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Covid19: Le undici lezioni (cinesi) per salvarci. Parla Francesco Grillo

Le peggiori crisi sono quelle che si sprecano, diceva Winston Churchill.

Crede che abbiamo aspettato il tempo giusto per ripartire e stiamo utilizzando gli strumenti giusti perché la pandemia diventi un’occasione per crescere?

A rispondere è Francesco Grillo (Napoli, ’75), editorialista del Messaggero, economista e manager italiano, direttore del think tank Vision https://www.thinktank.vision/

 “Articolerei le risposte. E le chiederei: “Abbiamo adottato le giuste politiche di contenimento del contagio? Su questo ho dei dubbi. Anzi, due. Il primo è che non ho mai capito perché abbiamo adottato politiche uguali sull’intero territorio nazionale. Non solo Regioni diverse – e anzi, dovevamo, probabilmente, prendere come riferimento livelli sub regionali, aggregati di Comuni – hanno affrontato epidemie di dimensione diverse su territori che presentano vulnerabilità differenti. Ma, di fronte ad un nemico sconosciuto, andava incoraggiata l’adozione di protocolli un po’ differenziati, come, del resto, è successo con il Veneto, in maniera da capire cosa funzionasse meglio. Il secondo dubbio – ancora più grosso – è sulla scuola. Trovo davvero inaccettabile che si aprano parrucchieri, campionato di calcio e rosticcerie e che sulla Scuola non ci sia neppure un piano. C’è poi la questione delle politiche economiche. Ho la sensazione che ci stiamo concentrando sul tentativo di non affogare, di fare solo sopravvivere interi comparti produttivi. E, tuttavia, da questa crisi si esce solo cambiando, innovando. Paradossalmente, costringere le imprese a mantenere certi livelli di occupazione può essere comprensibile, ma controproducente”.

Ricalcando il titolo di un vecchio suo libro (Lezioni Cinesi), quale lezione dovremmo ricavare da questo evento?

“Lezioni cinesi”, il libro che ho pubblicato lo scorso anno con Solferino, racconta dei miei viaggi in CINA e di cosa l’Occidente e l’Europa potrebbero imparare osservando quello che è una specie di specchio capovolto – come lo chiama Italo Calvino , che pure ne era molto affascinato – ed è la società più lontana rispetto alla nostra.  La CINA è, infatti, diversa non solo per l’assenza dei meccanismi democratici che conosciamo -(intendono per democrazia una cosa totalmente diversa), per compressione delle libertà individuali e dell’individualismo (al suo posto c’è, invece, un senso molto più forte di comunità), ma anche perché viene da secoli di umiliazione. E, tuttavia, negli ultimi trent’anni sta vivendo un balzo in avanti, come lo chiamerebbe MAO, che mai nessun Paese prima aveva sperimentato. Nel 1989 era – per reddito pro capite – un Paese più povero dell’India e della Nigeria. Oggi, sotto certi punti di vista, è tecnologicamente più avanzato degli Stati Uniti e gli adolescenti cinesi sono al primo posto nel mondo per competenze scientifiche e matematiche.    Nel libro si trovano, appunto, dieci lezioni che possono, forse, aiutare l’Europa, ad uscire da una crisi apparentemente senza fine. Mi pare che la lezione più importante, che paradossalmente arriva dalla Cina, sia proprio quella di riscoprire ciò che un tempo definiva l’Occidente: la voglia di emancipazione individuale e collettiva, la conoscenza come valore centrale, l’umiltà necessaria per avere la curiosità di conoscere di più. L’ultima, l’undicesima, viene dalla pandemia.

Quale potrebbe essere?

Con una spesa pubblica in sanità per abitante, che è dieci volte inferiore a quella italiana e trenta volte inferiore a quella americana, in Cina hanno subito un numero di contagi e decessi per COVID che è – in rapporto alla popolazione –  molto inferiore a quello fatto registrare nei Paesi più avanzati del mondo. Certo, ci sono polemiche sui dati – anche se ci sono dubbi sulle contabilità di qualsiasi Stato- e, però, gli ordini di grandezza sembrano dire che, anche stavolta, la Cina e l’ASIA sono più capaci di adattarsi alle emergenze del secolo nuovo. In questi Paesi è alla scienza che ci si affida per risolvere i problemi. Proprio come succedeva in Occidente, prima che le stesse università diventassero – più o meno e con significative eccezioni – amministrazioni pubbliche. Ma, ovvio, non c’è solo la Cina da prendere come modello. Ci sono anche Taiwan, il cui governo è il nemico più antico della Repubblica Popolare, la Corea del Sud, il Giappone, e andando verso Ovest, Israele. Credo che questi Paesi abbiano tutti l’abitudine di lottare per la propria sopravvivenza – tre sui quattro citati non hanno, praticamente, mai smesso di essere minacciati da nemici vicinissimi e uno deve continuamente fare i conti con terremoti. Queste società hanno, dunque, sviluppato capacità di resistenza agli shock maggiori di chi vive di troppe certezze.  Noi, invece, dobbiamo lavorare molto per diventare più resilienti.

Da dove cominciare?

C’è da fare una poderosa riorganizzazione della spesa pubblica. Spendiamo più di tutti in pensioni, meno di tutti in educazione. Subito va varato un patto tra nonni e nipoti, buono a scavalcare le generazioni di mezzo, che mi sembrano abbastanza perse, per riportare anche da noi la conoscenza al centro. Ma ugualmente vanno riportare risorse dalle amministrazioni centrali, risparmiate dagli anni dei tagli lineari, ai Comuni e a quelle che sono le linea di incontro tra Stato e cittadini. Mi riferisco alla sanità, per esempio. Ma ci sarebbe da mettere mano alla burocrazia, termine sotto il quale, però, si intendono troppe cose tra di loro diverse e si confondono analisi con risultati. E ancora, alla riforma mai davvero compiuta della giustizia e del Fisco. Ma c’è un altro dato: l’incapacità di un Paese e di un continente di rinnovare il proprio patrimonio di idee. Mi fa particolarmente impressione vedere – è capitato meno raramente in questi giorni- in tv sempre le stesse facce. E le stesse chiacchiere. Stanche, vuote. Abbiamo bisogno di nuove idee.

La classe dirigente che ci guida è preparata ad affrontare il cambiamento?

Ci sono alcune persone intelligenti – penso a qualche ministro che conosco bene – ma sono i meccanismi di selezione della classe dirigente e quelli di governo che sono rotti. Va ripensato il sistema e non basta, certo, un decreto semplificazione

Riesce a vedere noi e il nostro Paese tra un paio di anni? Come ne usciremo?

Ho una speranza. Che la difficoltà, l’accelerazione della crisi risvegli orgoglio, dignità, voglia di rimboccarsi le maniche. In questo senso la stessa logica di restare ancora a casa e non armarci di coraggio può essere pericolosa. Ci riscattiamo solo se siamo capaci di concepire un progetto che coinvolga tutti. Un progetto che ci porti a vivere con meni sprechi, meno ingiustizie, più capaci di dare a tutti la possibilità di esprimere le proprie capacità. Ci mancano più gli intellettuali/ leader che i politici per condurlo. Leader che magari emergono da un momento all’altro e che, però, oggi non si vedono.

Avrebbe difficoltà a parlare di modello Italia rispetto al Covid19?

Modello? Beh, basta andare a Santa Croce a Firenze. In quella chiesa ci sono i sepolcri di almeno quattro dei dieci uomini che più hanno contribuito a raccontare, pensare, dare forma, teorizzare l’Occidente, quale idea di società che ha avuto maggiore successo nella storia dell’umanità. Sono convinto che riavremo visione di futuro solo coltivando la memoria storica che in Italia ti ricorda ogni angolo le nostre bellissime città. In fondo è questo il motivo per il quale non sono mai riuscito a staccarmi completamente dal mio Paese.

Come il Covid19 la sta cambiando?

 Mi ha dato l’idea della vulnerabilità. Quella dei mei genitori. Ma anche una maggiore forza per giocarmi – con i miei colleghi del THINK TANK e dell’università – il futuro con l’entusiasmo di chi sa che, in fondo, abbiamo sempre una sola, preziosissima vita.

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