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Maria Chiara Risoldi: “Dopo il Pci, Freud e il Femminismo, ora Cammino leggera”

Sedurre, liberare gli istinti, giocare con la propria sensualità: a volte può essere un aspetto importante della vita da recuperare, soprattutto se, per diverse ragioni, ci si è trovati ingabbiati nella razionalizzazione, nell’autocontrollo, nella disattesa dei propri bisogni, nella negazione delle proprie fragilità, illudendosi di potere essere così invulnerabili. 

Un giorno, però, può succedere che tutto crolli e le emozioni invadano il terreno come lava incandescente eruttata dall’esplosione di un vulcano. 

La vita di Maria Chiara Risoldi, quasi 69 anni, bolognese, giornalista fino al 1988 e poi psicoanalista sino alla fine del 2020, è andata così e per lei è diventato necessario raccontarlo.

Lo ha fatto scrivendo il suo primo romanzo, dove autobiografia e invenzione si intrecciano talmente spesso che è difficile dire dove finisca l’una e inizi l’altra. (Cammina leggera, Manni)

Matilde, la protagonista- alter ego di Maria Chiara – dopo la morte del fratellastro, ha un terribile crollo e per la terza volta nella sua vita si sottopone ad una psicoterapia. Con l’aiuto del dottor Giacchetti – altro alter ego dell’autrice – scopre che, in passato, per non sentirsi umiliata e ferita da un rapporto quasi simbiotico tra madre e fratellastro, aveva trovato un rinforzo alla sua fragile identità in grandi contenitori. Partendo dal movimento del ’68, passando da Lotta Continua e dal Manifesto, era approdata al Partito Comunista, al movimento femminista  ed infine alla psicoanalisi di Freud. 

Matilde era una bambina molto autonoma e vivace, che la madre – per proteggere il fratellastro Lucio dalla gelosia – doma definendola cattiva e rendendola devota, brava, dipendente, malaticcia.

Aderisce così alle richieste materne, non contrastate da un padre, sostanzialmente assente e usa intelligenza ed empatia per proteggere gli altri fino a convolare a nozze con la divinità psicoanalitica

Nel percorso che intraprende dentro se stessa, lungo e doloroso, impara a guardare con la lente d’ingrandimento quei Totem che le avevano dato un finto riparo per tanti anni, ma alterato la sua natura.

Lei, che da piccola era un Ulisse, con il tempo si era trasformata in una Penelope. Le ideologie, usate come rinforzo identitario, avevano contribuito a  falsificare la sua sofferenza e disconoscere la  sua vulnerabilità. 

Il bisogno di appartenenza di Matilde aveva avuto, dunque, un prezzo molto alto: la falsificazione. 

Le sue tre divinità non l’avevano aiutata a capire perché sin da bambina “la tolleranza alla sofferenza per lei è stato il prezzo da pagare per il piacere”, né cosa ci fosse dietro la vocazione a prendersi cura dei più fragili, dei malati, dei poveri, degli ultimi.

Matilde racconta al dottore che “la psicoanalisi offre un riparo alla vulnerabilità, fa sentire speciali, migliori, diversi”. E che era stata “iscritta al Pci dove c’era la stessa presunzione di diversità morale, lo stesso senso di superiorità, in definitiva la stessa sacralità”. 

Ma quando tutto va in pezzi, finalmente, tolta la corazza, Matilde riesce a percorrere un cammino liberatorio

Lo scavo le permette di scrollarsi di dosso quell’aria “rigida, disarmonica, evitante, distanziante” e guardare con occhi nuovi i suoi amori – che erano stati tutti seduttori seriali – la famiglia, il lavoro. 

Maria Chiara, perché un libro così critico, in cui non temi di svelarti? “Ho scoperto solo ora aspetti di me, che avevo rinnegato, altri che avevo falsificato. Ho sentito la necessità di raccontarli. D’altra parte quando si scrive, anche inventando, si espongono i propri pensieri e i propri sentimenti. Alla soglia dei 70 anni mi sento finalmente libera. E’ l’unico aspetto positivo della vecchiaia. Ho cercato di descrivere come certi comportamenti dei genitori possano interferire con la libertà di essere autentici e quanta dipendenza affettiva possano alimentare. Una dipendenza affettiva patologica comporta poca autonomia e consapevolezza. Attraverso il dialogo tra Matilde e Giacchetti, metto a fuoco le mortificazioni che mi sono imposta da rivoluzionaria, gli estremismi insopportabili a cui per anni sono stata leale. Matilde riflette su certi aspetti estremi delle femministe che, per opporsi all’oggettificazione del corpo femminile, arrivarono al rifiuto di depilarsi. Matilde ricorda anche come nel Pci essere ambiziosi, cioè ambire a determinati traguardi, fosse qualcosa di consentito solo sul piano storico- universale, politico, filosofico, mai personale e solamente agli uomini. Matilde, inoltre, racconta che nello stesso partito potevi metterti al massimo un tailleur e un filo di perle e prendere la parola, a patto di esprimere un pensiero illuminante. Diciamo, a patto di essere un’intellettuale riconosciuta dall’Accademia”.

C’è sempre tempo, dunque, per liberarsi di schematismi, dogmatismi, fanatismi. “Certo, replica Maria Chiara – ovviamente, senza precipitare nei loro speculari opposti. Questo è il senso del libro”.

Scrivi che nei sogni di Matilde compaiono spesso i gatti. Che hanno una natura indomabile e che il tuo fratellastro non sopportava. Non è un caso. “Sì. E ne ho sempre due dal 1982. Leggendo il romanzo ne spiego il motivo”.

Torniamo a Freud e alle sue colpe sulla tua vita. “Beh, c’è una breve frase di Freud che spiega bene come certi istinti vanno domati. Dice: Dove c’è l’Es lì deve diventare Io. Insomma, il gatto deve diventare un cane. Dipendente e devoto, come faccio dire a Matilde, pena perdere l’amore della mamma, che tale mi voleva.  Dipendenza e devozione sono anche le doti che l’istituzione psicoanalitica freudiana chiede ai suoi membri, che gli psicoanalisti chiedono ai pazienti, non in modo così schematico, ma la sostanza è questa! La psicoanalista deve vestire in modo sobrio e casto, perché la funzione, cioè l’ascolto, è di per sé troppo seduttiva. Ma non è tutto”.

Cos’altro c’è? “E’ veramente disperante rendersi conto di avere fatto 1600 ore di analisi, io come Matilde, senza aver consentito al gattino nero di liberarsi”. 

Ad un certo punto fai dire a Matilde: “Ero immersa in queste tre culture fin sopra i capelli. Culture che annullavano la bellezza, il fascino, la seduzione e la contrapponevano all’impegno, all’intelligenza, allo spessore. In quei mondi, nel secolo scorso, le donne belle, consapevoli di essere belle, che si valorizzavano, che agivano la seduzione, dovevano contrastare con acrobazie cognitive esagerate l’etichetta della stupidità, anche per farsi ascoltare mentre suscitavano tempeste di testosterone”. “Confermo, è stata  anche la mia esperienza”.

Ad un certo punto, Maria Chiara come Matilde, ha detto stop. Oggi chi è Maria Chiara? “E’ una che ha fatto pace con se stessa, con suo fratello, sua madre e suo padre, che quando deve maneggiare la bellezza e la seduzione non si atteggia più a Cappuccetto Rosso – come quando, da donna irrisolta- le subiva, innamorandosi di tanti Don Giovanni. Una che crede nelle quote rosa, nel valore simbolico del #Metoo – a parte certi inaccettabili estremismi- che ha reso consapevoli tante donne delle molestie e delle discriminazioni. Una che vorrebbe Emma Bonino, come prossimo Presidente della Repubblica e che la battaglia per i diritti delle donne la fa non nei salotti o sui palchi, ma in modo concreto”.

Dal 2016 fino agli inizi di questo mese Maria Chiara è stata presidente della Casa delle donne, che sfuggono ai maltrattamenti, di Bologna, il primo centro antiviolenza nato in Italia, oggi attivo con tanti altri nella rete Dire (Donne In REte contro la violenza). 

La politica? “Voto a sinistra, sostengo quella riformista e liberale, ma da qualche anno, non ho più un punto di riferimento, un soggetto che mi rappresenti”. 

L’altro suo grande amore? “Beh, con Freud ho rotto da tempo. La terza terapia, quella che mi ha, diciamo, liberata, non era di orientamento psicoanalitico.”

Torno alle pagine del tuo libro perché forse questa descrizione di Matilde vale anche per Maria Chiara.

“Prima di andare nel 1982 dallo psicanalista ero una studiosa eclettica. Mi ero laureata in psicologia, avevo lavorato in biblioteca, facevo la giornalista e seguivo la politica internazionale. Dalla prima seduta di analisi in poi ho letto e studiato solo psicoanalisi, senza rendermi conto che mi ero incasellata dentro un pensiero unico. Non leggevo testi critici o di altre scuole, esistevano solo Freud e i freudiani. Poi mi capitò una occasione speciale. Nel 1992 scoppiò la guerra nei Balcani e mi trovai coinvolta in un progetto umanitario che richiedeva la messa in campo di varie esperienze e punti di vista. Cominciai a leggere testi di altre scuole di psicologia, di psicotraumatologia e neuroscienze. La psicoanalisi cominciava a sembrarmi così noiosa, immobile, chiusa in sé stessa. Dopo quell’esperienza non esercitavo più in modo ferreo. La prima cosa che feci fu smettere di usare il lettino, lavoravo vis à vis. Smisi di stare zitta, interrompevo, ponevo domande, spiegavo, a volte esprimevo persino la mia opinione. Poi smisi di fare pagare sempre e comunque anche le sedute saltate e proponevo una o due sedute alla settimana. Come dire, facevo la psicoterapeuta, non più la psicoanalista, non ero più la sacerdotessa della religione freudiana”. “Sì, vale anche per Maria Chiara” (risponde con un sorriso).

Dall’anno scorso Maria Chiara non esercita più, ha in mente di scrivere, la sua passione da quando aveva 16 anni. 

Chiudiamo con la seduzione. Matilde nelle ultime pagine afferma: “Da tempo mi guardo allo specchio senza più vergognarmi. Mi trovo seducente e da quando ho scoperto che la seduzione non è opera del demonio, mi godo la mia femminilità. Ho lavorato tanto su bellezza e seduzione. Ora che non sono più una rivoluzionaria, ossessionata dalla necessità di nascondere il mio corpo, ho scoperto che non è necessaria la bellezza per la seduzione e non è nemmeno sufficiente. Alcuni nascono belli, tutti abituati a sedurre, ma non tutti diventano seducenti. Si impara, come si impara a parlare, camminare, leggere e scrivere. La bellezza è un dono che può rendere più facile l’apprendimento della seduzione, come l’intelligenza è un dono che può rendere più efficace l’apprendimento della lettura. Tutto quello che dovremmo imparare può venire terribilmente ostacolato dalle disgrazie, dalle ideologie, dall’ambiente. Io sono nata in una famiglia complicata e mi sono immersa nelle ideologie che più mortificano la bellezza e la seduzione. Ma oggi a quasi 70 anni ricomincio da me, dalla mia accogliente, sensuale, morbida femminilità”.

Possiamo mettere le parole della protagonista in bocca a Maria Chiara? “Purtroppo no, non proprio così. (Sorride ancora). Ma scrivere consente di inventare. Penso che sentirsi libere, davvero libere sia, debba comunque, essere, un obiettivo di tutte le donne a qualunque età”. 

Cinzia Ficco

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  1. La storia, quella di Matilde, tramite la descrizione di Maria Chiara , è la storia di una donna che ha saputo riscattare il suo percorso di sofferenza familiare con anni di dedizione alla psicoanalisi raggiungendo così una libertà individuale che le consente di essere oggi libera da costrizioni e dipendenze. Tosta perché ha raggiunto un traguardo superando ostacoli e varie difficoltà.
    Complimenti a Cinzia Ficco che ha reso possibile con il suo articolo una simile testimonianza.

  2. Una testimonianza di alto spessore che è esempio per tante donne ingabbiate in ruoli non consoni alla loro vera, profonda essenza. Complimenti alla coraggiosa Maria Chiara e alla brava Cinzia che sa essere sensibile, misurata e discreta…Il libro lo voglio leggere!

  3. Ma questa è una storia interessantissima! Me la archivio tra le cose da rileggere ogni tanto, una storia di liberazione personale rispetto a più trappole, storiche, politiche, intime. Dalla bella intervista mi sembra di capire che questi vincoli hanno interagito insieme, ci sono stati passaggi dall’uno all’altro, interessante capire come questo è avvenuto nella protagonista. Comprerò senz’altro il libro!

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