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Yves Mény: In una democrazia nessuno può sperare di essere il popolo

“I Cinque stelle? Ormai sulla via della normalizzazione. Italia viva? Come la maggior parte degli altri movimenti, organizzata da un leader, al suo servizio, per far applicare il suo programma. Forza Italia, già mezza morta e finirà con la scomparsa del suo leader”.

Parla di populismi, democrazia e illusioni, e non risparmia frecciatine ai politici italiani Yves Mény (nato nel ’43 in Bretagna), docente alla Luiss ’Università Guido Carli di Roma. E lo fa riagganciandosi al suo ultimi libro, pubblicato qualche mese fa da Il Mulino e intitolato Popolo, ma non troppoil malinteso democratico, in cui afferma: “Il populismo è una grande illusione. Pretende di parlare in nome del popolo, ma in una democrazia nessuno può sperare di essere il popolo. Il popolo è un concetto astratto, un mito che ha il grande vantaggio di offrire ai regimi democratici una base di legittimazione”.

A leggere le pagine di Mény, che ha insegnato  Scienze politiche a Science Po di Parigi, creato e diretto il Robert Schuman Center presso Firenze, ed è stato presidente del cda della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, non c’è uomo politico che non rivendichi, all’indomani della propria elezione, il diritto di parlare a nome del popolo. Questa parola possiede la virtù magica di unificare ciò che non può essere unificato. “Queste fondamenta – spiega il professore – hanno sostituito tutte le altre forme di legittimazione: Dio, il re, il capo carismatico, l’anziano etc…Oggi, pochi sono i regimi che hanno scelto un’ altra fonte di legittimità : l’Arabia Saudita o in parte la Repubblica iraniana. Tutti gli altri, anche i più autoritari o dittatoriali pretendono di governare in nome del popolo, organizzando elezioni manipolate eccetera”.

Ma il fenomeno non è nuovo.  “Nelle democrazie – dice ancora Mény – l’invocazione del popolo come mito, risale alle rivoluzioni americana  – We the People –  e francese, dove una minoranza era riuscita a terrorizzare la popolazione « in nome del popolo ». Come ha sottolineato un filosofo francese: « Il popolo è la parte che si pretende il tutto ». Nei fatti possiamo parlare di maggioranza, della maggior parte, dei partiti dominanti eccetera, ma il popolo non si traduce mai in una realtà concreta. È una finzione utile, forse indispensabile, ma dobbiamo essere coscienti dei sui limiti per non farci illusioni o pretendere parlare in nome di persone che, di fatto, non condividono la cosiddetta volontà del  popolo. L’illusione è forte e ben radicata da quando il Presidente Lincoln usò le famose parole « Government of the people, by the people, for the people ». « By the people » può essere capito in senso lato, come il governo esercitato da rappresentanti eletti, o nel senso letterale, cioè, un governo esercitato dalla gente, da tutti.  E’ sulla base di questo malinteso che si è costituito il primo populismo degli anni 1890 negli Stati Uniti e quello, che sotto forme diverse, è apparso in diversi Paesi europei da trent’anni.

Il populismo, fa capire, è un mito che si oppone ad un altro mito, quello della democrazia rappresentativa.

Esatto. Nel primo caso, c’è l’illusione che «uno vale uno » e che tutti possono partecipare al governo della città. Nel secondo, l’illusione che i rappresentanti del popolo possano essere controllati dai loro elettori. E’ in realtà una possibilità abbastanza remota. Queste due visioni sono in principio antagoniste ed incompatibili. Nei fatti, le due opzioni possono combinarsi in sistemi misti, che incorporano elementi dell’uno e dell’altro (per esempio, negli Stati Uniti o in Svizzera). Le democrazie sono molto imperfette – anche se i cittadini hanno delle aspettative impossibili da raggiungere – ma hanno un enorme vantaggio in confronto ad altre forme di governo .

Quale?

Sono perfettibili e si aggiustano in funzione delle pressioni e richieste, non da parte del popolo (che non esiste come tale), ma da gruppi insoddisfatti. Quando scrivo Popolo ma non troppo non nego il principio democratico, ma denuncio l’abuso del concetto. Il popolo come principio è la fonte di legittimazione migliore che possa esserci, ma sperare che il popolo sia in grado di decidere su tutto e sempre è un inganno. Quello che nelle elezioni è diventato il primo partito italiano con oltre 10 milioni di preferenze ottiene semaforo verde sul progetto di contratto di governo (Conte 1) da poco più di 40 mila votanti. Anche la democrazia greca – che aveva la possibilità di decidere dopo un dibattito di qualche migliaia di uomini riuniti nell’agorà, non era il governo del popolo.

In che senso?

Il demos delle città greche escludeva le donne, gli stranieri e gli schiavi. La realtà brutale era che il sistema, permettendo agli uomini di fare politica come arte e passa-tempo, richiedeva la folla immensa degli schiavi per assicurare il lavoro produttivo.

Se il popolo unico e univoco è un soggetto fittizio, i movimenti che pretendono di incarnarlo, una volta al governo, fa capire nel suo libro, non potranno che contenere le spinte in un qualche sistema rappresentativo. Quindi costituzionalizzarsi. E’ successo ai Cinque Stelle?

I Cinque Stelle hanno conservato qualche elemento simbolico del loro programma per non perdere altri elettori, ma ormai sono sulla via della normalizzazione. Lo testimonia l’alleanza rischiosa con il PD e l’aver accettato di fatto i parametri europei. Il destino per un partito populista, che non riesce ad ottenere la maggioranza assoluta, è l’aggiustamento graduale o la morte lenta. Si possono osservare in Europa i primi segni di un riflusso dei partiti populisti di destra come di sinistra.

Torniamo alla democrazia e alla sua capacità di adattamento. Diciamo, al suo trasformismo. Il nuovo governo (Pd – 5S), è il risultato di un’operazione di trasformismo?

In Italia, la tradizione trasformista aiuta molto a digerire i partiti estremisti a parole e nei fatti.

Elezioni in Umbria. Previsioni? Come vede il proposito di rendere organica l’alleanza tra Pd e Cinque stelle?

Tutto è possibile, vista la fluidità della situazione e dei comportamenti in una regione che è stata una roccaforte rossa per decenni, ma che ha votato in modo massiccio per Salvini alle Europee. È un altro esempio del travaso dei voti popolari verso i partiti populisti. La cultura di protesta prevale su quella di governo – che presuppone compromessi. Stessa cosa è avvenuta in Francia, dove il primo partito dei ceti bassi è il Rassemblement National.

Cosa pensa di Italia Viva, movimento di lotta e governo? E il suo leader, un neo Macron, che tenterà di svuotare il Pd, richiamare i delusi di Forza Italia, creare un polo davvero riformista e liberale? O è più una Penelope impegnata con la sua tela?

Il movimento di Renzi è un testimone dell’evoluzione dei partiti. Ormai soltanto un partito, il PD, osa chiamarsi partito. È una rivoluzione epocale, se si ricorda che 25 anni fa a proposito dell’Italia si parlava di « partitocrazia ». Italia viva, come la maggior parte degli altri movimenti è organizzata da un leader, al suo servizio, per far applicare il suo. programma. Se ce n’è uno. È un fenomeno generale in un’epoca in cui svanisce la mediazione delle organizzazioni. Il fenomeno è apparso con Berlusconi e Forza Italia, ma ormai è una realtà quasi universale. Il prezzo da pagare è la debole istituzionalizzazione dei movimenti. Forza Italia è già mezza morta e finirà con la scomparsa del suo leader. La stessa fine toccherà alla Lega o Italia viva, a meno che non ci sia un altro leader in grado di proporre tematiche in linea con l’aria del tempo. Il caso di Salvini dopo Bossi.

Come si può combattere il populismo?

Il populismo è il primo nemico di se stesso. Cresce sulla protesta e la frustrazione, ma al governo deve fare compromessi o fa errori e viene spazzato via. È quello che potrebbe succedere a Trump, per esempio. Il problema è che fra il momento della vittoria e quello della disfatta, i populisti possono creare danni grossi come si vede negli Stati Uniti dove Trump sta tentando di distruggere tutto tranne gli interessi del  business . Ha già compiuto danni enormi al sistema di relazioni internazionali a tutti livelli: commercio, clima, difesa, alleanze.

Ultima domanda: pensa che i media siano più clementi con i populisti di sinistra che con quelli di destra?  

I populismi di destra e sinistra hanno in comune la protesta e l’idealismo retorico del potere del popolo. Ma visto che il populismo non ha un’ideologia propria – vedi, per esempio, la grande differenza fra Forza Italia, Lega, 5 Stelle- tende ad appropriarsi di ideologie disponibili. Purtroppo, molti partiti populisti stanno ri-utilizzando tematiche nauseabonde del fascismo ridipinto con i colori del momento (sovranismo, migrazioni, identità nazionale). Hanno una grande capacità d’attrazione perché sfruttano la rabbia e partono da tematiche elementari. La pancia piuttosto che la testa. I due populismi, di destra e di sinistra, sono entrambi nocivi, ma quelli che si spostano verso l’estrema destra sono i più pericolosi. Queste due forme opposte hanno una radice comune: la crisi della democrazia. Non è la prima, non è l’ultima, ma la democrazia dovrà adattarsi a queste nuove sfide. Il populismo, che fino a 30 anni fa era una caratteristica quasi esclusiva degli Stati-Uniti, è ormai un attributo di tutte le democrazie.

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