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“I problemi della scuola italiana? Spiegabili solo con la fede”. Parla il prof Martino Sgobba, autore di un libro

I problemi della scuola italiana? Spiegabili solo con i misteri della fede.

Più ti industri a penetrarli e a giustificarli, maggiori sono le probabilità di imbatterti in una sfinge che sfinirebbe pure Edipo. Sono un muro, bello protetto, di fronte al quale, ogni tentativo di ricorso alla ragione si infrange.

La scuola è un totem e pure un tabù, così come le sue criticità, e ogni tentativo, sia pure timidissimo, di riforma – anche da parte del più responsabile e volenteroso dei Ministri addetti- va a schiantarsi contro il muro di chi ha con sé la forza del Rosario.

Al più insignificante tentativo di sovvertimento – ma quando mai? – si parerà davanti il più dogmatico degli evangelizzati che candidamente annuncerà: “Gli ultimi saranno i primi. E i primi saranno gli ultimi”.

E se il Logos dei costruttori di un’autentica buona scuola inviterà ad un Viva il merito! Ci sarà sempre un gruppetto di tattici sindacali che più tosti, mossi da una Metis, una intelligenza pratica, si batteranno e vinceranno al grido: Livelliamo, comprimiamo il merito, aboliamo chi sale in cattedra, così siamo tutti felici! Sintesi quasi perfetta del più fortunato Uno vale Uno.  

E che importa se il dirigente, illustre dottor Verticale, responsabile sostenitore di merito e capacità, sarà schiacciato dal pari grado, esimio dottor Prono, fan della decrescita e dell’uguaglianza?  Alla fine, ci sarà sempre la Provvidenza, sindacale, a rimettere tutto a posto. A cicli di piccoli ritocchi seguiranno controcicli di conservazione, più resistenti, che lasceranno la scuola inalterata.

Non ci credete? Provate a leggere lo spassoso e ironico: Gli ultimi saranno i primi, il libro pubblicato di recente dalla casa editrice Dialoghi  e firmato da Martino Sgobba (’57, Monopoli, nel Barese), ex professore di filosofia nelle scuole superiori ed ex dirigente scolastico che con nove racconti umoristici descrive un mondo in cui ha vissuto per 39 anni e che ha lasciato, andando in pensione, nel 2019. Ci troverete personaggi caricaturali – gli Speranza, i Bonafede, le Vandala, i Semenza, i Giove – che sembrano usciti dalla penna del grande Paolo Villaggio –  su cui l’autore, sembra, si diverta ad infierire, per non cedere allo sconforto. La sua è una galleria dolce amara di studenti, insegnanti, presidi, ognuno con la propria mania, la propria miseria e la propria ansia in cui è facile riconoscere il proprio ex compagno di scuola o il proprio vecchio caro prof.

Una guida preziosa in tempi in cui, ci auguriamo, parlando di riforme, il nostro Paese consideri quello della scuola tra i settori da svecchiare quanto prima.

Professore, stiamo messi male come descrive, anche se con grande leggerezza?

Purtroppo, quello che descrivo, sebbene con personaggi estremizzati, è tutto abbastanza vero.  Il punto centrale è l’assenza di considerazione del merito. Penso, ad esempio, agli esiti del reclutamento dei dirigenti scolastici, sapendo bene che i concorsi sono stati superati anche da persone di grande qualità. Per quanto riguarda i docenti, i migliori vivono la frustrazione di non vedere riconosciuto il loro valore e, a volte, il mancato apprezzamento diventa vessatorio disconoscimento. E questo a Nord come a Sud.  Sono stato giovane docente in Veneto e poi giovane preside in Lombardia, sento colleghi di ogni regione. Credo che la situazione sia abbastanza simile in ogni parte d’Italia.

Non sarà stata tutta colpa del grammofono, dei capelloni, per citare Troisi, ma quanto ha inciso il ’68?

La questione è ovviamente molto complessa. È indubbio che, grazie alla spinta del ’68, la scuola italiana, con i decreti delegati del 1974, si rinnova, si apre alla partecipazione delle famiglie e degli studenti. E’ altrettanto certo che si pone in discussione una certa vocazione autoritaria della vecchia organizzazione scolastica, ma a me pare anche vero che allora sia anche iniziata la tendenza alla deresponsabilizzazione, alla confusione dei ruoli, all’individualismo culturale e metodologico.

Il ruolo dei sindacati, bersaglio preferito dei suoi racconti.

Sono diventati egemoni a livello periferico e centrale, si oppongono a ogni tentativo di introdurre logiche di merito, difendono, sempre e comunque, i peggiori, sono di fatto entrati nella gestione del reclutamento, boicottando i concorsi ordinari e selettivi. La mia è una convinzione in fondo abbastanza condivisa, ma che per ragioni di egemonia ideologica non trova facile occasione di esplicitazione. Si pensi all’ostilità con cui sono accolti gli interventi, con i quali concordo, di Ernesto Galli Della Loggia.

Qual è stata la riforma migliore della scuola?

Quelle della Moratti e della Gelmini hanno avuto il risparmio come motivazione fondamentale, ma merito della seconda è stato quello di una severa e necessaria potatura degli innumerevoli indirizzi sperimentali che avevano stravolto quelli tradizionali. Berlinguer ha promosso un confuso riordino dei cicli, peraltro, subito cancellato dalla Moratti e ha modificato l’Esame di Stato, inaugurando una serie non piccola di cambiamenti, che lo hanno reso sempre più inutile. La riforma di Renzi è stata boicottata ferocemente dai sindacati perché timidamente ha cercato di introdurre il riconoscimento del merito e di violare il tabù delle graduatorie per quanto concerne i trasferimenti da una sede all’altra, attribuendo ai dirigenti la responsabilità, non dell’assunzione, ma della selezione dei docenti più adatti all’istituzione scolastica da loro diretta. Più in generale, direi che il termine riforma mi sembra eccessivo, dato che nessuna azione governativa – forse fatta eccezione per alcuni aspetti di quella renziana- ha avuto il respiro culturale necessario a una impostazione davvero innovativa.

Cosa pensa della Ministra Azzolina? Se potesse scriverle, cosa le direbbe?

La Azzolina si è trovata a dover affrontare problemi enormi e ha mostrato la sua inadeguatezza, ma devo dire che la reazione dei docenti, penso a quella sui social, è stata sguaiata e volgare. In uno stato serio molti docenti sarebbero stati licenziati in tronco per il modo in cui hanno criticato il loro ministro. Si tratta di quegli stessi docenti che poi lamentano di essere poco rispettati dai loro studenti. Alla Azzolina direi di perseverare nella resistenza alle pretese, a volte vere ingerenze, sindacali, specie per quanto riguarda il reclutamento.

Didattica a distanza, tutto da buttare o opportunità per tanti prof di inventarsi forme nuove di insegnamento, per i ragazzi una occasione per responsabilizzarsi e per alcuni genitori per seguire le attività dei propri figli?

Non ho esperienza diretta della DAD. Ho notizie che mi certificano una situazione abbastanza scontata: i docenti da sempre impegnati stanno lavorando fino allo stremo delle forze. I nullafacenti e i poco facenti trovano ulteriori motivi per confermare il loro modo di essere, anche grazie a qualche ammiccamento delle forze sindacali. Circa gli aspetti positivi, mi pare sia in atto una gigantesca prova di sperimentazione delle possibilità della didattica digitale.

Avrà sentito della bambina morta a Palermo per una sfida su Tik Tok. Lasciamo che se ne occupino le famiglie, chiediamo una mano alla scuola o esigiamo una regolamentazione dei social?

La scuola può informare e credo che lo faccia. Il problema vero è il controllo da parte delle famiglie.

Nel corso degli anni ha visto una involuzione dei ragazzi, del loro sviluppo emotivo, della loro curiosità?

Provo a rispondere in modo semplice: la qualità dei docenti influenza la qualità degli studenti. Lo scadimento del livello culturale dei docenti non favorisce la crescita di studenti pienamente immersi nella nuova realtà dei social media.

Veniamo alla sua esperienza: più divertente fare il prof o il dirigente scolastico?

Più divertente insegnare, ma il dirigente ha sicuramente maggiori possibilità di incidere sulla qualità dell’insegnamento offerto dalla scuola in cui opera.

Ha insegnato più Creonte o Antigone?

Ho insegnato le ragioni di Creonte e quelle di Antigone, lasciando ai ragazzi la responsabilità di definire un punto di vista autonomo.

Quanto la scuola italiana è distante dal mondo del lavoro?

La premessa è: la scuola non può trovare la sua missione fondamentale nel preparare al mondo del lavoro, ma nemmeno può ignorare che forma cittadini che poi dovranno trovare un lavoro. Credo che l’ esperienza di scuola-lavoro dovrebbe essere potenziata, non tanto nell’impegno orario, quanto nell’effettiva capacità di stabilire un rapporto fra scuola e mondo del lavoro. Mi pare anche fondamentale l’esigenza di una politica scolastica più attenta all’istruzione tecnica e professionale. Sembra che in Italia ci siano solo i licei, come appare, con tutta evidenza, anche nella comunicazione giornalistica e pure istituzionale.

Come vede la scuola tra una decina d’anni?

La questione decisiva è quella della riforma del reclutamento. Un reclutamento serio, selettivo, che accerti competenze culturali e attitudine all’insegnamento è la condizione per ogni miglioramento e ogni tentativo di seria riforma. Non sono ottimista. Temo che la scuola persisterà nella sua condizione di occupificio gestito dai sindacati.

Un filosofo, visto che ha insegnato filosofia, che consiglierebbe ai ragazzi per resistere in questa fase?

La filosofia non è una pratica di resistenza, non fornisce un libretto delle istruzioni: è una disciplina rigorosa, che mal sopporta un certo romanticismo didattico di non pochi docenti, inclini facilmente a definirsi filosofi. L’insegnante di filosofia – non solo lui – deve agevolare lo sviluppo dell’autonomia intellettuale. Se poi deve proprio indicare un filosofo a uno studente, farebbe bene a consigliare l’approfondimento di un pensatore distante dalle idee di quello studente.

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Written by Cinzia Ficco

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