Cinque anni di lavoro, un archivio personale con diciotto faldoni contenenti interrogatori, perizie balistiche, intercettazioni ambientali e telefoniche, trascrizioni delle udienze in Corte d’Assise più tutti i take Ansa lanciati sul caso dal 1997 al 2015. E ancora, ottomila articoli ed editoriali pubblicati sui maggiori quotidiani e periodici. E tutto per poter dire che sul caso Marta Russo di sicuro c’è solo che è morta. Tanto che ne ha fatto un libro, per ora acquistabile solo su Amazon.

Vittorio Pezzuto, classe 1966, nazionalità italiana e francese,  autore di “Applausi e Sputi – Le due vite di Enzo Tortora” (Sperling&Kupfer) e non nuovo a far esplodere polemiche, ha voluto riprendere e raccontare con materiale per molti inedito l’omicidio della studentessa avvenuto vent’anni fa alla Sapienza di Roma. Un caso che, leggendo il libro, non si sarebbe dovuto concludere con le reiterate sentenze di condanna (peraltro espiate per intero) di Scattone e Ferraro.

In coda al suo lavoro, infatti, Pezzuto indica anche piste alternative: dal possibile errore di persona (quel giorno era l’anniversario della morte di Aldo Moro, e alla Sapienza lavorava un brigatista) sino al dettaglio che nella stessa Università studiavano due ragazze molto somiglianti a Marta, una delle quali – sotto programma di protezione – aveva ricevuto minacce di morte. Ipotesi mai considerate con attenzione.

In tutto sono 664 pagine, un testo corposo, ma scorrevole. “Capisco – dice – che nell’era dei tweet e dei post su Facebook un testo che superi le 100 pagine rischi di essere scartato a priori.  Ma è un rischio che ho voluto correre: non sono un piazzista. E, comunque, ho cercato di imprimere alle pagine il ritmo proprio di un legal thriller, mantenendo, però, una caratteristica di fondo: non mi sono inventato nulla. Purtroppo. Forse sarebbe stato meglio allungare la mia contro-inchiesta a 666 pagine, il simbolo del diavolo. Non scherzo. Lo sai, infatti, cosa sostenne il procuratore generale Antonio Marini durante la sua requisitoria finale al secondo processo d’appello? ‘È stato il diavolo ad armare la mano di Scattone! Il Maligno ha guidato quel colpo verso la testa di Marta perché attraverso il sacrificio di una giovane e innocente vittima potesse meglio impadronirsi dell’anima della persona che non aveva saputo resistere alla tentazione di cagionare il male senza alcuna ragione, sprofondando così nell’eterna dannazione’. Era dai tempi lontani del Tribunale della Santa Inquisizione che Satana non veniva citato così insistentemente in un’aula di giustizia”.

Perché hai voluto ristudiare questo caso?

La domanda che mi sono fatto nel 2011 è stata semplice: come mai, nonostante i diversi gradi di giudizio e la condanna definitiva di Scattone e Ferraro (per omicidio colposo, come dei Beppe Grillo qualsiasi), si continuava a parlare di “mistero sull’omicidio Marta Russo”? Semplicemente perché per larga parte dell’opinione pubblica questo caso restava e resta sostanzialmente senza risposte, senza prove, senza giustizia. Ben presto mi sono reso conto che i conti non tornavano: assenza di movente, arma mai ritrovata, testimonianze dell’accusa fragili e contraddittorie, perizie balistiche ballerine (le due particelle di bario e antimonio trovate sulla finestra della Sala assistenti non erano ad esempio residui di polvere da sparo, ma molto probabilmente residui di frenatura d’auto), errori fondamentali nella lettura degli orari dei tabulati telefonici. Credetemi: questa è una storia incredibile, oscura e sfuggente, ma anche rivelatrice di un certo tipo di Italia, di un certo tipo di magistratura, di un certo tipo di Università, di un certo tipo di giornalismo. E se ho scritto questo libro è perché sono convinto che il nostro Paese non coltivi a sufficienza la memoria. Nulla è più inedito di quanto è stato occultato e rimosso. Parcellizzata nel tempo in migliaia di articoli, questa storia aveva necessità di essere raccontata per intero – con tanto di nomi e cognomi – per essere finalmente conosciuta, compresa a fondo, meditata e ricordata. Se qualcuno mi darà del revisionista, sarò lieto del complimento. Spero, infatti, che un giorno emergano finalmente quegli elementi di verità che potrebbero portare alla revisione del processo.

Adesso, però, mancano. Questo libro potrebbe dare l’input a qualche magistrato per riaprire il caso. Ma come hanno preso il tuo lavoro i genitori di Marta Russo? 

Non ne ho idea, non credo peraltro che lo abbiano ancora letto. Non li conosco, ma li ammiro. Pur straziati da un dolore indicibile (letteralmente: nella nostra lingua esistono le parole “vedovo” e “orfano”, ma non un termine che indica un genitore a cui sia morto un figlio), sono riusciti a mantenere una compostezza e un pudore dei sentimenti davvero rari in quest’Italia che si nutre di piazzate a mezzo stampa e  lacrime isteriche mostrate in favore di telecamera. Hanno sempre detto di volere giustizia e non vendetta. E, soprattutto, sono riusciti a convertire la loro immensa tragedia personale in un’occasione di speranza per migliaia di persone.

Come?

In vent’anni l’attività della loro onlus “Marta Russo” ha contribuito in maniera enorme alla diffusione nel nostro Paese della cultura della donazione degli organi. Credo che tutti quanti li dovremmo ringraziare di cuore.

Sono convinti della colpevolezza di Scattone e Ferraro?

In modo fermo. Ne hanno tutto il diritto, ci mancherebbe. Però, questo non può impedirmi di sostenere con moltissimi altri – l’ultimo dei quali è stato il generale dei carabinieri Luciano Garofano, storico comandante del Ris di Parma – che all’epoca le indagini vennero fatte male perché forzate in un’unica direzione, scartando ogni altra ipotesi. Intendiamoci, escludo che si sia trattato di un complotto di polizia e magistrati. Sono, però, convinto che i teoremi a senso unico portino fatalmente a conclusioni sbagliate e drammatiche, come la cattura e la condanna di innocenti.

Il caso Marta Russo potrebbe assomigliare a un giallo?

Riflettendoci, potrebbe ricordare da vicino “Il vecchio e il mare”, celebre apologo scritto da Ernest Hemingway. Al pari del pescatore cubano Santiago, la Procura di Roma stava soffrendo da tempo brucianti sconfitte. Simonetta Cesaroni, la contessa Alberica Filo della Torre, Antonella Di Veroli, Giuseppina Nicoloso: tutti casi di donne assassinate nella Capitale, clamorosi e insoluti – clamorosi anche perché insoluti – che avevano scosso la fiducia nella capacità investigativa delle forze dell’ordine. L’inspiegabile omicidio di Marta Russo diventa così una preziosa occasione di riscatto. È quindi comprensibile la soddisfazione con la quale, un mese dopo il delitto, il questore Monaco annunciava soddisfatto alla stampa l’arresto di Ferraro e Scattone: “Il caso è chiuso, sono stati loro!”. Come nel caso del gigantesco Marlin preso all’amo da Santiago, da quel momento sono, però, iniziati i problemi. Nonostante tutti gli sforzi dell’equipaggio di piazzale Clodio, il prodigioso trofeo non ha retto alla lunga traversata tra la chiusura dell’inchiesta e il verdetto definitivo di colpevolezza. La pesca miracolosa dei due assassini – già monca dell’arma del delitto – si è così ridotta nella carcassa a brandelli di un teorema a senso unico.

Cosa vuoi dire?

Il buon senso e la logica hanno fatto sparire nell’ordine: il muro di omertà eretto da docenti e personale dell’Istituto di Filosofia del diritto, il ruolo del professor Romano quale regista nel depistaggio delle indagini, le tante cose viste e fatte dalla Lipari nei minuti tra una telefonata e l’altra, gli scritti inquietanti trovati a casa dei due ragazzi, il seminario sul delitto perfetto, l’importanza cruciale dei tardivi ricordi di Giuliana Olzai, il valore inattaccabile delle perizie (tanto sulla traiettoria del colpo quanto sulle particelle trovate sul davanzale dell’aula 6 e nella borsa di Ferraro), la volontarietà dell’omicidio, le pulsioni superomistiche prese in prestito a Nietzsche e la complicità dell’usciere Liparota. Dopo 71 udienze e 15mila pagine di atti e verbali, in mano all’accusa sono rimaste soltanto la controversa testimonianza di Gabriella Alletto e la complicità decisiva del diavolo. Ben poco, ma abbastanza per far riassaporare alla Procura di Roma il sapore non del successo pieno ma quantomeno del suo surrogato. Una pietanza, beninteso, per palati di bocca buona.

Conosci Scattone e Ferraro?

Sono orgoglioso della loro amicizia.

Ho letto che nessun editore ha voluto aiutarti. La risposte sono state sempre le stesse: “Interessante, ma non avrebbe un mercato”, “Libro bellissimo ma questa storia non interessa più a nessuno”, “Temiamo ritorsioni”.

Scelte legittime, anche se poi quando vado in libreria – e ci vado spesso, leggo più di un centinaio di libri l’anno – mi sorprendo spesso a vedere pile di libri che non compra nessuno e che spariscono dopo una settimana, destinazione macero. Ma non polemizzo, non faccio come la volpe con l’uva. Se qualche editore cambiasse idea e mi proponesse di pubblicare il mio libro  sarei ben felice. Per il momento me lo sono autoprodotto e messo in vendita su Amazon, dove in poche settimane ha scalato le prime posizioni della classifica generale dei bestseller.

Qualcuno ti ha dato una mano a raccogliere il materiale?

Ma no, le ossessioni vanno coltivate in maniera solitaria. Ad esempio, ho trascorso quasi un anno all’emeretoca del Senato a disseppellire, raccogliere, fotocopiare e catalogare i circa 8mila articoli dedicati al caso.

C’è stato un momento in cui hai deciso di mollare tutto?

Ho un carattere un filino tenace, e poi dove lo troverei il tempo per mollare tutto? Soprattutto, mi ha sempre consolato il sapere che nel giornalismo c’è spazio per tutti, anche per quelli che sanno scrivere.

A colpire subito, almeno me, sono state le descrizioni che fai all’inizio dei due pm supportati da certa stampa, e la girandola di commenti da parte di attori, registi, intellettuali. Succede in molti casi anche oggi. Cosa fanno l’Ordine dei Giornalisti e il Csm?

L’Ordine dei giornalisti andrebbe chiuso per manifesta inutilità. E non ricordo un solo caso in cui il Csm abbia sanzionato un magistrato per l’avvenuta fuga di notizie e documenti dall’ufficio di cui era diretto responsabile.

Temi ripercussioni?

Me le auguro. Mi sono laureato alla scuola di un grande maestro: Marco Pannella. E una delle sue frasi più ricorrenti era: “Hai fatto quel che devi, accada quel che può”.

Cinzia Ficco

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