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A quasi venti anni dalla morte di Craxi torna il garofano rosso. Parla Vincenzo Iacovissi, vicesegretario del Psi

Torna il garofano rosso.

A quasi venti anni dalla morte del suo leader più discusso, e sotto la guida del suo nuovo segretario, Enzo Maraio, il Partito socialista italiano si riorganizza, partendo dai territori. E promette di far sentire di più la sua voce su riformismo e garantismo. I suoi punti di forza saranno: l’identità e l’autonomia.

Parola di Vincenzo Iacovissi (’83, Frosinone), da luglio scorso, vice-segretario  nazionale, che precisa: “Il Psi non ha mai cessato di esistere come espressione di una organizzazione socialista autonoma. Tant’è che nel 2017 abbiamo celebrato i 125 anni dalla nascita del primo partito dei lavoratori, fondato nel 1892 da Filippo Turati. Di certo, negli ultimi 25 anni ha assunto diverse denominazioni (Socialisti Italiani, Socialisti Democratici Italiani, Partito Socialista, Partito Socialista Italiano), ma tutte queste esperienze si collocano in perfetta continuità politica e giuridica con il Psi sciolto nel 1994. Se ce ne sono già troppi? Noi crediamo che il problema dell’Italia non sia la presenza di molti partiti, che è indice di pluralismo. Lamentiamo, invece, l’assenza di partiti saldamente ancorati a valori e identità. Quindi, ci teniamo più che stretto il nostro, che porta in dote un patrimonio ineguagliabile di idee e storia. Di qui la scelta di far tornare il garofano rosso come simbolo del partito.   Il bisogno di socialismo, credo, è più vivo che mai, perché la società è dilaniata da diseguaglianze e ingiustizie. Questo fenomeno è particolarmente visibile qui in Italia, un Paese che ha smarrito la propria missione e presenta al proprio interno forti squilibri, alimentati da una scarsissima mobilità sociale”.

A cosa si riferisce?

Negli ultimi trent’anni, ad esempio, le giovani generazioni hanno visto peggiorare la propria condizione rispetto a quella dei genitori, facendo tornare indietro l’orologio dello sviluppo. Dinanzi a questo scenario, la sinistra, che ha marginalizzato i socialisti, non è stata all’altezza del compito. Ecco perché occorre una forte iniezione di socialismo riformista, un socialismo capace di leggere e interpretare i bisogni concreti dei cittadini e trasformarli in proposta politica”.

Il Pd non è stato capace di farlo? Come sono i rapporti con la segreteria Zingaretti?  

Il Partito democratico è un interlocutore importante del nostro campo, con il quale condividiamo la collocazione nel centro-sinistra e il governo di diversi Comuni italiani. Ovviamente, guardiamo con il massimo rispetto alla segreteria Zingaretti, e ci auguriamo che si possano sviluppare rapporti di crescente collaborazione per obiettivi comuni, soprattutto per la ricostruzione di una coalizione riformista rinnovata e plurale, abbandonando, però, la nefasta logica della vocazione maggioritaria, sconfitta dal tempo e dallo spazio.

Al Senato, grazie a Nencini, Renzi ha il suo gruppo autonomo.

Con Italia Viva c’è una intesa di carattere tecnico-parlamentare, che ha consentito la nascita del gruppo al Senato “Italia Viva – Psi”. Ciò detto, il partito socialista intende proseguire il percorso di riaffermazione della  propria identità ed autonomia, mantenendo una positiva interlocuzione con tutti i soggetti dell’area riformista e, quindi, anche con il partito di Renzi.

Batte parecchio sull’autonomia.

Certo. E ne abbiamo dato un esempio concreto. I nostri parlamentari, Riccardo Nencini al Senato e Fausto Longo alla Camera, hanno votato contro il mero taglio dei parlamentari, perché sganciato da una revisione complessiva dell’assetto istituzionale, che invece è necessaria da almeno quaranta anni. In quel questo caso, invece, il Pd, purtroppo, si è uniformato alle posizioni populiste e giacobine dei Cinque Stelle. Mi auguro che siano i cittadini a pronunciarsi con un referendum su questa riforma, che non ha senso senza l’abolizione del bicameralismo perfetto. Spero che entro il 12 gennaio prossimo si riesca a raggiungere il numero di firme necessario. Al Senato bisogna arrivare a 64 senatori firmatari e, da quanto si apprende al momento, le firme sono 52. Con tutti i problemi che ha l’Italia – ascensore sociale bloccato, disoccupazione, forti squilibri sociali e territoriali –        il taglio dei parlamentari non era certo una questione dirimente.

Il PD o si genuflette ai Cinque Stelle o ci litiga. Non sembra esserci un normale dialogo tra alleati. Ad agosto scorso, non sarebbe stato meglio tornare alle urne?

Dico subito che a mio parere il voto non deve mai essere visto come uno spettro, bensì un’opportunità per coinvolgere i cittadini nelle scelte del Paese. Tuttavia, il nostro ordinamento costituzionale prevede una forma di governo parlamentare, che pone il Parlamento al centro di qualunque dinamica per l’inizio e la fine degli Esecutivi. Quindi, se esistono maggioranze parlamentari, è giusto favorirne la nascita.

E ora, vi fa ancora paura Salvini? Sbandierare il garofano socialista può servire a batterlo?

Credo che la categoria della paura non debba essere patrimonio di chi fa politica, anche perché spesso la storia ci ha posto dinanzi ad esiti elettorali inaspettati. Piuttosto, ciò che lascia perplessi del messaggio politico di Salvini è il tentativo di semplificare la complessità, riducendo tutti i problemi a slogan e messaggi accattivanti, con una massiccia propaganda molto superficiale. Il compito della sinistra deve essere quello di porsi come valida e credibile alternativa, non rincorrendo il populismo sul proprio terreno, parlando alle persone con un linguaggio di verità, con una attenzione prioritaria a chi soffre le conseguenze della crisi e del mondo globale, senza pregiudizi e senza retorica. Passo dopo passo. È di sicuro la strada più in salita, ma l’unica che, a mio parere, può condurre alla vetta. In questa direzione, il socialismo è la via, perché oggi come allora è nato “per portare avanti chi è nato indietro” (Nenni).

Che spazi ci sono per il Psi?

Quelli che saprà conquistare, con impegno, coraggio e passione. Abbiamo il dovere di portare la nostra storia nel decennio che si apre. Partendo dalle esigenze delle persone e avendo come faro il miglioramento delle loro condizioni di vita. Un compito per noi imprescindibile, che vogliamo svolgere con entusiasmo e fiducia. Quanto al garofano rosso, il nuovo simbolo è stato scelto dagli iscritti e dai non iscritti mediante un sondaggio, che ha visto la partecipazione di oltre 10 mila persone. Nessuna nostalgia, dunque, ma una sfida da giocare a viso aperto. Sui temi più cari.

Che sono?

Scuola, lavoro, sanità, pensioni, giovani e ambiente. Già nella legge di bilancio in discussione i nostri parlamentari hanno presentato specifici emendamenti per un sostegno alle pensioni minime e all’edilizia scolastica, con il recupero delle somme dalla lotta al gioco d’azzardo e dal gettito Ici-Imu della Chiesa per gli immobili non destinati a luogo di culto, per il quale lo Stato italiano deve ancora dare esecuzione ad una sentenza della Corte di giustizia europea. Inoltre, in un clima in cui la politica continua ad essere percepita come malaffare, ci batteremo contro il populismo, che è la piaga del nostro tempo. Certo, non è una questione solo italiana. Ma nel nostro Paese l’ordalia populista ha sempre fatto breccia sul terreno della giustizia, spesso favorendo una concezione dell’imputato opposta a quella, garantista, prevista dalla Costituzione. Come socialisti non cessiamo di ribadire con forza la necessità di una riforma anzitutto culturale, perché senza una presa di coscienza di questo problema non si potranno mai affrontare con serietà e serenità istituti, come ad esempio la separazione delle carriere, che devono essere finalizzati ad assicurare un sistema efficiente e moderno. Dubito, però, che questo clima perennemente infuocato possa consentire quei passi in avanti che il Paese attende ormai da troppo tempo.

Cosa è cambiato dai tempi di Mani pulite tra politica e magistratura?

Il rapporto tra politica e magistratura, da almeno quattro decenni, è stato influenzato negativamente da quel clima culturale cui accennavo prima, e quindi l’Italia continua a perdersi nelle polemiche e nelle accuse reciproche. Ciò ha prodotto una progressiva perdita di autorevolezza della classe politica presso i cittadini, sollecitando talvolta desideri di supplenza da parte della magistratura. A mio parere bisogna tornare alla Costituzione, che definisce una sfera di reciproca indipendenza tra potere politico e potere giurisdizionale, perché è su tale separazione netta che si fonda uno Stato liberale e democratico.

Sulla questione Open avete manifestato solidarietà al senatore Renzi?

La vicenda della Fondazione Open seguirà il proprio iter, e credo che nessuno dovrebbe mai speculare politicamente su vicende di carattere giudiziario, come purtroppo si è fatto spesso in passato, anche a sinistra, con le conseguenze che sono sotto i nostri occhi. Questa vicenda riporta all’attualità il tema del finanziamento della politica, perché evidenzia i limiti dell’abolizione tout court del contributo pubblico voluta nel 2013. Quella riforma è stata un errore perché nel contrastare il fenomeno, inaccettabile, dei rimborsi elettorali eccessivi, ha finito, però, per sfociare nell’opposto, passando da un meccanismo di finanziamento tutto pubblico ad uno tutto privato che, oggettivamente, non garantisce pari opportunità nell’accesso alla politica. Non a caso nelle democrazie europee a noi comparabili, come la Germania, vige un meccanismo misto pubblico- privato che finanzia i partiti, con un effettivo radicamento e una attività reale. In linea generale, credo che la sinistra non debba mai assecondare o inchinarsi a tendenze populistiche, perché ciò vorrebbe dire rinunciare al proprio ruolo politico e sociale.

Farete sentire la vostra voce sulla riforma della prescrizione?

Senz’altro. Il nostro segretario Enzo Maraio ha già accolto, a nome di tutti, l’appello dell’Unione delle Camere penali per chiedere di impedire questa scellerata riforma, che rischia di introdurre il principio dell’imputato a vita, con totale negazione del principi di ragionevole durata dei processi. Continueremo a far sentire la nostra voce, auspicando un ripensamento da parte del Governo.

Chi sono oggi i deboli che il Psi vuole tutelare?

Le nuove povertà del nostro tempo sono al contempo simili e diverse rispetto al passato, poiché alla categorie tradizionalmente più svantaggiate si sommano anche quelle persone che per effetto della crisi economica hanno visto crollare la propria condizione negli ultimi anni. Spesso questa nuova povertà è composta da soggetti qualificati ed istruiti che per varie ragioni sono stati espulsi oppure non sono mai entrati nel mondo del lavoro. A queste categorie bisogna rivolgere uno sguardo molto attento, introducendo meccanismi che, a differenza della fallimentare esperienza del “Reddito di cittadinanza”, consentano di coniugare l’assistenza con la ricollocazione professionale. Il modello delle democrazie scandinave, seppur con le debite proporzioni, può rappresentare un esempio virtuoso.

A proposito di lavoro, che mi dice del Jobs act?

La riforma del mercato del lavoro, varata nel 2015 con il cosiddetto Jobs Act contiene luci ed ombre. Da un lato, infatti, ha posto fine alla giungla dei contratti atipici introdotta nel 2003 dalla riforma Berlusconi-Maroni, abolendo i contratti a progetto e ripristinando la regola del contratto di lavoro subordinato. Ciò ha consentito ad un’intera generazione di costituire finalmente dei rapporti di lavoro con doveri ma anche diritti, ed avere così quel minimo di garanzie per progettare un futuro. Dall’altro, però, ha svuotato di significato l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori con il cosiddetto contratto a tutele crescenti, che rende il lavoratore licenziabile nei primi tre anni e, di fatto, anche dopo a causa della notevole restrizione delle clausole di impugnabilità del licenziamento “senza giusta causa”. Ecco perché sarebbe necessario conservare la parte buona di quel provvedimento, ma ripristinando le garanzie di stabilità del posto di lavoro almeno dopo i primi tre anni così da trasformare il contratto a tutele crescenti in un vero e proprio contratto a tempo indeterminato.

Telegraficamente, cosa pensate di “Azione” di Calenda? 

Rispettiamo le scelte di Calenda e guardiamo con attenzione e rispetto al suo nuovo soggetto politico, con il quale siamo disponibili al dialogo.

Vi convincono le “sardine”?

Un fenomeno positivo perché spontaneo, che non va strumentalizzato da parte della politica. Bisognerà capire che tipo di organizzazione vorrà darsi in futuro.

Vi presenterete alle prossime elezioni in Emilia Romagna e in Calabria?

Ripartiremo dai territori. Il Psi è mobilitato per la presentazione, nel campo del centrosinistra, di liste autonome e di chiara ispirazione socialista ad ogni livello, a partire dalle prossime elezioni regionali. Quindi saremo presenti e ben visibili sia in Emilia Romagna che in Calabria, due regioni nelle quali i nostri compagni sono già al lavoro.

Il 19 gennaio del 2000 saranno passati venti anni dalla morte di Craxi. Pensate che la sinistra in Italia abbia fatto pace con lui?

Rispetto ad un decennio fa, per fortuna, il clima intorno alla figura di Bettino Craxi sta evolvendo in meglio, anche se non mancano ancora rancori e dissensi del tutto fuori luogo e fuori tempo, soprattutto a sinistra. Credo che il Paese intero debba invece riappropriarsi della statura di Craxi, perché solo così potranno essere finalmente fatti i conti con la storia e consentire alle giovani generazioni di conoscere l’importanza di questo statista per l’Italia. Per quanto mi riguarda, sto cercando di dare il mio piccolo contributo, avendo impostato la mia recente tesi di laurea in Storia contemporanea proprio sull’esperienza dei Governi Craxi, e tentando in ogni occasione di descrivere questo uomo politico a chi è nato dopo la sua morte, ormai vent’anni fa. Mi auguro che proprio questa tale ricorrenza nel prossimo gennaio possa favorire una rivalutazione pubblica di Craxi come leader politico e uomo di Stato.

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Written by Cinzia Ficco

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