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Cosa c’è dietro la fobia per la scuola? Parla lo psichiatra, Franco de Masi

In genere si pensa che un ragazzo abbandoni la scuola solo perché povero, non seguito dalla famiglia, o semplicemente perché  in conflitto con i genitori. Invece, potrebbe trattarsi di una paura ancora poco studiata, perché misteriosa – appunto, quella della fobia della scuola in sé – una fobia non derivante da un problema con i docenti e compagni di aula.

A questo tema, a cui in Francia si sono dedicate molte ricerche, e i neuropsichiatri e gli psicoanalisti infantili sono diventati pionieri nella terapia delle patologie legate alla scolarità, Franco De Masi, psichiatra e psicanalista, Manuela Moriggia, psicologa e psicoanalista e Giancarlo Scotti, pedagogista e psicoterapeuta, hanno dedicato un libro, pubblicato di recente da Mimesis – Frontiere della Psiche, intitolato: “Quando la scuola fa paura”, in cui sono raccolti casi di bambini e ragazzi terrorizzati dalla scuola – in parte guariti – e indicate possibili soluzioni al problema.

Il lavoro, 120 pagine, “è nato in modo quasi casuale – spiega De Masi (Airola, Benevento, ’40) –all’interno di un gruppo di lavoro di psicoanalisti e psicoterapeuti, che intendevano studiare bambini o adolescenti gravi a rischio di psicosi.Tra questi sono comparsi bambini e adolescenti che, senza apparente motivo, rifiutavano di andare a scuola. Abbiamo notato che c’erano differenze tra la paura della scuola che colpisce i bambini alla scuola primaria e quella che investe gli adolescenti, quindi i ragazzi delle scuole medie e superiori. Nel primo caso, la fobia ha un oggetto facilmente individuale.  I bambini molto piccoli non vogliono andare a scuola perché hanno paura di separarsi dai genitori, temono di non trovare più la mamma o il papà, immaginano che uno dei due possa morire, quindi abbandonarli. Diverso, e più difficile da trattare, è il caso del ritiro scolastico degli adolescenti. Si tratta di ragazzi efficienti, seguiti, che crescono in famigliecon livelli culturali medio alti e prendono votibuoni, ragazzi che, pur andando d’accordo con docenti e compagni di scuola, hanno deciso all’improvviso e senza spiegazioni di chiudere con la scuola. Alcuni dopo un periodo di terapia sono tornati a scuola, grazie all’atteggiamento positivo di insegnanti, psicologi e genitori. Altri hanno deciso  di chiudersi al mondo, ritirarsi a casa e vivere solo in modo virtuale attaccati al computer. Devo sottolineare che, i genitori sono spesso collaborativi ma, com’è naturale, sperano che il problema si risolva subito e il figlio torni presto a scuola. Per fortuna, sono rari i casi di genitori che scambiano queste chiusure per capricci perché la fobia è accompagnata da molti sintomi somatici: dolori addominali, attacchi di panico veri epropri, con tachicardia e respiro affannoso”.

Nessun farmaco è utile, a meno che non ci sia un’iniziale di depressione. Nel corso della terapia, si scopre che la fobia per la scuola è stata causata dal rimprovero di un docente, da un’ esclusione da parte di compagni di scuola, o da altre esperienze che sono una ferita narcisistica profonda e devastante in questi ragazzi fragili. L’interrogazione diventa così fonte di panico, lo sguardo meno compiacente di un insegnante causa di una profonda angoscia. 

“Non è facile indagare – continua De Masi –  Non esiste una regola generale. Si studia caso per caso e per molti di loro l’origine di questa fobia sta in contesti familiari iperprotettivi che non hanno aiutato il ragazzo ad affrontare le normali frustrazioni della vita”.

Perché in Francia si parla da anni di psicopatologie legate alla scolarità e da noi, non ancora? “E’ grazie – replica– agli orientamenti scientifici diversi dai nostri. Noi seguiamo le classificazioni americane dei disturbi mentali, quindi includiamo la fobia scolastica nelle fobie sociali (ad esempio, le difficoltà del bambino per il gruppo di coetanei), i colleghi francesi seguono altri parametri diagnostici e hanno capito che la fobia scolastica è molto specifica e che dietro questa fobia si nasconde una profonda sofferenza del sé. Le ragioni vengono da lontano. In molti casi il ragazzo fobico non ha alcuna idea della propria identità, delle proprie capacità reali o delle proprie competenze potenziali. E’ riuscito quasi sempre a funzionare prevalentemente sul piano performativo, ma non ha sviluppato un vero mondo emotivo e relazionale”. 

Come aiutare questi ragazzi? Attraverso due strade. In primo luogo, fa capire De Masi, li si aiuta a comprendere e controllare le angosce da cui sono devastati. La seconda riguarda la costruzione di un senso del sé stabile e permanente, capace di autonomia e senso critico”. Ma servono strutture adeguate per seguirli costantemente.

“I servizi territoriali realizzati in Francia – si legge nel libro- prevedono un centro diurno, che il ragazzo fobico può frequentare in modo da favorire l’incontro con i coetanei. Qui il ragazzo viene progressivamente aiutato a riprendere le relazioni umane, mentre la fobia scolastica, condivisa con altri ragazzi, perde la sua forza.  Inoltre in Francia esistono i Sapad, i servizi d’assistenza pedagogica a domicilio, che sono in grado di fornire un’assistenza a casa nei casi di bambini e adolescenti riconosciuti malati. Questo dispositivo permette al ragazzo di essere seguito a casa da insegnanti professionisti. L’insegnante che raggiunge l’allievo a domicilio lo aiuta non solo a proseguire il corso di studi, ma anche a mantenere rapporti con compagni e insegnanti”. 

Da noi è prevista la scuola a domicilio con la possibilità di recuperare gli studi persi, ma non esistono né figure né strutture specializzate nella cura di patologie legate alla scuola.  Inoltre in Italia le cosiddette unità operative di Neuropsichiatria per l’infanzia e l’adolescenza sono le uniche che potrebbero  aiutare questi ragazzi, ma, forse per il rilevante numero di attività di cui devono farsi carico, hanno difficoltà a occuparsi regolarmente dei genitori e dei contatti con la scuola. Peraltro, non abbiamo trovato documentazione di esperienze di questo tipo”. 

Come se ne esce? L’autore del libro non ha dubbi: con maggiori risorse economiche e figure specialistiche, ma occorre prima una grande sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

“E’ relativamente facile capire la fobia dell’ascensore – chiarisce – dell’aereo, degli animali. Quella per la scuola non è limitata alla paura per una cosa, un oggetto. La scuola è il luogo dove si forma la personalità, dove si cresce socialmente e psicologicamente. Parlo di esperienze da cui non si può prescindere: è lì che ci innamoriamo per la prima volta, è lì che impariamo a farci le ossa per la vita. Non si può liquidare il ritiro scolastico con il desiderio di ribellione nei confronti di genitori troppo severi.  Si tratta di riconoscere le prime avvisaglie di un disturbo che col tempo peggiora. Non è un caso che in Francia si arrivi a volte a ospedalizzazioni diurne dei ragazzi. Misure troppo coercitive? No, perché in questo modo si facilita lo studio e la socializzazione con altri ragazzi. Una misura che spesso si rivela molto utile perché aiuta il ragazzo a uscire dalla prigione e dall’isolamento che si è imposto”.

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Written by Cinzia Ficco

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