Da anni contro le cosiddette Madri Medea, quelle separate, con disturbi mentali, a cui alcuni giudici, superficiali, affidano in modo esclusivo i figli minorenni.

Si tratta di J.S, nato nel ’48, in Francia, ex docente di letteratura inglese alla California State University a San José, che, dopo un caso particolare, avvenuto qualche anno fa in Umbria, in cui  si è trovato coinvolto da nonno, ha deciso di portare avanti il progetto Santiago: sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema perché nessun bambino soffra più a causa di decisioni sbagliate.

J. S. mi ha mandato questa lettera, riassunta di seguito, che vi invito a leggere:

“Santiago è lo pseudonimo della vittima principale di una “Madre-Medea”: un bambino.

Nel caso specifico, avvenuto in un Comune del Perugino, una madre fugge con un bambino per poter continuare una guerra contro il padre. Malgrado due condanne per violenze in famiglia e minacce, quella madre mantiene la custodia esclusiva del bambino, impedendone da sempre ogni rapporto col padre, soprattutto con violenze psicologiche sul bambino, dai danni irreversibili. La donna ha sempre avuto comportamenti particolari, anche quando non era madre. Il padre del bambino ha commesso l’errore di pensare che con l’amore si risolvono i disturbi mentali.

La psichiatria ha descritto il problema come Sindrome della Madre Malevole: colpisce decine di migliaia di famiglie in ogni Paese occidentale. Il Progetto Santiago nasce anni fa dalla mia esperienza di “nonno di una vittima di Medea” e da 40 anni di ricerche in campo umanistico. Mi sono reso conto che in materia c’è un vuoto legislativo, da colmare subito.

In questa battaglia mi può aiutare chiunque tenti di capire, senza preconcetti. Non ho ovviamente alcun referente politico. I politici “funzionano” come i giornali, che denunciano solo i problemi già ben noti ai propri lettori perché “fanno tiratura”. Una mia cara amica di adolescenza è stata deputata europea e Vice Presidente del Parlamento Europeo. L’ho ovviamente coinvolta. La sua esperienza sarà determinante, ad un certo punto del percorso, ma per ora, la sua reazione è stata quella di giornali e TV:  “Sì, capisco, ma se ne vedono tanti, di orrori…”. Ciò significa che bisogna sviluppare la coscienza di un certo problema prima di scrivere una legge, che sarà migliorabile quando la coscienza sarà cresciuta.

Ci sono associazioni sul tema. A volte, non condivido la loro analisi di partenza. Esempio: un’associazione che si chiama “SOS papà” suscita in molti un rifiuto mentale inconsapevole, perché il nome rimanda a “SOS mamma”, organizzando così quello che chiamo il derby uomo-donna.

Di recente la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l'italia  per un caso gstito dal Tribunale per i Minorenni dell’Umbria, i  Servizi Sociali di un Comune nel Perugino, e la Curatrice del bambino. Ma tutti la faranno franca, perché manca una legge che tuteli davvero i bambini, figli di genitori separati.

In Francia, le associazioni parlano di 20.000 casi “in corso”. Non c’è motivo che siano di meno in Italia. Anzi: la figura della madre è più sacra qui che altrove, forse per “compensare” una maggior tendenza al machismo.

Nel caso umbro, una madre condannata per violenze in famiglia, è stata preferita ad un padre assolto da accuse infamanti. Da anni quella madre ostacola ogni decisione del Tribunale dei Minorenni. Eppure mantiene un controllo assoluto sul figlio.

Il problema - è ovvio - non è solo una Madre-Medea. Lo dice anche la Corte Europea Il problema è “la cultura del conflitto uomo-donna”. Se ne esce solo insieme, uomini e donne, impegnati e impegnate a combattere il cancro del proprio genere, per tentare di fermare quel derby. Siano gli uomini a combattere Macho, anche nelle chiacchiere al bar, e le donne a combattere Medea, appena spunta in una battuta che vuol sembrare scherzosa.

Tornando al mio caso, la madre si oppone da anni alle cure psichiatriche, ordinate per decreto, senza che la Procura intervenga per omissione di trattamento medico.

I miei prossimi passi saranno gli stessi dei precedenti: un lavoro quotidiano di ricerca, divulgazione. Non mi fermerò.”.

                                                                                                                                        J.S.

Il nome non è stato scritto per esteso per tutelare il ragazzino. Il caso non si è ancora chiuso.

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