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Nicoletta: “E qualcosa rimane … del mio sogno!"

Scrittrice. E’ diventata una scrittrice e ne è fiera. Le piace gridarlo alla sua famiglia e a se stessa. Era il suo sogno da bambina. Ci sperava, ma non era affatto sicura che un giorno ci sarebbe riuscita e con una casa editrice blasonata.

Il suo libro “E qualcosa rimane”, che ha scritto in treno e quando i suoi bimbi schiacciavano dei pisolini al mare, le sta regalando tante soddisfazioni. Scriverlo, vedremo, non è stato facile. Ma Nicoletta Bortolotti, svizzera, è tosta, ce l’ha messa tutta e ora è pronta per festeggiare insieme con la sua famiglia. “L’evento – sorride e dice orgogliosa-  merita”.

 Dunque, dopo l’uscita di “E qualcosa rimane” potrà finalmente dire che fa la scrittrice.

Sì. Mi piace rispondere di sì a questa domanda, perché in passato ho sempre avuto difficoltà a pensarmi come una scrittrice. Io.. scrittrice? Sì, va be’, mi dicevo, sono madre, redattrice, pendolare, moglie e mi piace anche scrivere. Invece, oggi, posso affermare prima di tutto con me stessa, sì, a tutti gli effetti mi sento una scrittrice.

Cos’è la scrittura per lei?

Quasi una terapia. Scrivere mi fa stare bene, mi fa sentire viva, a casa, in contatto con le mie parti più autentiche. Inoltre, quando scrivi, trasferisci su altri personaggi, conflitti o problemi che a te sembrano irrisolvibili, che magari ti trascini dentro da anni senza mai trovare una soluzione. E, invece, i tuoi personaggi ti indicano strategie nuove, sentieri laterali a cui non avevi pensato. Talvolta ci ridono pure sopra, e in questo caso il riso non scaturisce da un atteggiamento superficiale, ma da un modo intelligente di integrare i drammi nella propria vita.

È sempre stato il suo sogno?

Sempre. A casa dei miei avevamo una grande libreria con più di mille volumi, di genere diversissimo, perché mio padre e, soprattutto, mia madre erano lettori onnivori e senza pregiudizi culturali. Ogni tanto guardavo il dorso ingiallito delle edizioni economiche e immaginavo come sarebbe stato bello se un giorno, su quei dorsi, avessi visto stampato anche il mio nome.

Quando e come ha iniziato?

Ho scritto poesie, interi quaderni di poesie, come una specie di diario che mi ha accompagnato dall’adolescenza alla giovinezza. Qualche racconto ogni tanto. Poi non ho più scritto nulla per circa dieci anni. Può sembrare strano, ma ho ripreso quando sono stata in maternità. Ero a casa dal lavoro ed era come se quel tempo dedicato al bambino che stava crescendo dentro di me fosse un tempo dedicato anche a me stessa. Un’occasione per fermarmi, per capire chi ero e cosa volevo fare. Stava nascendo mio figlio e stavo nascendo anch’io. Talvolta sono i bambini a far diventare grandi i genitori. L’energia creatrice che scaturiva dal diventare madre illuminava inaspettatamente molti altri aspetti della mia vita. Non a caso, il mio primo libro, umoristico, uscito per Baldini & Castoldi Dalai, s’intitolava Neomamme allo stato brado. Poi ci sono stati alti e bassi, scrivere è anche una strada in salita, difficile, non è tutto rose e fiori… Bisogna avere tanta fiducia, resistere ai rifiuti e ai momenti di deserto, in cui sembra che non accada niente. Bisogna sentire dentro che, comunque vadano le cose, scrivere è quello che vuoi fare, che ti piace fare, che appartiene a te, a prescindere dagli applausi o delle critiche.

Quanto è stato difficile, faticoso realizzare questo sogno?

All’inizio mandavo i miei scritti a pioggia, come fanno in tanti, e, dopo una valanga di rifiuti, mi telefonò un giorno Cristina Lupoli, della Baldini & Castoldi, per comunicarmi che nel mucchio dei manoscritti impilati sulla sua scrivania, le era capitato sottomano il mio e l’aveva fatta ridere. Questo per dire che le proposte vengono lette anche all’interno di una grande casa editrice… Forse più che lo sforzo o la difficoltà, che non dovrebbero essere pesanti, visto che scrivere è soprattutto un piacere, quello che conta è la pazienza. Ci può volere molto tempo prima di realizzare il proprio sogno, la strada può essere lunga e, intanto, bisogna divertirsi. È importante non dimenticare di vivere, amare, fermarsi e cogliere la fragolina sul sentiero mentre si sta scalando la montagna. Accanendosi troppo sull’obiettivo e, magari, pensando con rabbia e vittimismo che sono gli altri a rifiutarci e a non capire il nostro valore, ci si amareggia l’esistenza e non si ottiene nulla. Occorre provare e riprovare, essere tenaci, migliorare sempre la qualità della propria scrittura.

Chi l’ ha incoraggiata?

Mia madre e mio padre. E le persone che di volta in volta mi hanno spronato a continuare, quando pensavo, basta, adesso mollo tutto…

Chi, invece, l’ha ostacolata?

Me stessa. E poi i rifiuti, le porte chiuse.

Quando scrive? So che le piace farlo alle 5 del mattino e spesso in treno. Come mai?

Lavoro nella redazione ragazzi della Mondadori, un lavoro bellissimo e creativo, ma che richiede grande concentrazione. La sede di Segrate è a un’ora e mezzo di distanza da dove abito. Per questo ogni giorno prendo il treno. Nel tempo libero faccio la mamma. Lei mi chiederà: ma dove lo trova il tempo per scrivere? Risposta: al mattino presto, a volte punto la sveglia prima di andare al lavoro. Oppure sul treno. Perché buttare via tre ore di viaggio al giorno che per la scrittura sono un tempo preziosissimo? Non sono neanche di quelle che hanno bisogno del silenzio assoluto per concentrarmi, perché ho sempre studiato e lavorato in un’allegra baraonda. Sembra paradossale affermarlo, ma sono quasi contenta di essere pendolare, anche se noi pendolari ci lamentiamo sempre! Se non avessi questo viaggio da fare, questo tempo forzato da dedicare a me stessa, in cui poter leggere, ascoltare musica, chiacchierare, sfogliare riviste di gossip (mica bisogna sempre essere pesanti!) e scrivere, quando scriverei?

Chissà come saranno intense le sue giornate!

Gliele racconto con un brano tratto dal Filo di Cloe, il mio precedente romanzo che è la storia della famiglia Mulinonero, alle prese con il precariato e la disoccupazione, il cui padre perde il lavoro quando nasce la seconda figlia. La voce narrante è quella di Cloe, la bambina appena nata. Su YouTube c’è un video tratto da questo libro.

“Mia madre, in punta di piedi, entra in camera nostra come in un santuario, ci osserva, ci copre e ci annusa. Aspira un po’ di polvere magica per cominciare la giornata. Poi corre a prendere il treno, poi corre al lavoro e progetta palazzi di vento perché ha un contratto a progetto, poi ri-corre a prendere il treno, e la sera deve elencare a GD tutte le fermate e guai se sbaglia l’ordine o se ne dimentica una (…) Qualche volta intrecciamo i nostri respiri. Qualche volta i piedi a vongola di mia madre e quelli a nodo semplice di mio padre si muovono come paguri nel mare buio delle lenzuola, si sfiorano e strofinano le loro chele.”

La scrittura: una terapia non solo per lei. Ci sono stati momenti in cui i suoi libri hanno salvato in qualche modo la sua famiglia. E’ così?

Mio marito è stato messo in mobilità quando era appena nata la nostra seconda figlia e io avevo un contratto a progetto. In questo senso Il filo di Cloe è un romanzo molto autobiografico. È stata dura perché mi sono ritrovata con due figli piccoli, di cui una neonata, a dover, per un periodo, mantenere la famiglia. Con le mani lavoravo al computer e con un piede cullavo la piccola Sara nella sua cestina… Mio marito era molto depresso e chi non ha provato cosa vuol dire perdere il lavoro avendo dei bambini, non può capire la spirale infernale in cui precipita una famiglia. Non solo per le preoccupazioni materiali che riguardano il come sopravvivere, ma anche per la tensione psicologica. Ci sono voluti tanto tempo e tanta pazienza per risollevarci, ma alla fine, mio marito che è tecnico informatico ha aperto la partita Iva e piano piano i clienti sono arrivati. Io ho trovato stabilità nel lavoro di redazione. In quel periodo nero ci ha sostenuti una grande solidarietà di coppia e questa frase samurai: “Non giudicare la tua giornata da quello che hai raccolto, ma da quello che hai seminato.”

Com’è cambiata la sua scrittura  in quel periodo?

Scrivere mi dava gioia, era uno spazio vitale, dove i problemi rimanevano fuori dalla porta. O dalla tastiera.

Come nasce E qualcosa rimane? Cosa rappresenta?

Il libro nasce da un’immagine, quella di due letti a castello: uno sfatto e disordinato e uno tutto precisino, ma solo in apparenza. In quest’immagine c’erano già i personaggi di due sorelle molto diverse fra loro, Viola e Margherita, e in realtà molto simili. La trama è inventata, di fantasia, ma qualche episodio autobiografico c’è. quella di Margherita, rispecchia abbastanza quello che sono e che vivo quotidianamente. Il personaggio di Viola, invece, è più romanzato. La cosa buffa è che i lettori scambiano per autobiografici molti accadimenti che invece non lo sono, quasi volessero che fosse tutto vero…

Quanto ci ha messo per scriverlo?

Circa un anno. E un altro anno per riscriverlo, supportata da due persone di grande valore e sensibilità letteraria: Monica Malatesta, dell’agenzia letteraria di Piergiorgio Nicolazzini, e Giulia de Biase, editor alla Sperling & Kupfer.

Quali sono state le difficoltà più grandi nella stesura del libro, dovendo badare al lavoro e alla sua famiglia?

Il fatto di scrivere nei ritagli di tempo. Da un lato, questo aiuta a essere più veloci e disciplinati, dall’altro, però, costringere a interrompere la concentrazione e spesso fa “perdere il filo”. Fra l’altro, ho scritto E qualcosa rimane in parte al mare, quando i bambini facevano il pisolino, e in contemporanea con un piccolo romanzo per ragazzi tratto dal videogioco di Giulia Passione. Un pomeriggio andavo avanti con Giulia, quello successivo con il mio romanzo. Sono anche autrice per ragazzi, per Mondadori, soprattutto come ghost writer.

Di cosa ha bisogno per scrivere?

Scrivo un po’ a mano su un taccuino moleskine o su un normale quaderno e un po’ sul computerino portatile.

Ritiene di aver realizzato un sogno, visto che ha pubblicato con una casa editrice blasonata? Ha già in mente altro?

Sono molto contenta di aver pubblicato per Sperling & Kupfer, perché è una casa editrice in continua crescita, con un catalogo di grande qualità che migliora negli anni, come un buon vino. Ho in mente un romanzo su un tema difficile che spero di riuscire a narrare dall’angolazione giusta…

Tre aggettivi che vorrebbe la critica usasse per il suo libro?

Le dico gli aggettivi che più di frequente hanno usato i lettori: emozionante, commovente, intenso. E, se me ne permetti un quarto, divertente.

Il commento che l’ha colpita di più dei suoi lettori?

“E qualcosa rimane” è un libro che ti attraversa l’anima. Te la accarezza, te la scuote, te la coccola.

Si, è un libro che ti coccola l’anima.

Un’ esplosione di sentimenti, di battiti di cuore, di brividi.

Una storia familiare, rapporti che si interrompono senza interrompersi mai. Legami indistruttibili, nonostante tutto. Di Barbara Villa Mastropierro

A chi è rivolto questo libro?

Pensavo che fosse rivolto soprattutto a un pubblico femminile, diciamo fra i trenta e i sessant’anni, invece ho ricevuto pareri molto positivi anche da uomini.

Cosa le manca ora?

Un viaggio con la mia famiglia, per festeggiare.

Quanto si sente tosta?

La mia vita non è stata sempre lineare, ma è proceduta a balzi, cadute, risalite. Parrebbe più un paesaggio di montagna che di pianura. Ho attraversato un po’ di sofferenza. E alla fine penso, come sostiene anche la psicologa Mara Sciorra, che il vero ottimismo non sia dirsi “va tutto bene”, ma, di fronte a un problema, poter affermare con coraggio e determinazione “ok, me ne posso occupare”. Questa è forse la conquista più tosta della maturità. Dei fatidici quarant’anni. Perché, gli aquiloni si alzano in volo controvento.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

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