Produrre e vendere nel nostro Paese due piante esotiche: l’amaranto e la quinoa. Magari con un marchio toscano.
E’ la sfida di Paolo Casini,
fiorentino, classe 1956, Professore associato presso il Dipartimento di Scienze delle Produzioni Agroalimentari e dell’Ambiente dell’Università di Firenze che, di questi pseudocereali, ha cominciato ad interessarsi nel 1999. “Quasi diciotto anni fa – racconta – mi trovavo in America Latina per un progetto di cooperazione del nostro Ministero per gli Affari Esteri ed ebbi l’occasione di osservare da vicino queste piante, che già conoscevo. Nella zona andina è più diffusa la quinoa, mentre, nelle aree più a valle ed in Centro America, prevale l’amaranto. Soprattutto nei Paesi andini, con la quinoa si nutrono bambini e anziani, si sfruttano le sue eccezionali proprietà nutritive simili a quelle dei cereali veri e propri. Per alcuni aspetti sono superiori. Alludo al contenuto di proteine (in media 18%) e di lisina, un aminoacido.
Perché si parla di pseudocereali?
Perché non appartengono alla stessa famiglia botanica di frumento, mais, riso, orzo, ma sono simili per le loro caratteristiche nutrizionali per certi aspetti anche superiori tanto che vengono indicati anche come superfood. E’ proprio questo aspetto che mi ha portato ad occuparmene e a cercare di introdurre la loro coltivazione in Italia, dopo aver selezionato le varietà più adatte al nostro clima. L’anno successivo a quel viaggio fui nominato responsabile nazionale del progetto coordinato dalla FAO, American and European Test of Quinoa (Chenopodium quinoa). È stato in questo contesto che ho potuto lavorare per la prima volta in campo sulla quinoa, pianta in quel momento sconosciuta in Italia. In quel periodo c’era anche la collaborazione dell’allora ARSIA della Regione Toscana presso la sua azienda di Cesa, in provincia di Arezzo.
Cosa è successo poi?
Per due anni furono valutate venticinque varietà di diversa provenienza, delle quali tre o quattro avevano dimostrato di adattarsi alle nostre condizioni con produzioni di seme interessanti dal punto di vista economico. I risultati furono pubblicati, ma, nonostante i miei sforzi, non riuscii a trovare finanziatori pubblici o privati che potessero sostenere la ricerca. E così, accantonai i miei studi, i semi e le selezioni di varietà che avevo avviato e che non ho potuto mantenere, cioè riprodurre in campo. Persi, in pratica, tutto il lavoro svolto.
Ma ci ha riprovato?
Sei anni fa decisi di iniziare a lavorare sull’amaranto. Nel frattempo cominciava ad imporsi sui nostri mercati la quinoa. Attraverso le notizie presenti in rete sul lavoro svolto nel 1999-2000, sono stato contattato da molte persone per avere informazioni e per cercare del seme per effettuare alcune prove. Ho capito che su queste specie cominciava ad esserci molta attenzione e che quindi c’era un mercato tutto da conquistare. Ripresi le mie ricerche sulla quinoa e continuai con gli studi sull’amaranto. Oggi per quanto riguarda l’amaranto siamo già nella fase di trasferimento in pieno campo.
Cioè?
Alcuni agricoltori del Grossetano e dell’Aretino semineranno già da quest’anno qualche decina di ettari in regime di agricoltura biologica. La produzione di seme sarà ritirata da una ditta che vende prodotti a base di pseudocereali, idonei all’alimentazione dei celiaci poiché privi di glutine. In questa prima fase l’Ateneo fiorentino guiderà gli agricoltori. Infatti, su una parte della superficie destinata a questa coltura, sarà seminata la nostra selezione di amaranto, risultato della ricerca, che abbiamo chiamato “Amaranta”.
Perché Amaranta?
Il nome è legato all’origine latino-americana della pianta. Ci siamo ispirati ad uno dei romanzi più noti della letteratura di questo continente: “Cent’anni di solitudine” (1967) di Gabriel Garcia Màrquez, nel quale uno dei personaggi porta, appunto, il nome di “Amaranta”. Dopo le esperienze condotte in pieno campo, io e il mio collega, Felice La Rocca, abbiamo scritto un libro, una sorta di guida per gli agricoltori che vorranno accostarsi a questa nuova coltura. Si intitola: “Amaranto: manuale per la coltivazione” (edito da LoGisma, 2015).
E per la quinoa?
Per questa pianta, purtroppo, abbiamo dovuto iniziare daccapo il percorso della sperimentazione. Stiamo selezionando, all’interno di circa trenta varietà, alcune linee interessanti per il nostro ambiente. Nonostante le decine di iniziative che riguardano la quinoa, alcune nate dal nulla, nessuno è in grado di fornire materiale genetico sufficientemente sperimentato e in grado di fornire stabili e soddisfacenti rese in seme. Anche l’introduzione di varietà selezionate dal Nord-Europa non ha sortito buoni risultati. In questo settore ci vogliono tempo, competenza e pazienza. Non è neanche facile accedere ai finanziamenti. Eppure, di fronte ad un mercato interno in forte espansione, interessato a questa specie, in cui è massiccia l’importazione, ci sarebbe bisogno di promuovere la ricerca. Trovare accordi di ricerca col privato, poi, da noi non è così facile come in altri Paesi e le poche risorse istituzionali sono drenate da “lobby”. Il risultato è che, mentre Paesi a noi vicini come Repubblica Ceca e Ucraina, sono ormai sul mercato da tempo con prodotti coltivati sul proprio territorio, noi rimaniamo al palo, disperdendo le risorse in iniziative molto spesso improvvisate e talvolta senza alcun fondamento scientifico.
Cinzia Ficco
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