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Dal brigante Musolino alla Xylella, agli Ogm, alle diete miracolose: qual è il giusto rapporto tra scienza, politica e diritto? Ce lo dice l’avvocato Luca Simonetti nel suo nuovo libro

Qual è il rapporto ideale tra scienza e diritto? Quanto la politica italiana si sta appoggiando alla scienza per fronteggiare il virus? Come il Governo avrebbe dovuto comunicare ai cittadini la strategia antipandemia?

A queste domande prova a dare una risposta l’avvocato e scrittore, Luca Simonetti, autore di un libro, di recente pubblicato da Fandango, intitolato La scienza in tribunale 2 – La vendetta (è il seguito di un altro uscito nel 2018 con lo stesso editore), in cui parlando di omeopatia, diete miracolose, api friulane e altri disastri, si concentra sul rapporto tra leggi, scienze, verità e media nel nostro Paese.

Leggendo le quasi 270 pagine – che partono dalla vicenda del brigante Musolino e arrivano ai casi controversi dei giorni nostri (su tutti, Xylella, Ogm, metodo Panzironi, Ilaria Capua)  –  si comprende come alcuni disastri di carattere normativo, giudiziario, politico, si sarebbero potuti evitare e si potrebbero scansare anche in futuro, se non si pretendessero dalla scienza e dagli scienziati risposte che non possono dare e se, per converso, si facesse tesoro di quelle che possono dare. L’abbiamo visto con il Covid19. La scienza non possiede e non offre certezze assolute. La scienza è un esercizio critico, i suoi risultati sono sempre aperti a revisione e contestazione.

Tra personaggi di cui l’opinione pubblica si innamora e quelli che sceglie come capri espiatori, tra sarchiaponi e omeopati, ad uscire ammaccato dal lavoro di Simonetti è il legislatore, che spesso continua a non assumersi le proprie responsabilità e a emanare leggi e regolamenti confusi, contraddittori e inefficaci.

Avvocato, quanto peso hanno gli scienziati in Italia? La politica e il diritto hanno troppe aspettative rispetto alla scienza?

Io non penso che gli scienziati abbiano troppo potere. Al contrario, penso che non ne abbiano affatto. Ma non penso nemmeno che debbano averne. La scienza è una cosa, la politica un’altra. È giusto e opportuno che la politica consulti la scienza, quando occorre, ma non è né giusto né opportuno che sia la scienza a decidere questioni politiche. Né penso che sia possibile o corretto pretendere di arruolare la scienza alla propria causa, come purtroppo di tanto in tanto qualcuno, a destra o a sinistra, cerca di fare. E infine penso che quegli scienziati che a loro volta si lasciano lusingare dalla prospettiva di fare i consiglieri del Principe, offrendo in cambio a una data forza politica una sorta di legittimazione scientifica o di patente di scientificità, commettano un grave errore. Anche perché uno o più scienziati non sono “la scienza” e dovremmo liberarci dalla tradizionale e molto italiana venerazione per le Illustri Personalità, perché la scienza non funziona così.

Non è sempre controproducente, rischioso scrivere un libro sulle capacità taumaturgiche che la politica assegna spesso alla scienza, sapendo che al Governo c’è una forza politica antiscientifica?

È senz’altro vero che il MoVimento 5S non ha mai avuto un rapporto idilliaco con la scienza. Va però immediatamente aggiunto che pure le altre forze politiche italiane, prima o poi, hanno avuto i loro problemi ad accettare le conclusioni della comunità scientifica. Gli esempi sarebbero decine: basti pensare oggi cosa accade con la pandemia Covid-19, dove ogni partito tira per la giacca questo o quello scienziato per sostenere tesi opposte. Nessun partito in Italia può legittimamente pretendere di essere l’espressione autentica della scienza, di essere il partito della scienza e così via. Succede, invece, che un partito pretenda di essere dalla parte della scienza perché, sull’argomento A, sostiene tesi che sono condivise dalla comunità scientifica, ma poi capita pure che, sull’argomento B, invece quel partito sostenga tesi scientificamente screditate o totalmente antiscientifiche.

Ci faccia degli esempi!

A destra si tende a negare l’origine antropica del riscaldamento globale che è, invece, un dato da tempo pacifico, ma in compenso si invoca il parere della comunità scientifica per sostenere la innocuità del 5G o degli OGM. A sinistra succede il contrario. Capita in tutto il mondo, ma obiettivamente in Italia capita più spesso che altrove.

Come spiega il caso di Ilaria Capua, la scienziata umiliata dalla politica, a cui dedica un capitolo del libro?

Il caso Capua pone certamente questioni gravi relativamente al rapporto tra magistratura e mass media e più in generale circa il funzionamento della giustizia penale in Italia, ma a parte le numerose bestialità dette e scritte dai giornali e dagli stessi organi investigativi  – che hanno fatto incredibili confusioni – ad esempio – sui ceppi virali in questione, nel caso Capua a mio avviso la scienza c’entra poco, mentre cruciale si è rivelata l’inefficienza degli uffici investigativi e di quelli di controllo disciplinare. Credo, insomma, che sia stato più un caso di mala giustizia che di cattivo uso della evidenza scientifica.

Pensa che in Italia più che in altri Paesi il diritto, cioè, i giudici per le loro sentenze si appoggino in modo sbagliato ai periti? E, restando su questo tema, cambierebbe qualcosa nel modo con cui vengono scelti i tecnici?

Sì, il problema esiste davvero, anche se pure stavolta va subito aggiunto che è un problema che non esiste solo da noi, perché in parte è inevitabile. Il principale errore che commettiamo in Italia consiste nella scarsa selezione all’ingresso degli esperti. In altri termini, accade troppo spesso che il perito nominato dal Tribunale sia un perfetto incompetente nella questione scientifico/tecnica che gli viene posta. Di proposte di riforma ne esistono varie. Tutte passano per una modifica dei criteri di selezione dei periti e per un maggiore coinvolgimento delle Università, delle Accademie, degli istituti di ricerca e degli Ordini professionali. Sono cose che non risolverebbero proprio ogni problema, e che richiedono, comunque, tempo, ma ci permetterebbero di fare un importante passo avanti.

Come ri -stabilire il rapporto scienza – diritto, spesso squilibrato, così come viene fuori dal suo libro?

Il rapporto scienza-diritto è complesso, come quello scienza-politica del resto, e nessuno possiede la formula magica per ristabilirne la forma corretta. Ammesso che una forma corretta esista. Il fatto è che inevitabilmente fra giuristi e scienziati si creano difficoltà di comprensione, perché gli uni parlano un linguaggio e maneggiano strumenti che gli altri non conoscono e non sanno maneggiare, e viceversa. A mio avviso, occorre creare delle interfaccia che medino fra i due mondi e i due linguaggi. Non soltanto, come già detto, rendere migliore la collaborazione del mondo scientifico con quello processuale – riformando i sistemi di selezione dei periti di Tribunale -, ma anche migliorare l’educazione scientifica, che come è noto è deficitaria nel nostro Paese – e creare occasioni di incontro e reciproca informazione fra giuristi e scienziati. Altrove ne esistono e sembra che funzionino.

Che ruolo possono avere in questo i media?

Non c’è dubbio che possano fare molto. Una volta pensavo che l’incapacità dei media italiani di affrontare questioni scientifiche dipendesse dalla scarsa educazione scientifica, ma adesso inizio a sospettare che i media, almeno in Italia, rispondano a una logica che è molto lontana da quella della correttezza dell’informazione -scientifica, ma non solo. Se, per esempio, giornali e TV sentono sistematicamente il bisogno di fornire una informazione bilanciata, usando criteri tipici della cronaca politica come la cosiddetta par condicio, anche nelle questioni scientifiche –cosicché assistiamo a trasmissioni in cui, se si parla di vaccini, di fronte a un epidemiologo siede un cantante antivaccinista o una mamma informata, e se si parla di evoluzione, di fronte a un biologo siede un sostenitore del creazionismo, e se il politico di turno si può permettere di dire qualsiasi bugia senza che nessun giornalista lo contesti, è chiaro che questa non si può più affatto chiamare informazione. Molto semplicemente, i media devono scegliere se fare informazione o  entertainment. Se no non se ne esce.

Nel libro parla di scienziati in conflitto feroce fra loro,  troppo esposti in tv nella prima fase Covid19.

Se è per questo, anche nella seconda fase. Ma non facciamo nomi, se no arrivano le querele. Il fatto è che troppo spesso si trovano in giro esperti, anche molto noti, più che disposti a partecipare a trasmissioni in cui non si fa approfondimento, e nemmeno onesta informazione, ma puro e semplice spettacolo, e lì danno giudizi affrettati su questioni complesse, che, peraltro, nella loro veste professionale o accademica mai affronterebbero con tanta sicumera. E tutto per pure e semplici ragioni di visibilità. Questo è molto grave, perché compromette la fiducia della collettività nella scienza e nella comunità scientifica. Non si può, evidentemente, rimproverare a media, politici e giuristi di dire castronerie se poi, al dunque, vediamo tanti scienziati disposti a loro volta a dire castronerie solo per apparire in TV ed essere intervistati sui giornali. Se la cosa continua, e purtroppo non accenna a finire, produrrà danni duraturi.

Vede la politica subordinata alla scienza in questa particolare fase? Forse fisiologico con un virus che non conosciamo ancora del tutto

Credo che si tratti di cose non facili, e ancor meno facili in presenza di una crisi epocale come la pandemia Covid-19, e certo non pretendo di sapere cosa e come andasse e vada fatto. È chiaro che in una situazione di emergenza il politico – che purtroppo deve fare qualcosa subito, senza poter aspettare di avere abbastanza dati, come invece è tenuto a fare lo scienziato nel suo laboratorio – ha la tendenza a chiedere agli scienziati una risposta immediata, quale che sia. Anche se, magari, quella risposta può poi rivelarsi sbagliata o affrettata. Ma questo è in qualche misura inevitabile, e in fondo dipende proprio dal fatto che il politico vuole fare il suo mestiere meglio che può. Il problema è come governare questioni complesse in condizioni di incertezza. In casi del genere, credo che siano per primi gli scienziati a dover fare la loro parte, mantenendo la calma, distinguendo chiaramente ciò che si sa con certezza da ciò che invece è ancora solo una ipotesi, e cercando di comunicare in modo corretto, soprattutto evitando le contrapposizioni, le denigrazioni, le polemiche e le contraddizioni. La politica dovrà imparare ad adeguarsi.

Pensa ci siano stati errori nella comunicazione delle strategie anticovid da parte del Governo? Glielo chiedo perché l’ha affermato qualche giornalista scientifico, in auge, innamorato del modello Boris Johnson e del piano pandemico del Regno Unito.

Questo aspetto è cruciale: la comunicazione scientifica è una disciplina difficile, che gli scienziati stessi tendono a non conoscere granché. Ma anche in Italia ci sono moltissimi e bravissimi esperti di questa materia, che in ambito Covid-19 in questi mesi hanno lavorato in modo ammirevole. Sarebbe bello che i media, e pure i politici, ricorressero più spesso a questi esperti di comunicazione, invece di rivolgersi sempre ai soliti scienziati, che magari fanno audience, ma poi non sono capaci di comunicare correttamente quello che sanno.

Bonomi, presidente di Confindustria, dice che avremmo potuto evitare gli effetti disastrosi di questa ondata, se anche in estate il Governo avesse continuato a comunicare con i suoi cittadini, ad informarli sullo stato del Covid. La seconda e virulenta ondata, però, sta colpendo anche Paesi virtuosi. Francia e Germania si preparano al lockdown. Scienziati ignorati dai politici o illusi pure loro che tutto fosse passato?

Ah, belle domande. Sì, penso che il Governo avrebbe avuto il dovere di dire esplicitamente ai cittadini che la pandemia non era affatto finita, che non ne eravamo fuori, e anche che cosa pensava di fare quando non se, perché era solo questione di quando, e la cosa si sapeva benissimo, sarebbe arrivata la famosa seconda ondata. E avrebbe fatto bene a cercare di controllare il ciclo mediatico, per evitare che passasse indisturbato, come invece è passato, il messaggio che tutto era a posto, che ne eravamo fuori. E invece abbiamo passato l’estate a raccontarci quanto eravamo stati bravi, a discutere di stupidaggini, e ad accusare i pochi che continuavano a ricordare l’ovvio di essere catastrofisti, apocalittici o disfattisti.  Qualcuno è arrivato a parlare di virus clinicamente morto. Col bel risultato che vediamo. In altri Paesi le cose mi sembra siano andate diversamente, ma è anche vero che altrove – come in Francia e Spagna – i guai sono ricominciati prima che da noi, già in estate, quindi era anche difficile illudersi. In compenso, Paesi come la Svezia – per non parlare di USA e Regno Unito – se la sono cavata anche peggio di noi.

A chi facciamo leggere il suo libro?

Come ogni autore megalomane di un’ambizione rivoltante – avrebbe detto Paolo Villaggio- ovviamente vorrei che lo leggessero tutti, anche perché credo che tutti quanti, indipendentemente dal ruolo che svolgiamo, siamo interessati a questi problemi. Viviamo in una democrazia, e in una democrazia non conta quel che pensa o fa il politico, il giudice, il giornalista o lo scienziato, ma quel che pensiamo e facciamo tutti. Spero che ciò che racconto nel libro serva a stimolare una riflessione generale.

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