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L’azienda come un centro benessere? Possibile con il Mentorcoaching. Ne parla Franco Moscetti

Mentorcoach per manager e imprenditori: segno che la felicità si sta rincorrendo anche in azienda.

Si tratta di una figura professionale emergente, destinata a diventare sempre più presente in quelle realtà imprenditoriali in cui al lavoratore non si riconosce solo uno stipendio, ma si offrono opportunità di partecipazione e consapevolezza.  

Ne hanno parlato in un libro, dal titolo: Felici al lavoro e pubblicato di recente da Edizioni Il punto d’incontro, Nicola Chighine e Franco Moscetti. Che in centottanta pagine hanno raccolto storie e strumenti per garantire soddisfazione e quindi migliori risultati in ambito lavorativo.

Con la prefazione affidata a Ferruccio De Bortoli  e la partecipazione di Salvatore Aranzulla, Luca Colombo, Luca Foresti, Davide Oldani, Claudia Parzani, Francesca Pasinelli, Marina Salamon, Matteo Sarzana, Andrea Sinigaglia e Giuseppe Stigliano, il volumetto descrive i percorsi che si devono intraprendere per trasformare l’azienda in una sorta di spa.

E come spiega l’ex direttore del Corsera, i due, il primo Co-active Coach, il secondo Executive Mentor, creando il Mentorcoaching hanno dato vita ad un “bagno termale  che si propone di togliere le scorie più dannose del pensiero comune alimentato da conformismo e mediocrità. Non dimentichiamo che Ulisse Dante lo mette all’Inferno. Evidentemente un buon allenatore della mente insegna anche a dubitare di ogni consigliere. Anche del più bravo”. E quindi a liberare il pensiero e a diventare più visionario.

Ma di preciso come opera questa nuova figura e come in concreto aiuta le aziende a raggiungere migliori risultati?

Ne abbiamo parlato con Franco Moscetti, (Tarquinia, Viterbo – classe ’51), che ha ricoperto il ruolo di Ceo per importanti aziende italiane e internazionali (Air Liquide Italia, Amplifon e Il Sole 24 ore), oggi è consigliere di amministrazione di società, quotate o meno, tra cui il gruppo Ovs, in cui è Chairman e che dal 2015 è Ceo della società Axel Glocal Business, di cui è anche fondatore.

Moscetti, “Felici al lavoro”: L’ennesimo libro sulla felicità in azienda. Perché questo libro e perché da qualche anno tanta attenzione al benessere in ufficio?

Il tema non è solo la felicità in azienda, ma il nostro benessere personale. Non possiamo prescinderne, perché il lavoro è parte integrante della nostra vita. E questo era vero da molto tempo prima che arrivasse la pandemia. Il Covid ha obbligato molte persone a gerarchizzare il lavoro nell’ambito delle proprie priorità. C’è chi preferisce lo smart working e chi, invece, non vuole rinunciare alle proprie sfide professionali e individuali in azienda.

Molte persone lasciano il lavoro e tanti giovani rinunciano al posto fisso

Esatto: Perché c’è chi vede nel lavoro non solo la possibilità di ottenere le risorse economiche per finanziare una vita dignitosa, ma anche l’opportunità di sentirsi in grado di raggiungere gli obiettivi che si è prefissato. E’ un tema fondamentale sia per i giovani- che devono costruire la propria muscolatura professionale- sia per i manager – che hanno il dovere di garantirne le condizioni per lo sviluppo all’interno del proprio gruppo di lavoro. Molti sentono l’urgenza di verificare la propria autoefficacia e avere i giusti feedback, vedersi riconosciuto il proprio valore. Io e Nicola (42 anni), che è stato manager di multinazionali in Italia e Francia, si è formato a Londra, insegna intelligenza emotiva allo Ied di Milano e alla Scuola Alma,  con un passato da Dj, abbiamo cercato di mettere insieme le nostre esperienze e scritto questo libro che smonta molti preconcetti. Per esempio, sugli errori, sulla necessità di concentrare nelle proprie mani tutto il potere, sul preconcetto che sia meglio un capo buono che un buon capo. Lo diciamo nel libro: piacere a tutti è una trappola. Il lavoro che abbiamo pubblicato è un baedeker per un viaggio di purificazione organizzativa, un manuale per alleggerire l’anima manageriale”.

Cosa intendete per felicità al lavoro?

La felicità al lavoro non può essere solo funzione di un aumento di stipendio. Molti dei giovani ai quali facevi riferimento prima, ossia quelli che, sempre più numerosi, lasciano l’azienda, non mollano solo perché guadagnano poco. L’azienda è una entità giuridica. Chi la fa funzionare sono le persone e un buon capo, un leader lungimirante, che premi le competenze e l’impegno, che deleghi e non punisca gli errori, ma li utilizzi per farti migliorare. Tutto questo  è più importante di qualche euro in più in busta paga a fine mese.

Dalla vostra esperienza che cosa rende particolarmente infelici al lavoro e chi sono i più infelici?

Dalla nostra esperienza i più infelici al lavoro sono coloro che si sentono sfruttati, usati, coloro che vorrebbero partecipare ai processi decisionali per dare un contributo,  ma ai quali viene richiesto beceramente solo di fare il minimo in modo sempre più standardizzato. Non credo che percentualmente ci sia una differenza Nord e Sud. Ci sono certo caratteristiche ambientali diverse. Questo sì. Stare chiusi in ufficio al Sud quando il bel tempo dura molto più che al Nord potrebbe essere una differenza. La presenza, però, di un sistema artigianale più importante al Sud, fa sì che il lavoro possa essere percepito in maniera meno alienante. Il settore pubblico paga proprio quanto detto in precedenza: l’elevata formalizzazione e la standardizzazione spinta, che lascia poco spazio al contributo personale. Le donne scontano un tema diverso: essendo mogli, madri, figlie e dovendosi occupare in modo importante di tanti impegni pesanti e diversi chiedono condizioni di lavoro che nel nostro Paese tardano ad arrivare.

Un’azienda felice- modello?

Non conosco tutte le aziende e quindi dare un nome potrebbe penalizzare altre realtà. Mi sembra, però, che Luxottica, grazie alla visione, alla capacità ed alla sensibilità del suo straordinario fondatore – Leonardo Del Vecchio – recentemente scomparso,   possa essere presa come esempio.

E veniamo alla vostra figura: un’attività emergente. Sostituisce lo psicologo aziendale, il mediatore, i sindacati?

Assolutamente no. Il MentorCoaching® è un percorso di formazione innovativo ad alto impatto per lo sviluppo delle competenze di leadership. Un percorso dove l’approccio divergente di scoperta e esplorazione del Coaching si fonde e si integra con l’approccio convergente, concreto e diretto dell’executive Mentoring. Lo sviluppo della leadership diventa l’obiettivo comune di questi due approcci sinergici e complementari a tutto vantaggio degli interessati. Quindi non sostituisce nessuno, ma va ad occupare uno spazio che finora era vuoto.

Chi sono i vostri clienti?

I nostri clienti sono sempre solo ed esclusivamente le persone. A qualunque livello. Poi alcuni pagano di tasca propria, altri sono finanziati dall’azienda. Siamo chiamati sia per iniziativa personale che per richiesta aziendale. Ci siamo anche occupati di alcuni figli di imprenditori nell’ambito di un progetto di passaggio generazionale.

Come si diventa mentorcoach?

Non esiste una scuola che rilasci una certificazione da MentorCoach. Ci stiamo, però, lavorando. Oggi il MentorCoaching® si caratterizza proprio per avere due interlocutori anziché uno solo. Il mio partner, Nicola Chighine, è un Coach certificato ICF, è titolare di un master in Comunicazione e Marketing di Publitalia ’80 ed inoltre è docente di intelligenza emotiva in varie realtà. Naturalmente con Nicola ho un rapporto talmente funzionante che ci intendiamo soltanto con uno sguardo. La complementarietà ed anche la complicità tra Coach e Mentor è naturalmente fattore chiave di successo.

Perché andrà sempre più di moda questa figura? E meglio averla in l’azienda?

Noi riteniamo che la nostra proposta sia innovativa ed in linea con l’attuale contesto che stiamo vivendo. La mia esperienza pluridecennale nella guida di aziende importanti mi ha fatto optare per questo approccio. Il Coach può essere un professionista bravissimo, ma che non necessariamente conosce la vita aziendale. Il Mentor conosce bene i meccanismi che regolano il funzionamento aziendale, ma gli potrebbero mancare alcune technicalities e alcuni riferimenti anche bibliografici, tipici di chi ha studiato per diventare coach. Fondere Coaching, Mentoring e Active Learning, apportando un grande contributo al potenziamento di se stessi, riteniamo sia ciò di cui il mondo del lavoro abbia bisogno.

Filosofi, psicologi, mentorcoach: sembra il riscatto delle professioni e della formazione umanistiche. E’ un regalo della pandemia o di cosa?

Non è un regalo della pandemia. È la necessità di rimettere la persona, l’essere umano in quanto tale, al vertice delle nostre priorità, restituendogli la propria centralità. La tecnologia è importante, ma sarà sempre l’essere umano a farla funzionare.

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