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Marco Valerio Lo Prete: Italiani, poca gente

Nei prossimi 50 anni l’Italia potrebbe perdere 6,5 milioni di abitanti e diventare un Paese spopolato e vecchio.

A lanciare l’allarme, Antonio Golini (Catanzaro, ’37), ex presidente Istat, ex professore emerito alla Sapienza, dove ha insegnato Demografia per oltre cinquant’anni, oggi docente di Sviluppo Sostenibile e Marco Valerio Lo Prete (Roma, ‘85), giornalista del tg1, già vicedirettore de Il Foglio e  collaboratore di Radio Radicale che, di recente, hanno pubblicato un libro, dal titolo: Italiani, poca gente (Luiss University Press) dedicato all’“inverno demografico” del nostro Paese, diventato un caso internazionale di studio per i suoi record negativi: culle semivuote e rapido invecchiamento. In poco più di 215 pagine, con la prefazione di Piero Angela, gli autori provano a descrivere le cause, i rischi, i possibili rimedi e avvertono che la soluzione non è più rimandabile.

“Le nascite in Italia – scrivono – diminuiscono senza soluzione di continuità dal 2008, quando furono 576.659. Nel 2017 sono state 458.151, mai così poche. I decessi, sempre nel 2017, sono stati 649 mila. Nel 2015, per la prima volta nella storia d’Italia contemporanea, anche la popolazione complessiva del Paese – immigrati inclusi, dunque – è diminuita da un anno all’altro. Non accadeva dal 1952. E da tre anni a questa parte i residenti  in Italia non hanno smesso di diminuire: nel 2014 avevano sfiorato quota 61 milioni, all’inizio del 2018, invece, sono 60 milioni 494 mila, nonostante flussi migratori in entrata non insignificanti. In tutto il Paese non c’è compensazione che tenga e soprattutto che terrà: dal 2018 al 2028, i bambini e i ragazzi nella fascia d’età fra i 3 e i 18 anni diminuiranno  da 9 a 8 milioni”. Ne parliamo con uno degli autori.

Marco Valerio, il professor Golini in passato ha provato a sollevare il problema. Ma inutilmente. Eppure, scrivete, è un patrimonio di valori e storia, quello che rischia di saltare. E la Chiesa cattolica che dice?
Sono diversi i fattori che in Italia hanno reso difficile un dibattito pubblico razionale sui cambiamenti della popolazione, in particolare sulla crisi della natalità e sull’intenso invecchiamento. Sicuramente ha pesato l’eredità storica del fascismo. Una volta caduto il regime, infatti, si è continuato a sovrapporre politiche nataliste e autoritarismo. Poi non va sottovalutato il ruolo di un certo estremismo ecologista in voga soprattutto fino agli anni 90, troppo concentrato sulla bomba demografica a livello mondiale e poco disposto a tener conto di avanzamenti tecnologici e scientifici, come la rivoluzione verde in agricoltura, che hanno reso irrealistici certi scenari catastrofici. Una forma di nichilismo culturale non è poi estranea al nostro dibattito: manca, cioè, la consapevolezza che un Paese è fatto anche della sua cultura, e che la cultura è fatta di persone in carne e ossa. Se le persone di un Paese vengono a mancare, alla lunga anche una società e la sua cultura scompaiono. Infine, come scrive Piero Angela nella prefazione, gli uomini e ancor più le società tendono a reagire di fronte a un pericolo quando questo è direttamente visibile, non quando è necessario simularlo mentalmente. E i mutamenti demografici, per decenni, sono stati radicali, ma poco visibili ai più. La Chiesa cattolica è stata una degli attori più attenti e sensibili alla crisi demografica italiana. Lo stesso Papa Francesco, ancora pochi giorni fa, ha parlato di inverno demografico europeo e di una Italia che è addirittura sotto zero dal punto di vista della natalità.

Se si fanno pochi figli è colpa della nostra cultura narcisistica, per richiamare Giovanni Orsina, fatta di soli diritti e non anche di doveri? Risentiamo di una cultura sessantottina (del resto dal ‘68 comincia il calo) che non ci fa pensare alla procreazione non solo come ad un diritto, ma anche come ad un dovere nei confronti dei conti economici e delle nostre tradizioni?
Un eccesso di presentismo ci fa sentire in generale meno vincolati alla catena delle generazioni, precedenti o future. Conta meno l’eredità degli antenati così come il lascito per i discendenti. Questo Giovanni Orsina e altri studiosi americani lo spiegano con sapienza. Dopodiché, ancora una volta, la storia ha il suo peso. Faccio un esempio. Subito dopo la battaglia di Sedan del 1870, con la sconfitta dei francesi a opera dei prussiani, i nostri cugini d’Oltralpe imposero le dimissioni a Alfred Legoyt, capo dell’Ufficio statistico nazionale. Legoyt, influenzato da Malthus, aveva sempre lodato la bassa natalità della classe lavoratrice francese. Tuttavia, dopo il disastro di Sedan, le classi dirigenti francesi ritennero che proprio nelle culle vuote del Paese – e quindi in una scarsa consistenza numerica degli effettivi militari rispetto a quelli prussiani – fosse da rintracciare una delle cause della sconfitta. E’ uno dei passaggi storici che hanno contributo a plasmare in Francia il valore sociale positivo del figlio.
Una parabola opposta a quella dell’Italia post Seconda Guerra mondiale, in cui il figlio è stato a lungo considerato fatto meramente individuale e di coppia.

Culle vuote più perché molte donne arrivano alla maternità già tardi in quanto concentrate sul lavoro o perché costa mantenere un figlio?
Sulle motivazioni economiche della crisi demografica attuale, andrebbe sfatato un cliché duro a morire sul ruolo della donna. Certo, il doveroso processo di emancipazione femminile ha migliorato la conoscenza e l’uso dei mezzi di contraccezione, inserendosi allo stesso tempo in un processo di allungamento dei tempi di transizione allo stato adulto, e questi sono tutti fenomeni che hanno un impatto sul numero di nascite. Ma oggi, diversamente da quanto avveniva fino agli anni 80 del secolo scorso, i Paesi europei col tasso di occupazione femminile più alto sono anche quelli in cui il tasso di fecondità è maggiore. Viceversa, dove il capitale umano femminile è meno valorizzato, dove sono più carenti i servizi per l’infanzia pubblici e privati, come in Italia, la natalità è in crisi anche se un numero maggiore di donne non è impegnato nel mercato del lavoro formale. Bisognerebbe tenerlo a mente quando si ragiona sulle politiche pubbliche per favorire la natalità.

Parlate di debiti gemelli: quello demografico e quello economico.  E dite che una coppia è più spaventata dal peso del debito nazionale futuro che dalla crisi economica attuale. Quindi è una comunicazione politica controproducente, quella di chi agita lo spettro dei 2300 miliardi di euro di debito nazionale che graverà sulle generazioni future?
Un debito pubblico imponente come quello italiano rende meno rosee le aspettative future dei potenziali genitori, disincentiva almeno in parte la natalità, accrescendo il rischio di crisi finanziarie e, dunque, l’incertezza. Questa non è una buona ragione per nascondere un problema che, comunque, esiste. La comunicazione politica dovrebbe tenere conto anche del debito demografico italiano, considerando le molteplici interazioni esistenti tra questi due debiti gemelli che rischiano di ipotecare il nostro sviluppo economico e sociale.

Pensare di riparare alle culle vuote con l’immigrazione, scrivete, è ingenuo.
L’immigrazione non è una bacchetta magica, questo sosteniamo. A partire dagli anni 90, essa ha avuto un ruolo positivo nell’evitare l’implosione demografica del Paese. Tutte le statistiche, però, confermano che i nuovi arrivati tendono col tempo ad adattarsi alle attitudini demografiche locali, quindi minore fecondità e crescente invecchiamento. Se l’obiettivo principe è sempre un equilibrio demografico, quantità e velocità dei flussi migratori vanno regolate. Un’immigrazione troppo intensa, oltre a non garantire la tenuta demografica di un Paese, accresce la difficoltà del processo di integrazione e diventa difficile da tollerare in una democrazia. Per ragionare sul futuro dei flussi migratori, l’analisi demografica ancora una volta ci soccorre: oggi per ogni cittadino europeo ci sono due cittadini africani. Fra soli 35 anni, il rapporto sarà quasi di uno a cinque, con 583 milioni di europei a fronte di 2,5 miliardi di africani.

I Paesi da prendere a modello sono per voi la Svezia – e citate Stoccolma, che offre a ogni coppia di genitori 480 giorni di congedo retribuito, con una retribuzione che per 365 giorni consiste nell’80 percento dello stipendio pregresso, congedo che deve essere diviso fra madre e padre – e la Francia, che agisce sulla leva tributaria.
Per il dettaglio delle politiche, è utile ispirarsi a modelli come quelli da te citati, la Svezia o la Francia, pur con le loro diversità di approccio. Il vincolo delle risorse fiscali a disposizione va sempre tenuto presente, ma esistono scelte che si potrebbero compiere a costo zero o quasi. Per esempio, perseguire una maggiore uguaglianza nell’accesso e nelle possibilità di carriera di giovani, donne e anziani nel mercato del lavoro. O un potenziamento dei servizi d’infanzia – anche privati – in termini di posti disponibili e orari di attività. Gli incentivi fiscali alla natalità possono essere utili, ma con due caveat: vanno razionalizzati gli aiuti che già ci sono nel nostro Paese e che sono troppo frammentati, e, soprattutto, va garantita una tenuta di lungo termine a politiche simili, evitando bonus effimeri che risultano poco credibili per gli stessi potenziali destinatari. E, dunque, inefficaci.

Siete ottimisti?
Il tema va affrontato subito. Il numero di figli per donna oggi in Italia si ferma a 1,32, ben distante dai 2,1 figli per donna che assicurano lo stato stazionario di una popolazione. Come scrivo con il professor Golini non sarà certo la lezione di un demografo, con le sue statistiche allarmanti o le sue proiezioni pur dettagliate e precise, a spingere una coppia a fare un figlio o un figlio in più. Quel che una classe dirigente – non solo politica – ha il dovere di fare, però, è non negare l’esistenza di un problema, ma discuterlo pubblicamente in tutte le sue sfaccettature. Se si riaffermerà la convinzione che un figlio non è soltanto un fatto individuale ma è – dal punto di vista razionale – un bene collettivo positivo, potremo essere fiduciosi. Da un simile atteggiamento delle nostre élite, discenderebbero politiche pubbliche e comportamenti personali più favorevoli alla natalità e a un invecchiamento attivo.

                                                                                                                                                           Cinzia Ficco

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