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Sanità in Calabria: Grazie a Gino Strada. Ma abbiano bisogno di un civil servant per il post Covid. Parla l’economista Katia Stancato

L’arresto del Presidente del Consiglio regionale, la farsa dei tre commissari, la zona rossa per l’inadeguatezza del sistema sanitario e non per i numeri Covid19, un disavanzo di 160, 6 mln di euro, un commissariamento che dura da 11 anni e nessun esito positivo, 18 ospedali chiusi. Non è il momento delle polemiche, certo, ma quello di cercare una soluzione all’emergenza. Però, quando la pandemia sarà finita, qualcuno dovrà renderne conto. Non siamo giudici, ma a questo punto la domanda sorge spontanea: di chi è la maggior parte delle responsabilità di quello che sta avvenendo in Calabria?  Aveva ragione Jole Santelli, ex presidente della Giunta regionale, che, un mese prima di morire, aveva scritto al Presidente Conte perché i calabresi si gestissero in autonomia, mal tollerando il commissario? E che peso ha la politica locale?

L’abbiamo chiesto a Katia Stancato, economista sociale, esperta di microcredito e finanza etica, a lungo rappresentante della cooperazione e del Terzo settore della Calabria, che spesso interviene nel dibattito pubblico della sua terra.

“Non siamo giudici – è vero – replica – Ma non siamo nemmeno vittime silenziose. Anzi, abbiamo il dovere morale di non esserlo. Il silenzio spesso può essere voce del verbo accettare. E non possiamo farlo, non possiamo guardare con espressione rassegnata l’ulteriore deterioramento delle condizioni del sistema sanitario calabrese, arrivato già allo stremo alla prova più dura, la pandemia. La denuncia, quindi, è il nostro compito e per questo sono intervenuta nel dibattito pubblico. Desidero farmi voce di chi non ce l’ha, per entrare nel coro dei calabresi che non accettano il danno e la beffa insieme. Però, responsabilità individuali non posso attribuirne, perché non dispongo degli elementi concreti per fare nomi e cognomi. Ho, però, la testa e le mani per cercare dati, navigare nel sito del Ministero della Salute, per guardare i numeri e notare come il commissariamento non abbia prodotto esiti positivi. Eppure, come altri hanno sostenuto e sostengono, non credo che dobbiamo fare leva per forza su competenze locali per aiutare i calabresi, o meglio: non solo. Portiamo qui il nome migliore che ci sia per l’attuazione di un piano anti-Covid adeguato,  per la gestione dell’emergenza, ma anche e soprattutto per restare a lavorare dopo che i riflettori saranno puntati altrove, quando il Covid non aprirà i titoli dei nostri giornali. Noi calabresi non chiediamo la luna, ma di stare con i piedi per terra per percorrere un lungo cammino verso una sanità all’altezza delle persone. 

Da calabrese hai sentito come un’offesa la scusa trovata dall’ex Rettore della Sapienza, Gaudio? Sarà stato solo un pretesto?

Non so se la motivazione addotta da Eugenio Gaudio per rinunciare alla nomina di commissario sia una scusa o meno. Magari la signora davvero preferiva restare a prendere il tè nel salotto di casa propria, figuriamoci. Certo, la gaffe è stata notevole. Il primo a sentirsi offeso da questa mancanza di senso della realtà dovrebbe essere proprio Gaudio stesso. La vicenda mi pare paradossale, non posso prendermela perché non ho intenzione di considerarla degna di ulteriore attenzione. 

Cosa pensi della possibile soluzione Strada? In questo momento di emergenza serve l’uomo simbolo o qualcuno che riorganizzi il sistema sanitario? E chi potrebbe essere? Circolano i nomi dell’ex ufficiale,  Federico D’Andrea, ex Mani pulite e del prefetto Paolo Tronca.

A Gino Strada va rivolto un grazie di cuore personale e pubblico perché finalmente ho sentito nelle sue parole un senso di serietà e l’attenzione che il problema merita. Strada sarà sicuramente l’uomo giusto per il compito assegnato: supportare la Protezione Civile nella gestione dell’emergenza. Non è il simbolo che mi preoccupa  – talvolta chi diventa un uomo simbolo è perché lo merita – ma il fatto che il problema calabrese non riguarda solo gli ospedali da campo, gli Hotel Covid o i triage, ma il modo in cui si fanno gli acquisti di materiale sanitario, si progetta la medicina del territorio e come si distribuiscono le risorse. Ecco: oltre il COVID, il tema della sanità calabrese ha radici profonde nel tempo ed è capillare nello spazio. Non riguarda un ospedale, una città. Bisogna nominare con urgenza un manager responsabile e capace, un civil servant: un servitore della comunità. In Italia i curriculum eccellenti ci sono e sono tanti. Abbiamo tante persone  che hanno operato e operano con dignitosa sobrietà. 

Che aspettative hai e soprattutto qual è lo stato d’animo dei calabresi in questo momento? Tra accuse, qualche mea culpa sentono di farlo o no?  

Il mio stato d’animo emerge dalle parole che uso: sono delusa, sfiancata, ma sotto la coltre della stanchezza sento le scintille di un fuoco acceso. Fatto di un grande orgoglio e volontà di riscatto. Sentimenti che ritrovo nei commenti scambiati con le tante persone che ogni giorno incontro, sia nel mio ruolo di amministratore locale sia per il mio impegno nell’ambito della finanza, microcredito e della consulenza alle microimprese. Parlo con piccoli imprenditori, con chi gestisce un’attività, con chi vorrebbe aprire il proprio negozio: tutte persone concrete, con i piedi per terra, disposte in questo momento straordinario a compiere sacrifici grandi. Sono portatori di uno spirito diverso da quello della rassegnazione con cui spesso sono descritti con un bel carico di retorica i cittadini calabresi. Non si è colpevoli per nascita, mai. Non abbiamo un difetto d’origine. Se ragionassimo al contrario, allora, davvero dalla narrazione degli ultimi non usciremmo più. E sarebbe un danno troppo grande. La mia aspettativa, allora, è sgombrare il campo dalla retorica per agire con velocità e chiarezza. Nella nuova nomina non bisogna guardare in faccia nessuno, se non i cittadini della Calabria.

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