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Sbagliando (al potere), si può imparare. Gli errori di chi governa (e i rimedi) in un libro di Luciano Violante

E’ dedicato al leader che sbaglia e non ha il coraggio di scendere a compromessi, il nuovo libro di Luciano Violante.

Si intitola Insegna Creonte, è stato pubblicato dal Mulino e si concentra su quegli errori che un uomo di potere non dovrebbe mai commettere.

Partendo dal conflitto fra Antigone e il re di Tebe,  creando parallelismi con vicende della storia contemporanea, vissute da magistrato e parlamentare, l’autore, dal 2019 alla guida della Fondazione Leonardo Civiltà delle macchine, descrive sia gli inciampi, sia i tentativi di compromesso che molti uomini di governo sono stati capaci di regalare, assicurando destini di pace e prosperità, altrimenti impensabili.

Chi è al governo, secondo l’ex docente di Diritto e Procedura Penale, non deve sopravvalutarsi, arroccarsi sulle proprie posizioni, ma scendere a patti, sforzarsi di ricomporre conflitti, creare un nuovo ordine in caso di disordine e resistenza, spiegare con pacatezza i propri no, senza avere paura di perdere in qualche modo anche quote di sovranità. La democrazia, si sa, non è pacifica, non è “irenca”, ma chi si trova in posizioni di comando deve governare, non portare sino alle estreme conseguenze le rotture. E’ chiamato, cioè, a mediare.

Come disse Joseph Ratzinger in un discorso a Bonn del 1981: Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

Certo, non tutti i compromessi sono buoni e alcuni sono anticamera di corruzione, ma perfino lo stesso scrittore, Amos Oz, in un piccolo libro, intitolato Contro il fanatismo, spiega: Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Una lezione per i tempi che viviamo in cui ci si illude di non sprofondare nella paura e nell’insicurezza, fumando l’oppio dell’intransigenza e sputando odio.

“Creonte nel suo contrasto con sua nipote Antigone – scrive l’ex presidente della Commissione Antimafia ed ex Presidente della Camera dei deputati – non si sforza di comprendere, non cerca di suscitare una opposta emozione, ribadisce con arroganza che la legittimità del decreto sta nel suo potere. Avrebbe dovuto animare un sentimento più forte, ad esempio, richiamando i pericoli che la città ha corso per colpa di Polinice e che sono stati sventati  per merito di Eteocle: il saccheggio, la  distruzione, le donne portate via come schiave. Non pensa a questa possibilità perché, come tutti i despoti, va allo scontro con la presunzione di vincerlo.  Creonte sbaglia perché non si cura di arrivare al cuore del popolo, anzi, gli si contrappone, certo come è di essere superiore al popolo e di non aver bisogno del suo apprezzamento. La narrazione di Creonte racconta un ordine e un potere che sono solo suoi, che rispecchiano solo se stesso. Troppo sicuro delle sue ragioni, Creonte non pensa a mediazioni e respinge l’invito a riflettere che viene dal figlio, promesso sposo ad Antigone, dal popolo, dall’indovino Tiresia. Antigone e Creonte sono vittime della propria ostinazione, ma per Creonte, che è il sovrano, la colpa è più grave perché è il potere che deve alimentarsi  della consapevolezza del limite”.

Ma perché scrivere un libro sugli errori? E’ una sorta di confessione, e quindi una richiesta implicita di assoluzione? “L’ho scritto – risponde – perché nella tragedia di Sofocle c’è la tragedia di un uomo di governo che ha ragione, ma perde perché sbaglia nell’esercizio del suo potere. In politica non è raro. Ho certamente commesso errori nella mia vita politica. Ma le assoluzioni che contano per i propri errori vengono solo dalla propria coscienza. E poi l’errore in tutte le sue sfaccettature mi ha sempre interessato, come terreno di caduta della persona, ma anche di sua possibile riabilitazione”.

Comprendere di aver sbagliato serve a non farsi schiacciare dagli errori e continuare ad andare avanti. Anche più forti. A pagina 94 si ricorda il Churchill che in una riunione di gabinetto durante la tragedia del 28 maggio del ’40 disse: Naturalmente, qualunque cosa accade a Dunkerque, noi continueremo a combattere. La straordinaria resistenza dell’Inghilterra si deve anche al coraggio e alla chiarezza di Sir Winston

E di esempi sulla capacità di dare o meno la giusta direzione ad uno scontro nelle 160 pagine del libro, ce ne sono tanti, tratti dalla lunga esperienza politica di Violante: Dal dopo Moro alla fine della Guerra fredda, da Tangentopoli a Maastricht, dai crimini dei terrorismi alle stragi di mafia, dalla scomparsa di un intero ceto politico all’affermazione di politici del tutto nuovi.

Si racconta di quando Giorgio Napolitano, che sarebbe poi diventato Presidente della Repubblica, chiese nel 1982 scusa in Aula alla Dc e al ministro Scotti, in seguito ad un articolo dell’Unità – guidata all’epoca da Claudio Petruccioli – che indicava l’allora ministro diccì come l’uomo che aveva trattato per conto della Dc la liberazione  dell’assessore regionale democristiano, Ciro Cirillo. Si citano l’Aldo Moro degli anni Settanta e il suo atteggiamento mirato a non provocare uno scontro perdente dopo lo scandalo Lockheed. E ancora, il Moro della persuasione anche durante la prigionia, anche se suoi carcerieri gli sfuggirono, uccidendolo.

Intenso anche il ricordo di Giorgio Almirante, segretario del Msi, erede del partito nazionale fascista, che rese omaggio alla salma di Enrico Berlinguer, inserito nel capitolo Saper dirigere. Ad accoglierlo e a tendergli la mano fu Giancarlo Pajetta, il comandante partigiano Nullo, condannato per attività antifascista a due anni di reclusione, quando aveva 16 anni e a 21 anni quando ne aveva 22, uscito dal carcere nel ’43, dopo dieci anni.

Altrettanto commovente e narrato alla fine del libro, è il dialogo di Violante, giudice istruttore a Torino, con un sacerdote in tonaca, con tanti capelli bianchi un po’ arruffati sulla consapevolezza del peccato originale che colpisce anche chi giudica

Nelle belle pagine si incontrano anche il De Gasperi – presidente democristiano del Consiglio, all’epoca della cosiddetta legge truffa, il Craxi della vicenda Sigonella o quello che ricorda i combattenti di Machiavelli. Persino il Tareq Aziz, l’ex vice di Saddam Hussein, intellettuale cattolico, che – scrive Violante – forse nel 2000 a Roma quando ero presidente della Camera, mi dimostrò che il suo Paese non stava costruendo armi nucleari. La guerra in Iraq è stato un tragico errore. Chi chiederà mai al presidente George W. Bush il conto per i 130 mila civili uccisi nella seconda guerra del Golfo, nata dalla falsa notizia che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa?

E con una capriola all’indietro, nella stessa pagina, l’autore scrive: Chi  chiese mai ai capi politici e militari dell’Italia monarchica il conto del voltafaccia alla vigilia della prima guerra mondiale quando abbandonarono  repentinamente il patto con la Germania per allearsi con l’Inghilterra?

Proseguendo sino all’attualità e facendosi guidare dall’ ossessione per il potere che, in quanto autocelebrativo, divora se stesso, l’ex deputato scova altri momenti in Italia e all’estero in cui si sono aperti conflitti che non si è stati capaci di governare, si sono sopravvalutate le proprie capacità, ci si è arroccati nell’arroganza, illusi dal proprio senso di onnipotenza.

Si arriva ai giorni della pandemia. In Ungheria, il primo ministro Orban, che incarna pienamente un Creonte moderno, ha approfittato del coronavirus per farsi attribuire dal parlamento, il 30 marzo 2020, i pieni poteri a tempo indeterminato in forza dei quali ha emanato 180 decreti molti contro il dissenso politico. Poi a giugno è stata approvata una nuova legge che revoca la precedente, ma non i 180 decreti e stabilisce che il presidente può proclamare lo stato di emergenza senza bisogno del voto del Parlamento.

A questo punto la curiosità sugli errori dei nostri politici viene spontanea. L’errore più grossolano dell’ex presidente Giuseppe Conte? “Non credo che il presidente Conte abbia fatto errori grossolani”.

E la mossa del senatore Matteo Renzi (il ritiro dei due ex ministri e dell’ex sottosegretario di Italia viva), vista in tanti agli inizi come un grave errore perché avrebbe aperto una crisi al buio e che, invece, ha traghettato al Governo un uomo come Mario Draghi e al Ministero della Giustizia, Marta Cartabia, potremmo definirla un inciampo quasi benedetto?  

I fatti politici si giudicano dai risultati. Sinora il risultato sembra buono. Per la responsabilità del Ministero della Giustizia non si poteva fare scelta migliore. Sul programma annunciato da Mario Draghi nei discorsi a Camera e Senato per la fiducia, relativi alla Giustizia, lasciamo lavorare il Governo e tra un po’ potremo valutare. Mi chiede se sia il caso di rivedere il reato di abuso d’ufficio? Coloro che esercitano funzioni pubbliche si dividono in due categorie: quelli che hanno avuto un avviso di garanzia per abuso e quelli che l’avranno. Occorre riscrivere quella norma, punendo le violazioni effettive non quelle presunte”.

Arriviamo ai suoi errori: Ritiene di averne fatti più da magistrato o da parlamentare? “Della mia vita da magistrato non parlo. E’, comunque, particolarmente facile sbagliare quando si esercita un potere, piccolo o grande. E il libro che ho scritto non è tanto un invito a non sbagliare, quanto solo una riflessione sugli errori più frequenti”.

Un errore da parte del magistrato Palamara aver pubblicato un libro con Sallusti? “Non mi sono posto il problema”.

Quanto i media inducono i politici in errore? “Molto. I Tweet moltissimo”. Un errore l’intergruppo Pd- 5s- Leu, un errore allearsi in modo strutturale con chi ha attaccato lo Stato di diritto, espelle chi è in disaccordo o un errore pensare che una forza politica non possa evolversi nel tempo? “E’ una esperienza che ha riguardato solo il Senato e quindi molto limitata. Fare politica non significa guardarsi allo specchio. Significa spostare forze.  Se il M5S ha acquisito consapevolezza delle responsabilità che competono a una forza politica, questo è positivo per la democrazia”.

E’ presidente della Fondazione Leonardo, ma anche uomo del Sud: cosa si aspetta per il Mezzogiorno, più infrastrutture materiali o immateriali? E se materiali, Alta Velocità o reti ferroviarie moderne? “Alta Velocità, 5G e senso di responsabilità di tutti i cittadini. Lo sviluppo si conquista giorno dopo giorno, anche con l’impegno dei cittadini. Non scende dall’alto come la pioggia”.

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Written by Cinzia Ficco

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