ha dedicati la famiglia Pinu di Nuoro alla sua azienda, nata per vestire i pastori sardi. Senza interruzioni, nonostante la crisi che negli ultimi anni ha investito la sartoria, i fratelli Pinu, Giuseppe (’73) e Nicolò(‘72) sono riusciti  a mantenere salda sul mercato locale la bottega fondata nel ’54 da papà Aurelio e a promuovere la sua attività oltre Tirreno.

Il segreto? “Abbiamo abbinato – afferma Giuseppe – la tradizione all’innovazione. Strumenti digitali supportano un lavoro fatto ancora con pennarelli, carta, aghi, filo e forbici. Un po’ di determinazione, poi, l’abbiamo ereditata. Papà, che negli anni Cinquanta lancia un nuovo look, quello della moda cosiddetta fuori leggeè stato un innovatore in una terra con lo sguardo ancora oggi rivolto al passato. Lui sì che era un tipo tosto. Aveva imparato a cucire nella sartoria di un suo zio, fratello di sua madre e in un piccolo Comune, in cui suo nonno, arrivato da Sanpierdarena (Genova di Ponente) faceva il maresciallo dei carabinieri”.

A 27 anni Aurelio apre, infatti, la bottega e assume, nei primi dieci anni, dodici operai per confezionare venti abiti su misura a settimana, tutti cuciti a mano. Riesce persino a tenere aperta la sartoria 24 ore su 24.

“Qualche anno fa – aggiunge Giuseppe – Google ricerche lo individuava come il primo sarto ad aver rivoluzionato il modo di lavorare e a fare abiti per chi abitava in città e non più per chi viveva in campagna. E’ stato lui a portare di fatto la moda nazionale in Sardegna, una terra che fino a quel momento conosceva solo abiti per i pastori. A quei tempi un pioniere. Ha rischiato ed è stato premiato.  Quindi oggi chi sceglie la nostra sartoria desidera abiti di velluto ispirati a quelli dei pastori, ma realizzati con tagli e linee moderni”.

E anche Giuseppe, quanto a determinazione, non scherza. Nel 1995 senza finanziamenti statali fonda a Nuoro una scuola per sarti – Istituto Moda e Immagini – dove, oltre ad imparare a tenere in mano ago e filo, i ragazzi che seguono i corsi – tra questi molti laureati – studiano la storia di quello che rimane uno dei capi simbolo dei pastori sardi: il velluto, appunto.

“Nell’Istituto di Moda, che oggi ha due sedi (Nuoro e  Cagliari) ed è collegato a quello di Milano, diretto da Fernando Burgo – spiega Giuseppe – condivido non solo le mie conoscenze professionali, ma anche gli studi che ho fatto su questo tessuto, fortemente identitario della nostra terra. Pensi che Umberto Cocco e Giampiero Marras alcuni anni fa, sull’evoluzione di questo tessuto, hanno scritto un libro («Una moda fuorilegge, il fascino del pastore in velluto»), edito dalla Cuen di Napoli con la prefazione di Giovanni Lilliu, in cui spiegano che il velluto, sostituendo l’orbace, il panno di lana idrorepellente, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, segna l’avvio di una serie di trasformazioni, con ricadute significative sulla storia e l’identità dei sardi. Solo la grande curiosità per quello che questo tessuto ha rappresentato e l’esperienza accanto a mio padre – che ha lavorato anche in alcune sartorie francesi – potevano dare vita ad un canone sartoriale originale, in grado di resistere dopo più di mezzo secolo, senza temere i concorrenti”.

Accanto a Giuseppe, nella direzione della scuola e nella formazione dei ragazzi, c’è Lucia (’84), sua moglie, sarta. Nicolò, invece, si occupa dei clienti e delle spedizioni in altre regioni.

Da qualche anno i Pinu hanno deciso di vendere i loro modelli anche in alcuni negozi della Sardegna. “In questo modo – chiarisce Giuseppe – riusciamo ad andare incontro alle esigenze dei clienti, che possono far realizzare i nostri disegni da altri sarti e a prezzi più bassi”.

Pochi mesi fa, andando contro gli studi di mercato, sul vecchio laboratorio i due fratelli hanno costruito un locale che rappresentasse, con il legno e l’arredamento vintage, la sartoria di un tempo. Lì si sentono forti i vecchi odori di stoffa e naftalina. Sotto hanno aperto il negozio, in cui si vendono i capi che disegnano, realizzano e ricalcano la moda degli anni Cinquanta.

Ma ora cosa è tosto per la sua sartoria in una regione come la Sardegna? “Oggi – replica Giuseppe –  nessuno opera più come i vecchi sarti, nessuno conosce l’antico metodo di lavoro, se non chi abbia almeno 80 anni. E’ tosto far capire cosa sia un vero capo sartoriale fatto a mano. E, soprattutto, quanta fatica ci sia dietro un capospalla o un pantalone realizzato con i nostri metodi e i nostri tempi. Non le sembri presuntuoso, ma confezioniamo abiti solo per clienti che hanno una sorta di educazione sentimentale ai nostri tessuti. Quelli di una volta, appunto, come il velluto, che non potrebbero essere lavorati dai macchinari moderni. I nostri clienti hanno imparato ad apprezzare il nostro lavoro -cartamodelli realizzati ancora su carta – e il tempo che scandisce i vari passaggi del confezionamento di un abito (la fase del taglio, dell’imbastitura, della prova e della rifinitura)”.

In futuro? “Vorrei creare un polo di docenti qualificati per la nostra scuola, che negli ultimi tre anni ha formato centocinquanta allievi – replica Giuseppe – Aprire un nuovo punto vendita ad Alghero e far partire un progetto di collaborazione con uno scultore sardo, Giovanni Canu, che sta pensando di realizzare uno spazio permanente di esposizione delle sue opere e dei nostri modelli a Brera. Sarebbe anche questo un modo per esportare oltre il Tirreno l’immagine della nostra terra, solo in apparenza muta e arida. E ringraziarla. Non dimentichiamo che la sua asprezza, il suo carattere quasi introverso, ma determinato, hanno fatto la fortuna di tanti artisti e letterati. Penso ad Antonio MarrasCostantino Nivola, Francesco Ciusa, Giovannantonio Sulas, che disegnò per l’Aga Kan l’architettura della costa Smeralda, o al disegnatore di Nuoro che Salvatore Ferragamo ha voluto sempre con sé per disegnare le sue scarpe. Senza dimenticare Paolo Fresu, che spesso, quando si esibisce, indossa i nostri capi, quasi a marcare le sue radici. Così come hanno fatto gli Istentales e in passato I Nomadi, Eugenio Finardi e persino Roberto Vecchioni, quando ha vinto il festival di Sanremo.

Per chiudere, perché il velluto è espressione di una moda fuorilegge?  

“Perché – risponde – era il tessuto preferito dai banditi sardi. Anche se qualche secolo fa si facevano distinzioni e il colore del velluto comunicava l’estrazione sociale. Il velluto nero, per esempio, era quello dei  prinzipales, i proprietari terrieri; il marrone, quello dei servi e dei mandriani, i teraccos; il blu quello degli sposi delle zone di mare; il verde quello dei lavoratori delle campagne, contadini di collina e pianura. Il velluto, comunque, ancora oggi è il tessuto più apprezzato e quello che si indossa quando si vuole dire con orgoglio che si appartiene alla mia terra”.

I Pinu sono stati premiati da Confimprenditori Sardegna.

                                                                                                                                                                                                                           Cinzia Ficco

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