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Oscar La Rosa: fare Economia carceraria conviene ad imprenditori e detenuti

Una tesi di laurea su: lavoro in carcere e recidiva per la Facoltà di Scienze Politiche alla Luiss, il volontariato con persone in esecuzione penale e alla fine un progetto, che è diventato la sua occupazione, ma anche l’occasione di riscatto per alcuni detenuti. 

Così a giugno 2018 è nata Economia carceraria, https://www.economiacarceraria.it/home,  un’impresa che intende promuovere e distribuire produzioni artigianali realizzate in carcere. 

Ad avviarlo, è stato Oscar La Rosa, romano, 32 anni, dopo la laurea e un’esperienza lavorativa come direttore commerciale del birrificio Vale la pena https://www.valelapena.it/cortesia.

“Ho dato vita ad Economia carceraria – ci racconta Oscar – dopo aver organizzato con Paolo Strano, presidente della onlus Semi di libertà, il primo Festival Nazionale dell’Economia Carceraria a Roma il 2 giugno 2018. In quell’occasione abbiamo invitato circa cinquanta cooperative per esporre e vendere a Roma i propri prodotti. Hanno partecipato al festival venti cooperative e in quel momento abbiamo capito quanto sia importante fare rete e presentarsi insieme al grande pubblico.  Dopo circa un anno abbiamo replicato il format alla manifestazione “Fa’ la cosa giusta”, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, che si è tenuto a Bastia Umbra, nel Perugino dal 15 al 17 novembre scorsi. Siamo riusciti ad attirare l’interesse di molti grazie ad uno stand di quasi 100 metri quadrati e un programma ricco di presentazioni, degustazioni e approfondimenti sul tema del lavoro in carcere. Questo appuntamento è stato anche l’esordio per due nuove cooperative: ThC https://www.coopthc.org/i-nostri-prodotti/  e Orto, che producono rispettivamente miele nel carcere di Massa Marittima e germogli nel carcere di Viterbo”.

Per realizzare questo progetto, Oscar ha investito 20 mila euro grazie ad un microcredito della Banca Unicredit. Ha così potuto creare una rete logistica, far diventare Economia carceraria una società e aprire un pub a Roma, punto di smercio dei prodotti provenienti dalle cooperative e dall’impresa. 

“I prodotti, che possono essere birra, miele, pasta, cioccolata, sono intanto buoni – tiene a precisare Oscar – lavorati con tempi lunghi perché i detenuti non hanno fretta, ipercontrollati perché vengono realizzati sotto l’occhio vigile dell’amministrazione penitenziaria e hanno un alto impatto sociale. Le stime lo dicono: il lavoro in carcere abbatte parecchio la recidiva. I detenuti che lavorano imparano un mestiere, si responsabilizzano, apprendono tempi e regole del lavoro e una volta usciti dal carcere sono cittadini migliori. Chi ha la fortuna di avere un datore di lavoro esterno al carcere, può fare affidamento su uno stipendio, contribuire alle spese di mantenimento in carcere e in alcuni casi sostenere la famiglia che ha lasciato fuori”.

Fare impresa in carcere conviene anche agli imprenditori. Come ci ricorda Oscar, esiste la legge Smuraglia, che prevede una serie di agevolazioni per chi assume persone detenute. https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_3_4_4.page.

Nei primi mesi del prossimo anno Economia carceraria e l’associazione Reoassunto- aggiunge – proprio per far conoscere meglio i contenuti di questa legge, stamperanno materiale informativo, che sarà una guida sia per le aziende che per i carcerati. E’ necessaria una maggiore attività di sensibilizzazione su questo aspetto. E questo perché, nonostante l’ordinamento penitenziario preveda che si assicuri il lavoro ad ogni detenuto, solo il 30 per cento riesce ad accedervi. Oltre 43 mila reclusi non lavorano. Tra i 17 mila detenuti impiegati solo 2500 sono inseriti in un contesto produttivo alle dipendenze di un datore di lavoro che non sia l’amministrazione penitenziaria.

In futuro? Vorrei avere altre adesioni al progetto, ma soprattutto vedere più detenuti a lavoro, un maggiore impegno di imprenditori e istituzioni a trasformare il carcere in un luogo davvero riabilitativo. Come prevede la Costituzione”.    

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