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Covid19: Aumentano i casi di ansia e depressione. Le nostre risorse? I giovani. Intervista con Guido Di Sciascio, psichiatra

“Se nella prima fase c’è stata una riduzione delle richieste di assistenza, oggi registriamo un aumento di ansia e depressione soprattutto tra gli anziani. Il sistema sanitario pubblico tutto sommato regge, ma occorre pensare a nuovi investimenti. Di questo virus ci mancano ancora parecchie informazioni. Per il futuro? Tuteliamo i nostri ragazzi e puntiamo su ricerca e istruzione”.
A parlare è Guido Di Sciascio (Bari, ’60), Direttore del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale della Murgia dell’ASL Bari in Puglia e Segretario Nazionale della Società Italiana di Psichiatria, che spiega: “Dall’inizio di marzo a metà aprile abbiamo gestito solo le emergenze: tentativi di suicidio e gravi crisi psicotiche. Per diversi giorni i pronto soccorso psichiatrici, di solito affollati per attacchi di panico e crisi d’ansia, hanno fatto pochissime consulenze. Abbiamo addirittura visto ridursi il numero di ricoveri nei reparti di psichiatria. E questo perché la paura di essere contagiati è stata più forte. Con il rarefarsi degli interventi – che nelle settimane scorse sono avvenuti prevalentemente a livello telematico – e con un virus che non scompare, anche a causa degli asintomatici, sono aumentate le richieste di aiuto. Stiamo notando un’impennata di attacchi di panico e sintomi depressivi. Cresce la paura per un virus per molti aspetti ancora sconosciuto. Tanti gli anziani – più a rischio Covid – che riprendono a chiedere la nostra assistenza, senza distinzione tra uomini e donne. Ma non parlerei di allarme sociale. A far aumentare il loro malessere, l’incertezza.  Non si sa quando il vaccino arriverà, né se sarà subito efficace. Poi occorreranno tantissime dosi. Ma non c’è solo l’incognita legata alla durata della pandemia a gettare nell’ansia e nella depressione. Spaventa che al mondo non esista un posto senza Covid. Terrorizza l’assenza di una via d’uscita. Non si tratta di un terremoto, né di un’alluvione, né di una guerra – che di solito si combatte a migliaia di chilometri da casa nostra- Quando c’è stata la Spagnola non c’erano i mezzi di comunicazione di massa. E’ stato meglio, perché spesso non disporre di troppe informazioni aiuta. Il Covid19 è un evento inedito, non è possibile circoscriverlo né dal punto di vista geografico, né  sotto il profilo
temporale. Non è una comune influenza, che passerà presto.
Si può parlare di un tipo di ansia e depressione diverso, quello che state curando in questo periodo?
Sono ansia e depressione post traumatiche, legate all’incertezza, ma anche agli effetti economici che la pandemia ha provocato. Da noi vengono sia pazienti terrorizzati dall’ignoto, sia quelli che hanno perso un lavoro, un parente, che vivono male il distanziamento fisico. L’uomo è un essere sociale. Privarlo della possibilità di avere incontri, strette di mano, abbracci, può arrecare danni alla sua salute psichica. Ma non ci sono alternative.

L’aumento di alcune patologie mentali, dovute al lockdown, si sarebbe potuto contrastare, riaprendo prima il Paese?
Premetto che l’isolamento non è causa di disagi mentali per tutti. Per alcuni nostri pazienti affetti da psicosi gravi, per esempio, stare a casa, ha un effetto rassicurante. Ovvio, tanti sono stati in questi mesi chiusi, soli in appartamenti da cinquanta metri quadrati. E per loro l’isolamento è stato devastante. Ma non si sarebbe potuto fare diversamente. C’era la necessità di svuotare le terapie
intensive. Testing, tracciamento, trattamento? Sì, ma in una seconda fase. Dovevamo tutelare la salute con l’isolamento. In caso contrario, avremmo avuto costi superiori in termini di vite umane, e quindi anche dal punto di vista economico. Trovo strumentali le polemiche sul distanziamento sociale e ridicolo parlare di reclusione.
Quindi nessun errore da parte del Governo? Nemmeno in termini di comunicazione?
Siamo stati il secondo Paese dopo la Cina, quindi un laboratorio. Neanche chi ha percorso strade alternative né è uscito meglio. Alludo alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Come vuoi impostare una comunicazione lineare ed efficace su un tema che ti sfugge? Certo, ci sono state campagne sociali, mediatiche sbagliate. E agli inizi si è minimizzato. Anche da parte dell’Oms. Ma parliamo di
un nemico invisibile e trasversale. L’unico errore, e lo dico con il senno di poi, è stato non aver isolato già a gennaio la Lombardia, che ha avuto la peggio anche perché l’assistenza sanitaria lì è concentrata sugli ospedali. Il sud, al contrario, si è salvato con la medicina territoriale. Mi auguro che la pandemia diventi occasione per resettare alcune scelte di politica sanitaria. Ma, soprattutto, per iniziare a pensare alle nuove generazioni, quelle ad un rischio Covid inferiore, ma esposte ad un futuro catastrofico sul versante economico. Occorre puntare di più in questo momento su di loro, perché ora sono loro la nostra forza. Il peso di tutto quello che stiamo vivendo è sulle loro spalle. Più investimenti su ricerca, formazione, istruzione. Rafforziamo la nostra scuola, digitalizziamola. Una buona istruzione equivale ad una vita migliore. Ricordo che secondo stime recenti dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro, più di un ragazzo su sei ha smesso di lavorare a causa del Covid. E quelli che sono ancora occupati hanno visto ridursi l’orario di lavoro del 23%. Già prima della crisi, c’erano milioni di giovani che non studiavano né lavoravano. Non possiamo perdere più tempo. Anche perché gli effetti sulla coscienza collettiva del virus rimarranno per tanto tempo e i giovani sono i più resilienti. Solo supportati potranno avere spinte creative e rilanciare il Paese.

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